“Molte, sì, le cose meravigliose, eppure talvolta miti elaborati con arte< xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:office" prefix="o" namespace="">
travisano con variopinte menzogne, andando al di là del discorso verace,
le storie degli uomini. < xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" prefix="st1" namespace="">
credibile sia l’incredibile, ma sono i giorni a venire i testimoni più sicuri”
(Pindaro, Olimpiche, I)
Hanc etiam, Maecenas, aspice partem
[Anche su ciò, o Mecenate, getta uno sguardo]
Virgilio: Georgiche, IV, 2
L’utopia della ‘neutralità’ e ‘oggettività’ di una ricostruzione
storica appare tanto più impensabile riguardo a tematiche in grado di
coinvolgere i ricercatori anche sul piano umano, sollecitandoli a
confrontarsi con le proprie intime convinzioni ideali.
(F. Lucrezi: Messianismo, Regalità, Impero.
I MOTIVI DEL « CATTIVO ZELO »
L’Eneide prima di essere un monumento letterario è un monumento politico. Di quest’ultimo aspetto si è persa da secoli ogni attualità, al punto che a stento qualche autore più avveduto vi si è soffermato. Riproporne ora la natura politica è dunque operazione di limitata importanza ma che abbiamo intrapreso sia per una personale curiosità intellettuale che per soddisfare il bisogno storico di definire questo documento in tutti i suoi aspetti; cosa che non è mai stata fatta. Marginalmente ciò servirà anche da stimolo per un nuovo revisionismo, nei confronti di coloro che con scritti sparsi si ancorano tuttoggi tenacemente al mito di Roma, senza volerlo sfrondare degli aspetti irrazionali e più volgarmente emotivi.
E’ di scarsa importanza sapere se Virgilio decise di dar vita all’Eneide autonomamente; traccia di ciò vi sarebbe in un componimento precedente. Sta di fatto che il poema venne accettato e “dettato” al poeta mantovano personalmente da Ottaviano Augusto (lo stesso fece col poeta Orazio), allo scopo di propagandare il nuovo corso ideologico che l’erede adottivo di Cesare stava instaurando nel Mediterraneo. Col metro odierno l’operazione appare poco efficace, ma non se si considera che all’epoca un componimento scritto da un poeta aveva una forza travolgente, equivalente all’assommarsi dei vari mezzi di comunicazione di massa contemporanei.
Da tempo le famiglie nobili (patrizie e plebee) di Roma avevano cercato di abbinare al predominio economico e politico una veste che desse lustro in termini di celebrità spirituale ad una grandezza che altrimenti avrebbe denunciato tutta la sua opaca, anche se industriosa, materialità. Per fare ciò dovevano seguire un percorso obbligato, poiché allora parlare di eccellenza spirituale e umana voleva dire parlare di Grecia. Queste famiglie dunque si ricollegarono agli antichi racconti dei primi navigatori micenei giunti in Italia e ne deformarono alcuni particolari per adattarli alle proprie necessità[1]. “Nel corso dei secoli Roma aveva accumulato gloria militare sufficiente a non farle avvertire il bisogno di conquistarne altra. Vi erano però glorie diverse, acquisibili solo nella pace: la gloria della bellezza, in ogni sua forma”.[2]
Il gruppo gentilizio cui apparteneva Ottaviano Augusto, la stirpe giulia, era stato fatto derivare dalla Dea greca Afrodite (unicamente nel suo aspetto di “genitrice” poiché i suoi canoni mal si adattavano alla rude moralità romulea… come era già avvenuto per
