“Molte, sì, le cose meravigliose, eppure talvolta miti elaborati con arte< xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:office" prefix="o" namespace="">

travisano con variopinte menzogne, andando al di là del discorso verace,

le storie degli uomini. < xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" prefix="st1" namespace="">La Grazia, che apporta ogni dolcezza, spesso fa sì che

credibile sia l’incredibile, ma sono i giorni a venire i testimoni più sicuri”

(Pindaro, Olimpiche, I)

 

Hanc etiam, Maecenas, aspice partem

[Anche su ciò, o Mecenate, getta uno sguardo]

Virgilio: Georgiche, IV, 2

 

L’utopia della ‘neutralità’ e ‘oggettività’ di una ricostruzione

storica appare tanto più impensabile riguardo a tematiche in grado di

 coinvolgere i ricercatori anche sul piano umano, sollecitandoli a

 confrontarsi con le proprie intime convinzioni ideali.

(F. Lucrezi: Messianismo, Regalità, Impero. La Giuntina, Firenze 1996)

 

 

 

I MOTIVI DEL « CATTIVO ZELO »

 

L’Eneide prima di essere un monumento letterario è un monumento politico. Di quest’ultimo aspetto si è persa da secoli ogni attualità, al punto che a stento qualche autore più avveduto vi si è soffermato. Riproporne ora la natura politica è dunque operazione di limitata importanza ma che abbiamo intrapreso sia per una personale curiosità intellettuale che per soddisfare il bisogno storico di definire questo documento in tutti i suoi aspetti; cosa che non è mai stata fatta. Marginalmente ciò servirà anche da stimolo per un nuovo revisionismo, nei confronti di coloro che con scritti sparsi si ancorano tuttoggi tenacemente al mito di Roma, senza volerlo sfrondare degli aspetti irrazionali e più volgarmente emotivi.

E’ di scarsa importanza sapere se Virgilio decise di dar vita all’Eneide autonomamente; traccia di ciò vi sarebbe in un componimento precedente. Sta di fatto che il poema venne accettato e “dettato” al poeta mantovano personalmente da Ottaviano Augusto (lo stesso fece col poeta Orazio), allo scopo di propagandare il nuovo corso ideologico che l’erede adottivo di Cesare stava instaurando nel Mediterraneo. Col metro odierno l’operazione appare poco efficace, ma non se si considera che all’epoca un componimento scritto da un poeta aveva una forza travolgente, equivalente all’assommarsi dei vari mezzi di comunicazione di massa contemporanei.

Da tempo le famiglie nobili (patrizie e plebee) di Roma avevano cercato di abbinare al predominio economico e politico una veste che desse lustro in termini di celebrità spirituale ad una grandezza che altrimenti avrebbe denunciato tutta la sua opaca, anche se industriosa, materialità. Per fare ciò dovevano seguire un percorso obbligato, poiché allora parlare di eccellenza spirituale e umana voleva dire parlare di Grecia. Queste famiglie dunque si ricollegarono agli antichi racconti dei primi navigatori micenei giunti in Italia e ne deformarono alcuni particolari per adattarli alle proprie necessità[1]. “Nel corso dei secoli Roma aveva accumulato gloria militare sufficiente a non farle avvertire il bisogno di conquistarne altra. Vi erano però glorie diverse, acquisibili solo nella pace: la gloria della bellezza, in ogni sua forma”.[2]

Il gruppo gentilizio cui apparteneva Ottaviano Augusto, la stirpe giulia, era stato fatto derivare dalla Dea greca Afrodite (unicamente nel suo aspetto di “genitrice” poiché i suoi canoni mal si adattavano alla rude moralità romulea… come era già avvenuto per la Magna Mater di Pessinunte) e, più umanamente, dal figlio che essa ebbe con il troiano Anchise. Trattandosi del gruppo che deteneva già con Giulio Cesare il vertice del potere, anche l’insieme del popolo romano venne fatto partecipe della stessa ascendenza: i Troiani. Fin qui le cose poco prima della stesura dell’Eneide. Ma la manipolazione più grossa era stata escogitata già con l’Alessandra di Licofrone, per giustificare le mire espansionistiche verso Oriente dello stato romano, e quindi ripresa da Augusto. Così si volle che l’antenato di una componente del popolo troiano, un certo Dardano, fosse partito dalla presunta natia Corito in Italia prima di dar vita alla schiatta troiana. Veniva deliberatamente stravolto il mito originario di Dardano, che era illirico[3]. Il presunto ritorno[4] dardanide di Enea in Italia, veniva quindi giustificato e idealizzato ed ora che i suoi discendenti erano divenuti una grossa potenza potevano ben rivendicare il possesso degli antichi domini. In più Augusto che, almeno nella vita pubblica, era uno strenuo difensore della prisca morale romulea, volle che nell’Eneide comparissero tutti quei valori morali e religiosi con i quali stava uniformando l’intera società romana[5]. Circa il retaggio troiano, prima di lui i governanti romani si erano appoggiati non solo alle leggende elìme da loro riprese al momento dell’occupazione della Sicilia occidentale ma si avvalsero anche dell’interessato appoggio degli intellettuali al servizio del re Attalo di Pergamo, che di Roma aveva bisogno: “Cultori solidali della leggenda di Enea, Roma e Attalo potevano dichiararsi parenti e fondare la loro intesa su una comunanza d’origine più onorevole che la semplice comunanza d’interessi. Fatti minuscoli, ma certi, provano che gli eruditi pergameni della fine del III secolo, abili nello scoprire antenati illustri alle città e alle famiglie oscure, lusingarono il gusto della grande repubblica amica e della sua aristocrazia per le genealogie troiane; è verosimile pensare che il contemporaneo annalista Fabio Pittore abbia largamente utilizzato le loro invenzioni”.[6]

Si convenne che il poeta più capace fosse Publio Virgilio Marone ma questi era un poeta elegiaco, cioè brillante nella stesura di brevi componimenti di natura amorosa e di gusto alessandrino. Non è solo un inciampo di natura letteraria: un poeta elegiaco è per sua natura ben distante dalla rigida morale augustea. L’ostacolo venne superato sia per la condiscendenza di Virgilio che per la sua capacità di saccheggiare l’intera letteratura precedente e saperla assommare in un lunghissimo componimento di quasi diecimila esametri. Tuttavia Virgilio, che amava la vita spensierata e agreste dei pastori e dei bovari, nonché le forme imberbi di procaci giovinetti, pur facendo di necessità virtù e pur godendo di un patrimonio di dieci milioni di sesterzi, di una villa sull’Esquilino e di una tenuta in Campania, non sembra che abbia accettato supinamente l’incarico del suo magnate politico, e “infarcì” l’Eneide con tutta una serie di velati richiami verso un’ideologia antiaugustea. Non solo; in subordine, riuscì anche a dare qualche colpetto a Mecenate, punendo il suo desiderio di vedere esaltate le glorie etrusche. Fu un’operazione estremamente sottile e delicata, una vera e propria vendetta. Nel testo emergono infatti elementi che fanno intravedere una rappresaglia ideologica di Virgilio rispetto ad Augusto e sono proprio questi elementi che comporranno la sostanza del presente studio. Un’ombra sulla sua fedeltà ad Augusto è gettata da un’espressione che Agrippa disse a riguardo di Virgilio: “sottomesso a Mecenate”. Ora, credendo di poter dimostrare in questo nostro lavoro la cacozelia latens di Virgilio, in quanto sottomesso a Mecenate, automaticamente quest’ultimo figura come il mandante di questa stessa e Virgilio un semplice esecutore, cosa che si accorda assai bene con il suo carattere mansueto e schivo. Certo, è curioso il fatto che nell’Eneide non ci sia un richiamo, neanche indiretto, a Mecenate, quando Virgilio ne mise diversi a favore di altri personaggi importanti. La spiegazione di ciò non può che ravvisarsi nel fatto che il patrono etrusco era caduto in disgrazia agli occhi di Augusto. Virgilio si adeguò e, come fece per Gallo, cancellò il riferimento che aveva tenuto in serbo per Mecenate[7]. Non ci pare trascurabile poi la relazione che c’è tra la figura di Giunone nell’Eneide ed il fatto che il cognato di Mecenate, il congiurato Licinio Murena, fosse uno dei patroni del santuario lanuvino della Dea…

 