Si convenne che il poeta più capace fosse Publio Virgilio Marone ma questi era un poeta elegiaco, cioè brillante nella stesura di brevi componimenti di natura amorosa e di gusto alessandrino. Non è solo un inciampo di natura letteraria: un poeta elegiaco è per sua natura ben distante dalla rigida morale augustea. L’ostacolo venne superato sia per la condiscendenza di Virgilio che per la sua capacità di saccheggiare l’intera letteratura precedente e saperla assommare in un lunghissimo componimento di quasi diecimila esametri. Tuttavia Virgilio, che amava la vita spensierata e agreste dei pastori e dei bovari, nonché le forme imberbi di procaci giovinetti, pur facendo di necessità virtù e pur godendo di un patrimonio di dieci milioni di sesterzi, di una villa sull’Esquilino e di una tenuta in Campania, non sembra che abbia accettato supinamente l’incarico del suo magnate politico, e “infarcì” l’Eneide con tutta una serie di velati richiami verso un’ideologia antiaugustea. Non solo; in subordine, riuscì anche a dare qualche colpetto a Mecenate, punendo il suo desiderio di vedere esaltate le glorie etrusche. Fu un’operazione estremamente sottile e delicata, una vera e propria vendetta. Nel testo emergono infatti elementi che fanno intravedere una rappresaglia ideologica di Virgilio rispetto ad Augusto e sono proprio questi elementi che comporranno la sostanza del presente studio. Un’ombra sulla sua fedeltà ad Augusto è gettata da un’espressione che Agrippa disse a riguardo di Virgilio: “sottomesso a Mecenate”. Ora, credendo di poter dimostrare in questo nostro lavoro la cacozelia latens di Virgilio, in quanto sottomesso a Mecenate, automaticamente quest’ultimo figura come il mandante di questa stessa e Virgilio un semplice esecutore, cosa che si accorda assai bene con il suo carattere mansueto e schivo. Certo, è curioso il fatto che nell’Eneide non ci sia un richiamo, neanche indiretto, a Mecenate, quando Virgilio ne mise diversi a favore di altri personaggi importanti. La spiegazione di ciò non può che ravvisarsi nel fatto che il patrono etrusco era caduto in disgrazia agli occhi di Augusto. Virgilio si adeguò e, come fece per Gallo, cancellò il riferimento che aveva tenuto in serbo per Mecenate[7]. Non ci pare trascurabile poi la relazione che c’è tra la figura di Giunone nell’Eneide ed il fatto che il cognato di Mecenate, il congiurato Licinio Murena, fosse uno dei patroni del santuario lanuvino della Dea…
Abbiamo già citato il passo di Donato con le parole che Agrippa disse a riguardo di Virgilio e che anche Jérôme Carcopino ha intuito, peraltro senza alcuno sviluppo[8]. Esaminiamole più partitamente: M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis, sed ex communibus verbis, atque ideo latentis. Innanzitutto Agrippa dice che Virgilio era sottomesso (suppositum) a Mecenate. Non si tratta certo di una sottomissione di natura stilistica o metrica, poiché l’astro letterario di Virgilio era già alto e lo stesso Mecenate, modesto verseggiatore, non poteva certo rivaleggiare con lui. Quindi si tratta di una sottomissione ideologica, come riconobbe lo stesso Virgilio scrivendo di “ordini” ricevuti[9]. Tuttavia se si fosse trattato di una sottomissione normale, cioè quella che si auspicava tutti quanti avessero per il regime augusteo, Agrippa, che era l’alter ego di Augusto, non avrebbe avuto motivo di rimarcarlo. La sottomissione a Mecenate era quindi connessa a qualcosa riferibile al periodo in cui questi cadde in disgrazia agli occhi di Augusto. In secondo luogo, Agrippa dice che Virgilio era diventato l’inventore (repertorem) di una nuova cacozelia. Cosa significa questo grecismo? Si tratta di una parola composta da kakòs cattivo e zelìa, zelo, affettazione. In pratica, non si trattava del solito modo di scrivere che simulava un atteggiamento laudatorio che, per quanto artificiale, era quello che l’autorità politica si aspettava da ogni letterato, ma di uno zelo, di un’affettazione quantomeno strana, poiché per venire espressa adoperava non delle espressioni ampollose (tumidae) o scarne (exilis) com’era di prammatica, ma del tutto semplici e normali. Cosicchè, per Agrippa, il fatto di adoperare delle parole normali in una composizione laudatoria, le faceva diventare subdole (latentis), in grado di avere un significato riposto[10]. Ci pare chiaro che Agrippa associasse questo significato nascosto alla sottomissione di Virgilio verso Mecenate. Ma quest’ultimo cosa si proponeva di far dire a Virgilio? Nient’altro, a nostro giudizio, che attaccare la concezione religiosa e “fatale” con la quale il Princeps voleva legittimare la sua azione di governo. Vedremo più avanti come queste cacozelie non siano altro che alcuni passi dell’Eneide i quali, per la loro semplicità, non dovrebbero destare alcun sospetto. Tuttavia, qualcuno se ne accorse e lo fece presente. Se fosse stato Agrippa in persona o qualcuno del suo seguito, è difficile dirlo. Certamente Agrippa aveva una buona cultura e conosceva il greco, avendolo studiato ad Apollonia assieme al suo amico Augusto, ma ci rimane difficile pensare che un militare impegnato come lui avesse il tempo per notare certe sottigliezze. Probabilmente non si dette peso alla cosa, considerando che questi richiami erano leggibili solo da un letterato assai colto e curioso. C’era del risentimento da parte di Agrippa verso Virgilio? Un elemento di conferma lo si potrebbe leggere nel fatto che con la sua descrizione dell’Ade (localizzata secondo la tradizione magnogreca presso Napoli), Virgilio avesse messo in cattiva luce Agrippa, che aveva sconvolto il territorio descritto nel Libro VI con imponenti opere di architettura navale e militare. Dove Virgilio descriveva il bosco della Sibilla e i luoghi infernali ora (nel
Certo però che la caduta in disgrazia di Mecenate, patrono di Virgilio e la morte per “malattia” di quest’ultimo potrebbero avvalorare qualche ipotesi negativa circa l’indifferenza di Augusto, che non era altrettanto famoso per la magnanimità di suo zio nei confronti degli avversari. Se fosse dimostrabile – ma non lo sarà mai, come invece ha recentemente preteso il francese Maleuvre – che Virgilio venne avvelenato, si potrebbe leggere nei versi “mi uccisero i Salentini” (Calabri rapuere) composti dal poeta come suo epitaffio, un ironico j’accuse nei confronti dei… Dardanidi suoi contemporanei. Nell’antichità si sapeva infatti che i Salentini erano imparentati con il popolo illirico dei Dardi o Dardani[13], tanto che in Puglia esisteva una città chiamata Dardano. La lotta fra due mondi, la lotta fra Ottaviano e Antonio, fra Roma e l’Ellenismo, non si combatteva certamente solo nei campi di battaglia ma anche negli ambiti dell’intellettualità, della propaganda, della cultura e degli angiporti della politica. Basti pensare all’opera di un Dionisio di Alicarnasso e al fatto che non menziona mai direttamente, mai una volta, Virgilio e l’Eneide!
Un esempio di quelle semplici parole (communis verbis) può essere apparso ad Agrippa il fatto che, mentre il poema è tutto teso alla celebrazione della discendenza troiana da Dardano, tale discendenza viene nominata esattamente come Dardanidi solo 13 volte in tutto il poema (e altrettante con l’espressione di Eneadi). Perché allora nominare 130 VOLTE i troiani col nome di Teucri, cioè con il patronimico di colui che non derivava da Dardano (quindi dall’Italia) ma dalla vera “antica madre” – come vedremo – l’isola di Creta? In un’epoca in cui la memoria era molto più esercitata di quanto non lo sia oggi, ciò dovette apparire più evidente di quanto sia apparso a noi, consultando l’indice analitico dei nomi nel poema!