Abbiamo già citato il passo di Donato con le parole che Agrippa disse a riguardo di Virgilio e che anche Jérôme Carcopino ha intuito, peraltro senza alcuno sviluppo[8]. Esaminiamole più partitamente: M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis, sed ex communibus verbis, atque ideo latentis. Innanzitutto Agrippa dice che Virgilio era sottomesso (suppositum) a Mecenate. Non si tratta certo di una sottomissione di natura stilistica o metrica, poiché l’astro letterario di Virgilio era già  alto e lo stesso Mecenate, modesto verseggiatore, non poteva certo rivaleggiare con lui. Quindi si tratta di una sottomissione ideologica, come riconobbe lo stesso Virgilio scrivendo di “ordini” ricevuti[9]. Tuttavia se si fosse trattato di una sottomissione normale, cioè quella che si auspicava tutti quanti avessero per il regime augusteo, Agrippa, che era l’alter ego di Augusto, non avrebbe avuto motivo di rimarcarlo. La sottomissione a Mecenate era quindi connessa a qualcosa riferibile al periodo in cui questi cadde in disgrazia agli occhi di Augusto. In secondo luogo, Agrippa dice che Virgilio era diventato l’inventore (repertorem) di una nuova cacozelia. Cosa significa questo grecismo? Si tratta di una parola composta da kakòs cattivo e zelìa, zelo, affettazione. In pratica, non si trattava del solito modo di scrivere che simulava un atteggiamento laudatorio che, per quanto artificiale, era quello che l’autorità politica si aspettava da ogni letterato, ma di uno zelo, di un’affettazione quantomeno strana, poiché per venire espressa adoperava non delle espressioni ampollose (tumidae) o scarne (exilis) com’era di prammatica, ma del tutto semplici e normali. Cosicchè, per Agrippa, il fatto di adoperare delle parole normali in una composizione laudatoria, le faceva diventare subdole (latentis), in grado di avere un significato riposto[10]. Ci pare chiaro che Agrippa associasse questo significato nascosto alla sottomissione di Virgilio verso Mecenate. Ma quest’ultimo cosa si proponeva di far dire a Virgilio? Nient’altro, a nostro giudizio, che attaccare la concezione religiosa e “fatale” con la quale il Princeps voleva legittimare la sua azione di governo. Vedremo più avanti come queste cacozelie non siano altro che alcuni passi dell’Eneide i quali, per la loro semplicità, non dovrebbero destare alcun sospetto. Tuttavia, qualcuno se ne accorse e lo fece presente. Se fosse stato Agrippa in persona o qualcuno del suo seguito, è difficile dirlo. Certamente Agrippa aveva una buona cultura e conosceva il greco, avendolo studiato ad Apollonia assieme al suo amico Augusto, ma ci rimane difficile pensare che un militare impegnato come lui avesse il tempo per notare certe sottigliezze. Probabilmente non si dette peso alla cosa, considerando che questi richiami erano leggibili solo da un letterato assai colto e curioso. C’era del risentimento da parte di Agrippa verso Virgilio? Un elemento di conferma lo si potrebbe leggere nel fatto che con la sua descrizione dell’Ade (localizzata secondo la tradizione magnogreca presso Napoli), Virgilio avesse messo in cattiva luce Agrippa, che aveva sconvolto il territorio descritto nel Libro VI con imponenti opere di architettura navale e militare. Dove Virgilio descriveva il bosco della Sibilla e i luoghi infernali ora (nel 19 a.C), in realtà, era allocata (con lavori iniziati nel 37 a.C.) la flotta imperiale con tutte le sue pertinenze! Quantomeno, era palpabile la dissacrazione. Il lago di Averno[11] era stato collegato con il vicinissimo lago di Lucrino da un canale-galleria navigabile che proseguiva poi verso il mare aperto dando luogo al complesso detto Porto Giulio, sede della flotta militare. Ancora il lago di Averno era collegato da un canale-galleria al porto di Cuma, passando quindi proprio per i luoghi più sacri della tradizione infernale. Era tutto un brulicare di cantieri navali, altro che Sibille, colombe e anime dei trapassati! “Nella zona del lago di Averno, Augusto e Agrippa si macchiarono di uno dei più grandi sacrilegi di tutti i tempi, ristrutturando per intero il comprensorio del lago e i suoi culti”.[12] La dissacrazione salta ancor più agli occhi se si pensa che prima di comporre l’Eneide Virgilio, ne Le Georgiche, aveva esaltato proprio quelle stesse opere di Agrippa (IV, 161 ssg.) e soggiornava esattamente nei pressi dei luoghi descritti! L’apparente contraddizione si spiega col fatto che dopo la scrittura delle Georgiche, Virgilio aderì – come suppone P. Grimal – ai “suggerimenti” ad Augusto dati da Mecenate, che erano in contrasto con quelli che gli dava invece Agrippa, ma che non si tratti invece di una mera supposizione lo certifica in un lungo passo lo storico Dione Cassio (l. LXX).

Certo però che la caduta in disgrazia di Mecenate, patrono di Virgilio e la morte per “malattia” di quest’ultimo potrebbero avvalorare qualche ipotesi negativa circa l’indifferenza di Augusto, che non era altrettanto famoso per la magnanimità di suo zio nei confronti degli avversari. Se fosse dimostrabile – ma non lo sarà mai, come invece ha recentemente preteso il francese Maleuvre – che Virgilio venne avvelenato, si potrebbe leggere nei versi “mi uccisero i Salentini” (Calabri rapuere) composti dal poeta come suo epitaffio, un ironico j’accuse nei confronti dei… Dardanidi suoi contemporanei. Nell’antichità si sapeva infatti che i Salentini erano imparentati con il popolo illirico dei Dardi o Dardani[13], tanto che in Puglia esisteva una città chiamata Dardano. La lotta fra due mondi, la lotta fra Ottaviano e Antonio, fra Roma e l’Ellenismo, non si combatteva certamente solo nei campi di battaglia ma anche negli ambiti dell’intellettualità, della propaganda, della cultura e degli angiporti della politica. Basti pensare all’opera di un Dionisio di Alicarnasso e al fatto che non menziona mai direttamente, mai una volta, Virgilio e l’Eneide!

Un esempio di quelle semplici parole (communis verbis) può essere apparso ad Agrippa il fatto che, mentre il poema è tutto teso alla celebrazione della discendenza troiana da Dardano, tale discendenza viene nominata esattamente come Dardanidi solo 13 volte in tutto il poema (e altrettante con l’espressione di Eneadi). Perché allora nominare 130 VOLTE i troiani col nome di Teucri, cioè con il patronimico di colui che non derivava da Dardano (quindi dall’Italia) ma dalla vera “antica madre” – come vedremo – l’isola di Creta? In un’epoca in cui la memoria era molto più esercitata di quanto non lo sia oggi, ciò dovette apparire più evidente di quanto sia apparso a noi, consultando l’indice analitico dei nomi nel poema!

Virgilio, nell’affrontare il complesso tema della “diaspora troiana” dovette privilegiare il più recente dei modelli leggendari, quello romano appunto, che voleva Enea sbarcato sulle coste del Lazio laurente. Il modello etrusco, invece, voleva Enea sbarcato alla foce del Linceo (Mignone) presso Tarquinia facendolo anche capostipite del popolo etrusco prima ancora che dei Romani; quello magnogreco, invece, faceva sbarcare Enea un po dappertutto[14]. La differenza non è solo geografica, poiché in base a questi spostamenti si generava tutta una serie di significati geopolitici. Basti pensare al ruolo poco conosciuto di Atene nella creazione di miti magnogreci in funzione antisiracusana. La leggenda troiana, nella fattispecie, “costituisce, nel V secolo, il più importante supporto propagandistico alla politica occidentale di Atene; la quale attribuisce una nobilitante origine troiana a più genti anelleniche d’Italia o di Sicilia con le quali ha interesse, o necessità, di intrattenere rapporti diplomatici.”[15] E’ molto verosimile che i Troiani, quelli veri, non siano andati da nessuna parte. Le peregrinazioni di Enea sono la fissazione epica dei flussi esplorativi prima ed espansionistici poi dei navigatori micenei, unitamente alla saga dei Ritorni (Nostoi), cioè alle traversie occorse a quei Micenei reduci dallo scontro con Troia o incalzati dall’invasione dorica della Grecia. L’unica incongruenza che si può opporre a questa tesi è perché i Greci abbiano celebrato un avversario anziché le imprese di loro stessi, ma probabilmente, come si è detto per Atene, ciò fu dovuto a ragioni geopolitiche di città greche in epoca più tarda. Bisogna infine considerare che i primi approdi italiani vennero compiuti dai navigatori cretesi micenei e, secondo alcuni riferimenti, Troia stessa era stata nella sfera d’influenza cretese minoica. Pertanto con Enea si volle forse configurare questo primo afflusso della “antica madre” in Italia[16]. E’ certamente molto curiosa infatti l’insistenza di Virgilio nel richiamare cacozeliamente l’isola di Creta e i suoi retaggi.

Il fatto di dover privilegiare il modello romano non impedì a Virgilio o al suo ispiratore Mecenate (a cui certamente bruciava la recente perdita d’indipendenza della natia Arezzo) di inserire nel racconto frammenti di altre leggende, specialmente etrusche, cosicchè un lettore assai erudito avrebbe potuto considerare, tra sé e sé, che la “storia” prodotta dal regime augusteo non era quella vera. Il modello romano venne pesantemente contaminato da quello etrusco, a partire dal Libro VIII, col deliberato intento dell’ultimo più famoso etrusco, Mecenate, di vendicare l’Etruria facendo apparire Roma come un parto di quella stessa civiltà che, con la partenza di Dardano da Corito, avrebbe dato vita a Troia. Tuttavia Virgilio non poteva far apparire con immediatezza la leggenda etrusca poiché nei Romani era ancora viva l’avversione e il conflitto con quel popolo, specie per la città-stato di Tarquinia, né potevasi ammettere che l’impero di Roma derivasse da loro (anche se Orazio…); pertanto operò all’interno dell’Eneide delle vere e proprie distorsioni di dati mitici. Secondo gli Etruschi, la “antica madre” di Enea era la città di Tarquinia, fiera nemica dell’Urbe, ma Virgilio non poteva nominarla con quel nome, e così utilizzò un toponimo poco noto, Corito, utilizzato anche per altre città come Cortona, Crotone e, in Grecia, Corinto e Gortyna. Inoltre cercò di non menzionare direttamente il fiume Linceo/Mignone, quello dello sbarco secondo la leggenda etrusca; sostituì Tarconte, capo dell’esercito etrusco, con Enea, mascherando così antiche conquiste e sbarchi tarquiniesi nel Lazio; tacque del contributo militare di Corito sotto le spoglie del guerriero Asture, e minimizzò e ridicolizzò la figura di Tarconte. In tal modo non urtava la suscettibilità romana (anche se toccava quella greca, giustificando il silenzio sdegnoso di Dionisio di Alicarnasso)[17]. E’ ben evidente, infatti, che nella prima parte del poema Virgilio accredita la leggenda magnogreca dopodichè, con delle contraddizioni troppo palesi e che forse la morte gli impedì di sanare, adduce quella etrusca filoellenica. E. Palmucci ha fatto acutamente osservare in proposito che i passi filoetruschi del poema vennero snobbati dai commentatori romani di Virgilio: “prova ne sia che Elio Donato e Servio si soffermarono a commentare tutti i personaggi dell’Eneide, e a fornire notizie anche dei pù secondari, ma non utilizzarono una sola parola per illustrare la figura di Tarconte, né il suo rapporto con l’economia dell’Eneide. Eppure, si trattava di uno dei personaggi principali della seconda parte del poema[18]. Virgilio non si peritò poi di inserire anche delle note di vero e proprio sberleffo nei confronti dei canoni augustei, naturalmente ben mimetizzate, come fece più tardi anche Ovidio, forse con minore prudenza. Fu ciò indubbiamente che ispirò quest’ultimo a scrivere, avendo in mente Venere Genitrice: Stella gravis nobis, Lucifer [Venere, astro a noi fatale][19].