Virgilio, nell’affrontare il complesso tema della “diaspora troiana” dovette privilegiare il più recente dei modelli leggendari, quello romano appunto, che voleva Enea sbarcato sulle coste del Lazio laurente. Il modello etrusco, invece, voleva Enea sbarcato alla foce del Linceo (Mignone) presso Tarquinia facendolo anche capostipite del popolo etrusco prima ancora che dei Romani; quello magnogreco, invece, faceva sbarcare Enea un po dappertutto[14]. La differenza non è solo geografica, poiché in base a questi spostamenti si generava tutta una serie di significati geopolitici. Basti pensare al ruolo poco conosciuto di Atene nella creazione di miti magnogreci in funzione antisiracusana. La leggenda troiana, nella fattispecie, “costituisce, nel V secolo, il più importante supporto propagandistico alla politica occidentale di Atene; la quale attribuisce una nobilitante origine troiana a più genti anelleniche d’Italia o di Sicilia con le quali ha interesse, o necessità, di intrattenere rapporti diplomatici.”[15] E’ molto verosimile che i Troiani, quelli veri, non siano andati da nessuna parte. Le peregrinazioni di Enea sono la fissazione epica dei flussi esplorativi prima ed espansionistici poi dei navigatori micenei, unitamente alla saga dei Ritorni (Nostoi), cioè alle traversie occorse a quei Micenei reduci dallo scontro con Troia o incalzati dall’invasione dorica della Grecia. L’unica incongruenza che si può opporre a questa tesi è perché i Greci abbiano celebrato un avversario anziché le imprese di loro stessi, ma probabilmente, come si è detto per Atene, ciò fu dovuto a ragioni geopolitiche di città greche in epoca più tarda. Bisogna infine considerare che i primi approdi italiani vennero compiuti dai navigatori cretesi micenei e, secondo alcuni riferimenti, Troia stessa era stata nella sfera d’influenza cretese minoica. Pertanto con Enea si volle forse configurare questo primo afflusso della “antica madre” in Italia[16]. E’ certamente molto curiosa infatti l’insistenza di Virgilio nel richiamare cacozeliamente l’isola di Creta e i suoi retaggi.
Il fatto di dover privilegiare il modello romano non impedì a Virgilio o al suo ispiratore Mecenate (a cui certamente bruciava la recente perdita d’indipendenza della natia Arezzo) di inserire nel racconto frammenti di altre leggende, specialmente etrusche, cosicchè un lettore assai erudito avrebbe potuto considerare, tra sé e sé, che la “storia” prodotta dal regime augusteo non era quella vera. Il modello romano venne pesantemente contaminato da quello etrusco, a partire dal Libro VIII, col deliberato intento dell’ultimo più famoso etrusco, Mecenate, di vendicare l’Etruria facendo apparire Roma come un parto di quella stessa civiltà che, con la partenza di Dardano da Corito, avrebbe dato vita a Troia. Tuttavia Virgilio non poteva far apparire con immediatezza la leggenda etrusca poiché nei Romani era ancora viva l’avversione e il conflitto con quel popolo, specie per la città-stato di Tarquinia, né potevasi ammettere che l’impero di Roma derivasse da loro (anche se Orazio…); pertanto operò all’interno dell’Eneide delle vere e proprie distorsioni di dati mitici. Secondo gli Etruschi, la “antica madre” di Enea era la città di Tarquinia, fiera nemica dell’Urbe, ma Virgilio non poteva nominarla con quel nome, e così utilizzò un toponimo poco noto, Corito, utilizzato anche per altre città come Cortona, Crotone e, in Grecia, Corinto e Gortyna. Inoltre cercò di non menzionare direttamente il fiume Linceo/Mignone, quello dello sbarco secondo la leggenda etrusca; sostituì Tarconte, capo dell’esercito etrusco, con Enea, mascherando così antiche conquiste e sbarchi tarquiniesi nel Lazio; tacque del contributo militare di Corito sotto le spoglie del guerriero Asture, e minimizzò e ridicolizzò la figura di Tarconte. In tal modo non urtava la suscettibilità romana (anche se toccava quella greca, giustificando il silenzio sdegnoso di Dionisio di Alicarnasso)[17]. E’ ben evidente, infatti, che nella prima parte del poema Virgilio accredita la leggenda magnogreca dopodichè, con delle contraddizioni troppo palesi e che forse la morte gli impedì di sanare, adduce quella etrusca filoellenica. E. Palmucci ha fatto acutamente osservare in proposito che i passi filoetruschi del poema vennero snobbati dai commentatori romani di Virgilio: “prova ne sia che Elio Donato e Servio si soffermarono a commentare tutti i personaggi dell’Eneide, e a fornire notizie anche dei pù secondari, ma non utilizzarono una sola parola per illustrare la figura di Tarconte, né il suo rapporto con l’economia dell’Eneide. Eppure, si trattava di uno dei personaggi principali della seconda parte del poema”[18]. Virgilio non si peritò poi di inserire anche delle note di vero e proprio sberleffo nei confronti dei canoni augustei, naturalmente ben mimetizzate, come fece più tardi anche Ovidio, forse con minore prudenza. Fu ciò indubbiamente che ispirò quest’ultimo a scrivere, avendo in mente Venere Genitrice: Stella gravis nobis, Lucifer [Venere, astro a noi fatale][19].