L’influsso di Mecenate ci pare innegabile ed è da rimpiangere la mancanza di elementi documentari più comprovanti, i quali tuttavia non hanno impedito anche a chi vede favorevolmente il mito augusteo, di intuire, forse esagerando l’apporto ebraico, una realtà non disponibile: “…non ci siamo soffermati se non di sfuggita sulla figura di Mecenate, «etrusco de sanguine regum», secondo la formula di Properzio. Certi misteriosi legami fra Mecenate, Virgilio e Pollione ci avrebbero condotti in una zona incerta, al limitare di un confraternita esoterica che si può solo supporre, ma non provare. È anche per questo che non abbiamo voluto affrontare un problema già posto dal grande Ettore Paratore: nel periodo della fortuna di Antonio, nella casa di Pollione venivano ospitati gli ambasciatori di Erode i quali, presumibilmente, trasmisero qualche elemento dottrinale sul messianismo ebraico. Ora, è un caso che a Roma esisteva una colonia ebraica stabilitasi col beneplacito di Cesare; che a Napoli, la città in cui Virgilio studiò e che amò molto più della stessa Roma e dove pare componesse alcune egloghe, fosse presente una folta comunità israelitica, una delle più floride d'Italia? E ancora, quali furono i veri rapporti con Cornelio Gallo, che ritroveremo in altre opere di Virgilio, e la cui disgrazia e «damnatio memoriae» potrebbe essere ricondotta ad una ripresa di elementi dottrinali di origine egizia che in Antonio erano stati sconfitti?[20].

L’opera, come ricorda Servio citando il suo biografo Elio Donato, venne commissionata (propositam) direttamente da Augusto nel 29 a.C. ad Atella, allorchè Virgilio gli stava leggendo il III libro delle Georgiche. Successivamente, dalla Spagna, Augusto si preoccuperà di richiedere dal poeta la visione del primo abbozzo dell’opera. Stando ad un frammento di corrispondenza fra Virgilio ed Augusto riferito da Macrobio, il vero titolo dell’opera potrebbe essere stato, almeno all’inizio, Enea e non Eneide[21]: “Per quanto riguarda il mio Enea se, per Ercole, lo ritenessi già degno delle tue orecchie, te lo manderei volentieri…”. Servio invece (VI, 752) scrisse che il nome primitivo del poema sarebbe dovuto essere “Gesta del Popolo Romano” – forse su consiglio di Augusto poiché quest’ultimo scrisse poi le “Res Gestae Divi Augusti”. Infatti “Virgilio si accinse alla composizione dell’Eneide senza entusiasmo, perchè costretto dal debito di riconoscenza che aveva verso Augusto, e buttò giù il materiale prima in prosa, per trasformarlo poi in versi, quando gli veniva l’estro[22]. Peraltro anche Ottaviano doveva sentirsi in debito col poeta, poiché Virgilio gli aveva dedicato, in occasione della sua nomina a Pontefice Massimo, all’età di soli 15 anni, il componimento La zanzara (Culex), nel quale lo chiamava rispettosamente “venerando Ottavio, santo fanciullo” e gli augura gloria, fama e sopravvivenza fra gli Olimpii.

Virgilio fu senza dubbio un eccellente poeta ma non certo il Vate che molti si ostinano a celebrare, poichè è stato un emulo di Omero che ha ricalcato sfacciatamente e abbondantemente, di Apollonio Rodio, di Nevio, di Licofrone e di altri ancora. Una parte notevole de I Saturnali di Macrobio si occupa dell’analisi del saccheggio sistematico operato da Virgilio nei confronti di Omero e di altri poeti.[23] Alla morte del poeta, l’imperatore, in vista della pubblicazione, ordinò di non aggiungere nulla. Furono però apportati dei tagli, alcuni noti, altri ignoti sui quali si possono fare solo congetture inutili. Elio Donato scrisse che l’opera di revisione (non furono toccati circa 84 versi rimasti incompiuti) fu comunque condotta superficialmente (summatim), e ciò contribuisce ad alimentare ipotesi su punti specifici del testo. Un grammatico riferì di aver udito da contemporanei di Vario che quest’ultimo aveva fatto apparire l’originario Terzo Libro dell’Eneide come Primo libro. Pertanto il poema non sarebbe iniziato con la scena del naufragio ma con la storia della caduta di Troia. Il racconto non è però plausibile; a meno che Vario non avesse contravvenuto agli ordini di Augusto e al desiderio dello stesso Virgilio, manomettendo in più punti l’intero poema.