L’influsso di Mecenate ci pare innegabile ed è da rimpiangere la mancanza di elementi documentari più comprovanti, i quali tuttavia non hanno impedito anche a chi vede favorevolmente il mito augusteo, di intuire, forse esagerando l’apporto ebraico, una realtà non disponibile: “…non ci siamo soffermati se non di sfuggita sulla figura di Mecenate, «etrusco de sanguine regum», secondo la formula di Properzio. Certi misteriosi legami fra Mecenate, Virgilio e Pollione ci avrebbero condotti in una zona incerta, al limitare di un confraternita esoterica che si può solo supporre, ma non provare. È anche per questo che non abbiamo voluto affrontare un problema già posto dal grande Ettore Paratore: nel periodo della fortuna di Antonio, nella casa di Pollione venivano ospitati gli ambasciatori di Erode i quali, presumibilmente, trasmisero qualche elemento dottrinale sul messianismo ebraico. Ora, è un caso che a Roma esisteva una colonia ebraica stabilitasi col beneplacito di Cesare; che a Napoli, la città in cui Virgilio studiò e che amò molto più della stessa Roma e dove pare componesse alcune egloghe, fosse presente una folta comunità israelitica, una delle più floride d'Italia? E ancora, quali furono i veri rapporti con Cornelio Gallo, che ritroveremo in altre opere di Virgilio, e la cui disgrazia e «damnatio memoriae» potrebbe essere ricondotta ad una ripresa di elementi dottrinali di origine egizia che in Antonio erano stati sconfitti?”[20].
L’opera, come ricorda Servio citando il suo biografo Elio Donato, venne commissionata (propositam) direttamente da Augusto nel
Virgilio fu senza dubbio un eccellente poeta ma non certo il Vate che molti si ostinano a celebrare, poichè è stato un emulo di Omero che ha ricalcato sfacciatamente e abbondantemente, di Apollonio Rodio, di Nevio, di Licofrone e di altri ancora. Una parte notevole de I Saturnali di Macrobio si occupa dell’analisi del saccheggio sistematico operato da Virgilio nei confronti di Omero e di altri poeti.[23] Alla morte del poeta, l’imperatore, in vista della pubblicazione, ordinò di non aggiungere nulla. Furono però apportati dei tagli, alcuni noti, altri ignoti sui quali si possono fare solo congetture inutili. Elio Donato scrisse che l’opera di revisione (non furono toccati circa 84 versi rimasti incompiuti) fu comunque condotta superficialmente (summatim), e ciò contribuisce ad alimentare ipotesi su punti specifici del testo. Un grammatico riferì di aver udito da contemporanei di Vario che quest’ultimo aveva fatto apparire l’originario Terzo Libro dell’Eneide come Primo libro. Pertanto il poema non sarebbe iniziato con la scena del naufragio ma con la storia della caduta di Troia. Il racconto non è però plausibile; a meno che Vario non avesse contravvenuto agli ordini di Augusto e al desiderio dello stesso Virgilio, manomettendo in più punti l’intero poema.
C’era del risentimento da parte di Agrippa verso Virgilio? Un elemento di conferma lo si potrebbe leggere nel fatto che con la sua descrizione dell’Ade (localizzata secondo la tradizione magnogreca presso Napoli), Virgilio avesse messo in cattiva luce Agrippa, che aveva sconvolto il territorio descritto nel Libro VI con imponenti opere di architettura navale e militare. Dove Virgilio descriveva il bosco della Sibilla e i luoghi infernali ora (nel
INDIVIDUAZIONE DELLE CACOZELIE
E SVILUPPO DI PASSI SCELTI
Nostra è la traduzione delle parole latine commentate (in corsivo l’esatta espressione latina e in grassetto la traduzione), spesso molto differente dalle traduzioni accademiche. Per quest’ultime, abbiamo seguito come base quella di Rosa Calzecchi-Onesti (Einaudi, Torino 1967). Chiaramente il lettore deve avere sottomano come rimando una di queste traduzioni, preferibilmente col testo latino a fronte. Le cacozelie sono individuate da un asterisco. I titoli dei libri sono stati liberamente attribuiti da noi. All’inizio di ogni libro, con la sigla 1 abbiamo riassunto il contenuto letterale del testo e con la sigla 2 le cacozelìe.