C’era del risentimento da parte di Agrippa verso Virgilio? Un elemento di conferma lo si potrebbe leggere nel fatto che con la sua descrizione dell’Ade (localizzata secondo la tradizione magnogreca presso Napoli), Virgilio avesse messo in cattiva luce Agrippa, che aveva sconvolto il territorio descritto nel Libro VI con imponenti opere di architettura navale e militare. Dove Virgilio descriveva il bosco della Sibilla e i luoghi infernali ora (nel 19 a.C), in realtà, era allocata (con lavori iniziati nel 37 a.C.) la flotta imperiale con tutte le sue pertinenze! Quantomeno, era palpabile la dissacrazione. Il lago di Averno[24] era stato collegato con il vicinissimo lago di Lucrino da un canale-galleria navigabile che proseguiva poi verso il mare aperto dando luogo al complesso detto Porto Giulio, sede della flotta militare. Ancora il lago di Averno era collegato da un canale-galleria al porto di Cuma, passando quindi proprio per i luoghi più sacri della tradizione infernale. Era tutto un brulicare di cantieri navali, altro che Sibille, colombe e anime dei trapassati! “Nella zona del lago di Averno, Augusto e Agrippa si macchiarono di uno dei più grandi sacrilegi di tutti i tempi, ristrutturando per intero il comprensorio del lago e i suoi culti”.[25] La dissacrazione salta ancor più agli occhi se si pensa che prima di comporre l’Eneide Virgilio, ne Le Georgiche, aveva esaltato proprio quelle stesse opere di Agrippa (IV, 161 ssg.) e soggiornava esattamente nei pressi dei luoghi descritti! L’apparente contraddizione si spiega col fatto che dopo la scrittura delle Georgiche, Virgilio aderì – come suppone P. Grimal – ai “suggerimenti” ad Augusto dati da Mecenate, che erano in contrasto con quelli che gli dava invece Agrippa, ma che non si tratti invece di una mera supposizione lo certifica in un lungo passo lo storico Dione Cassio (l. LXX).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDIVIDUAZIONE DELLE CACOZELIE

E SVILUPPO DI PASSI SCELTI

 

 

Nostra è la traduzione delle parole latine commentate (in corsivo l’esatta espressione latina e in grassetto la traduzione), spesso molto differente dalle traduzioni accademiche. Per quest’ultime, abbiamo seguito come base quella di Rosa Calzecchi-Onesti (Einaudi, Torino 1967). Chiaramente il lettore deve avere sottomano come rimando una di queste traduzioni, preferibilmente col testo latino a fronte. Le cacozelie sono individuate da un asterisco. I titoli dei libri sono stati liberamente attribuiti da noi. All’inizio di ogni libro, con la sigla 1 abbiamo riassunto il contenuto letterale del testo e con la sigla 2 le cacozelìe.

 

LIBRO PRIMO - “Il naufragio” (1-756)

 

1

L’opera comincia con l’intenzione di narrare le vicende del troiano Enea, esule da Troia con una flotta di 20 navi, il tentativo di ritornare nella primordiale sede dei suoi antenati, il Lazio, per fondare una nuova Troia nonostante la volontà contraria della sposa di Giove, Giunone. Infatti non solo la Dea è adirata con i troiani per vecchi rancori ma anche perché il Destino sancisce che la stirpe di Enea debba distruggere un giorno la città di Cartagine, che le è prediletta. Pur sapendo di non potersi opporre al Fato la Dea sa che il Fato non pone una scadenza precisa agli eventi, per cui ne approfitta per procrastinare il più a lungo possibile le disgrazie dei suoi nemici. L’estate del settimo anno di peregrinazioni da che gli Eneadi lasciarono Troia, Giunone avvista la flotta di Enea al largo della Sicilia e, con l’aiuto di Eolo re dei Venti, scatena una tempesta che ne causa il naufragio sulle coste africane. Solo grazie al tempestivo intervento di Nettuno, che non tollera che altri fuor che lui possa suscitare tempeste nel liquido reame, Enea si salva con tutta la flotta, tranne una nave. Preoccupata per la sorte del figlio Enea, la dea Venere intercede a suo favore presso Giove il quale la rassicura dicendole che è volontà del Destino che l’eroe troiano giunga nel Lazio, dove darà origine alla stirpe romana; aggiunge anche che la stessa Giunone, alla fine placata, si schiererà dalla parte dei Romani. Infine invia Mercurio a Cartagine col compito di predisporre magicamente i Cartaginesi a favore di Enea e compagni. Nel frattempo Venere si manifesta al figlio sotto le sembianze di una giovane cartaginese che spiega ad Enea la vicenda di Didone, regina di Cartagine, invitandolo a recarsi fiducioso in quella città. Didone infatti accoglie favorevolmente i naufraghi. Venere però, non paga di tale accoglienza e temendo le insidie di Giunone, Dea poliade di Cartagine, ordina al Dio Cupido di prendere il posto del piccolo Ascanio, figlio di Enea, affinchè tocchi il cuore della regina e l’accenda d’amore per il capo troiano. Così avviene ed il primo libro si conclude con le scene del banchetto offerto da Didone ai Troiani e con l’invito al loro duce di narrare le proprie traversie.