LIBRO PRIMO - “Il naufragio” (1-756)
1
L’opera comincia con l’intenzione di narrare le vicende del troiano Enea, esule da Troia con una flotta di 20 navi, il tentativo di ritornare nella primordiale sede dei suoi antenati, il Lazio, per fondare una nuova Troia nonostante la volontà contraria della sposa di Giove, Giunone. Infatti non solo
2
La cacozelìa o cattivo zelo di Virgilio si intravede subito in questo primo libro in un tema specifico ma articolato che verrà argomentato dettagliatamente nel capitolo successivo: il dono che Enea fa a Didone dello scettro di Priamo e le parallele allusive enfatizzazioni della grandezza di Cartagine. L’episodio di questa donazione nell’ottica di un poema commissionato da Ottaviano Augusto per celebrare la grandezza e i destini della romanità eneadica è assolutamente fuori luogo, in quanto statuisce il formale passaggio di poteri e dignità dalla monarchia troiana a quella punica anziché romana… indirettamente, a quella egizia della defunta Cleopatra. Questa cacozelia si contrappone alla sfacciatamente falsa affermazione di Giove, che Remo e Quirino (Romolo) avrebbero governato assieme su Roma. Nel capitolo seguente spiegheremo come ciò sia una forzatura del mito voluta dal sentimento augusteo che deve permeare ufficialmente tutta l’opera. Da parte nostra riteniamo di avere potuto evidenziare tutta l’inconsistenza del mito italico di Dardano, a partire da questo primo libro, dove si affermano invece le sue origini illiriche nell’ambito della vera storia di Troia.
║I versi che molte edizioni pongono fra parentesi o non citano affatto[26] vennero eliminate, secondo Svetonio, da Plauzio Tucca e Vario Rufo nell’edizione voluta da Augusto, ma vennero riconosciuti autentici da Donato e da Servio. Furono evidentemente considerati poco consoni con il timbro di sacralità che Augusto volle per l’Eneide. Essi infatti presentano Virgilio nella poco austera veste di cantore elegiaco e bucolico║virum l’uomo è naturalmente Enea, “frigio predone” secondo Amata moglie di Latino, già personaggio omerico, cui Virgilio conferisce una nuova caratteristica di romana fabulositas rispetto alla versione greca. In Omero è il più valoroso degli eroi troiani dopo Ettore e l’unico a cui gli Dei concedono un futuro, secondo la profezia di Poseidone: “…è destino per lui che la scampi,/ perché non perisca, estinto e senza posteri, il ceppo/ di Dardano amato da Zeus al di sopra di tutti i figli/ che gli nacquero, a lui generati da donne mortali./ Infatti ormai preso in odio ha il Cronide la stirpe di Priamo:/ sì, la potenza d’Enea regnare or dovrà sui Troiani/ e sui figli dei figli suoi, quanti poi ne verranno”.[27] Ciò spiega perché venne utilizzata la sua figura nelle narrazioni della “diaspora troiana” e perché ebbe tanta fortuna nelle narrazioni mitiche. Nei primi poemi cosiddetti ciclici Enea si allontana di poco da Troia per fondare una nuova città, mentre nei successivi racconti gli spostamenti di Enea si fanno sempre più distanti[28], fino a giungere ai margini del mondo greco, verso Occidente e, infine, in Italia. Secondo alcune fonti gli Eneadi avrebbero avuto il permesso dai Greci di abbandonare il paese in cambio della cessazione delle ostilità che Enea teneva aperte nella Troade, mentre secondo Menecrate di Xanto, egli avrebbe addirittura tradito a favore dei Greci. Se non altro, sarebbe in ipotesi una valida spiegazione – nella finzione della sua saga - per come abbia potuto attraversare indenne tutto il mondo greco da Oriente a Occidente fino in Italia. Le peregrinazioni di Enea erano state già annunciate nel mondo greco da Arctino di Mileto verso il