 

2

La cacozelìa o cattivo zelo di Virgilio si intravede subito in questo primo libro in un tema specifico ma articolato che verrà argomentato dettagliatamente nel capitolo successivo: il dono che Enea fa a Didone dello scettro di Priamo e le parallele allusive enfatizzazioni della grandezza di Cartagine. L’episodio di questa donazione nell’ottica di un poema commissionato da Ottaviano Augusto per celebrare la grandezza e i destini della romanità eneadica è assolutamente fuori luogo, in quanto statuisce il formale passaggio di poteri e dignità dalla monarchia troiana a quella punica anziché romana… indirettamente, a quella egizia della defunta Cleopatra. Questa cacozelia si contrappone alla sfacciatamente falsa affermazione di Giove, che Remo e Quirino (Romolo) avrebbero governato assieme su Roma. Nel capitolo seguente spiegheremo come ciò sia una forzatura del mito voluta dal sentimento augusteo che deve permeare ufficialmente tutta l’opera. Da parte nostra riteniamo di avere potuto evidenziare tutta l’inconsistenza del mito italico di Dardano, a partire da questo primo libro, dove si affermano invece le sue origini illiriche nell’ambito della vera storia di Troia.

 

 

I versi che molte edizioni pongono fra parentesi o non citano affatto[26] vennero eliminate, secondo Svetonio, da Plauzio Tucca e Vario Rufo nell’edizione voluta da Augusto, ma vennero riconosciuti autentici da Donato e da Servio. Furono evidentemente considerati poco consoni con il timbro di sacralità che Augusto volle per l’Eneide. Essi infatti presentano Virgilio nella poco austera veste di cantore elegiaco e bucolicovirum l’uomo è naturalmente Enea, “frigio predone” secondo Amata moglie di Latino, già personaggio omerico, cui Virgilio conferisce una nuova caratteristica di romana fabulositas rispetto alla versione greca. In Omero è il più valoroso degli eroi troiani dopo Ettore e l’unico a cui gli Dei concedono un futuro, secondo la profezia di Poseidone: “…è destino per lui che la scampi,/ perché non perisca, estinto e senza posteri, il ceppo/ di Dardano amato da Zeus al di sopra di tutti i figli/ che gli nacquero, a lui generati da donne mortali./ Infatti ormai preso in odio ha il Cronide la stirpe di Priamo:/ sì, la potenza d’Enea regnare or dovrà sui Troiani/ e sui figli dei figli suoi, quanti poi ne verranno”.[27] Ciò spiega perché venne utilizzata la sua figura nelle narrazioni della “diaspora troiana” e perché ebbe tanta fortuna nelle narrazioni mitiche. Nei primi poemi cosiddetti ciclici Enea si allontana di poco da Troia per fondare una nuova città, mentre nei successivi racconti gli spostamenti di Enea si fanno sempre più distanti[28], fino a giungere ai margini del mondo greco, verso Occidente e, infine, in Italia. Secondo alcune fonti gli Eneadi avrebbero avuto il permesso dai Greci di abbandonare il paese in cambio della cessazione delle ostilità che Enea teneva aperte nella Troade, mentre secondo Menecrate di Xanto, egli avrebbe addirittura tradito a favore dei Greci. Se non altro, sarebbe in ipotesi una valida spiegazione – nella finzione della sua saga - per come abbia potuto attraversare indenne tutto il mondo greco da Oriente a Occidente fino in Italia. Le peregrinazioni di Enea erano state già annunciate nel mondo greco da Arctino di Mileto verso il 750 a.C., ma soltanto un secolo dopo si diffonde la leggenda di un arrivo di Enea in Italia, fino a Cuma, con il poeta siciliano Stesicoro, per evidenti motivi di strategia geopolitica, che ne aveva trattato in un’opera perduta: la Caduta di Ilio. Ancora un secolo dopo, Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo raccontarono di una fondazione di Roma da parte di Enea, ma chi più di tutti diffuse la falsa leggenda di un arrivo di Enea nel Lazio fu il siciliano Timeo di Taurmina. Tuttavia la presenza di troiani è attestata in Sicilia ancor prima di Enea: il popolo degli Elimi, stanziato nella parte occidentale dell’isola nelle città da loro fondate di Erice, Segesta ed Entella, non sarebbe stato altro che troiani guidati dall’eponimo Egesto, figlio illegittimo di Anchise. Anche la città di Capua sarebbe stata fondata da un troiano: Capi. Probabilmente i Greci hanno utilizzato la figura di Enea – dopo aver diffuso la versione di una sua origine peloponnesiaca, cioè greca - e di altri eroi per mitizzare il periodo dell’espansione micenea lungo la penisola italiana ed una primitiva colonizzazione della zona di Roma (Arcadi di Evandro) nonché in funzione antietrusca. I Romani avrebbero, per dignificare le proprie origini, ripreso questa leggenda, innovando col poeta Nevio con l’episodio della sosta di Enea a Cartagine, per dignificare le proprie origini. Virgilio riprende la leggenda magnogreca di Enea arricchendola di nuovi particolari e investendo l’eroe troiano di una caratteristica che non aveva nelle precedenti versioni: l’assoluta dedizione (pietas) alla nuova religione augustea, il Fatalismo. L’Enea pre-virgiliano fu sicuramente il rappresentante di un potere sacerdotale e iniziatico importante relativo al culto di Venere – come testimoniano le dignità del padre Anchise[29] -, anche se Menecrate riferisce che a Troia non gli vollero riconoscere un’alta carica sacerdotale[30]. Avrebbe portato via con sé da Troia le statue - i Palladii - dei Grandi Dei di Samotracia, impiantandoli quindi nel Lazio. La divinità prediletta dagli Eneadi fu Venere e il rapporto che lega Enea alla Dea madre, specie nelle leggende pre-virgiliane (gli eressero templi lungo tutto il tragitto emigratorio), potrebbe essere una mitizzazione del summenzionato sacerdozio, così come già per Anchise. Enea – secondo la leggenda magnogreca “romanizzata” - sbarcò nel Lazio nei pressi della foce di un piccolo fiume a sud del Tevere, il Numicio (ora Fosso di Pratica), lì dove esisteva già un antico santuario che i Latini avevano dedicato a Sol Indiges (Sole Tellurico. Dionisio lo chiama Zeus Katachtònios). Questa località dovrebbe essere la vera Laurento della tradizione che come capitale del regno latino non sarebbe mai esistita, identificandosi quest’ultima, invece, in Alba, sui Colli Albani. Secondo la leggenda Enea sarebbe morto in battaglia sette anni dopo contro i Rutuli o scomparso alcuni anni dopo nei pressi del Numicio, venendo divinizzato e omologato alla preesistente divinità del sole tellurico.Città antichissima della Frigia, Troiae Troia, nota agli Ittiti come Taruiša. Le numerose distruzioni-ricostruzioni della città farebbero pensare ad una successione di diverse popolazioni: locali, minoiche, micenee ecc., le quali si contendevano la posizione dominante sui traffici commerciali dei Dardanelli. Nell’Età del Bronzo v’era l’usanza che diverse etnie si ripartissero la residenza di una città. Si è anche ipotizzato che i Troiani fossero un popolo di ascendenza ittita e gli Etruschi troiani fuggiaschi. Peraltro la tesi che Troia fosse uno stato vassallo dell’impero ittita era già stata affermata da Diodoro Siculo (II, 22) il quale però nulla sapendo, come tutti gli antichi, degli Ittiti, li confondeva con gli Assiri. E’ significativo il fatto che nella città etrusca di Veio, datate almeno dal 450 a.C., gli archeologi abbiano rinvenuto diverse statuette votive raffiguranti Enea che porta in braccio Anchise e tiene in mano il figlioletto Ascanio. Queste immagini erano troppo antiche per poter risentire di un influsso romano e testimoniano così dell’importanza vissuta dagli Etruschi del mito greco della diaspora troiana. Il Gheorghiev poi, vuole che la parola etruria deriva da Troia[31]. Fu conquistata dagli Achei nel Giugno del 1.184 (cronologia di Eratostene), data in cui, quindi, andrebbe situata la partenza degli Eneadi. Secondo il racconto di un commentatore bizantino di Licofrone, la città sarebbe stata “consegnata” ai Greci dalla gens di Antenore, colui che fondò Padova; per altri proprio da Enea. Oltre a quello di Enea e Antenore, altri gruppi troiani emigrarono, come Egesto e Selimo in Epiro e in Sicilia. Anche in questi casi è da notare la presenza di importanti santuari di Venere. E’ notizia riportata da Orazio e Svetonio che Giulio Cesare avesse avuto in animo di ricostruire Troia e trasferirvi la sede dello Stato Romano. Ma fu solo propaganda, come più tardi fece anche Nerone, perorando una supplica dei suoi abitantiIn realtà Enea non fu primus il primo a giungere dall’Ellade in Italia anzi, è probabile che non vi giunse mai. Già esistevano lungo la penisola empori e fondaci commerciali greci e fenici. La leggenda di Enea prese piede in ambito latino solo nel sesto secolo ed era di provenienza magnogreca.fato profugus fuggiasco a causa del Destino è fin dalle prime parole l’enunciazione della massima concezione religiosa augustea che percorrerà tutto il poema, dall’inizio alla fine.lavinia litora le spiaggie lavinie, così dette perché approdando nel Lazio Enea conoscerà la nuova sposa, Lavinia figlia di Latino. Servio, con dotta argomentazione, nega questa lettura (aggiungendo che spiaggia è un traslocativo per terra) ma io ritengo che Virgilio volesse stabilire un parallelo con le spiagge di Troia, nei cui pressi perse la prima moglie Creusa.La dea di Cartagine era Tanit che i Romani identificarono con Iunonis Giunone Celeste. Prima di venire assimilata alla greca Hera aveva un antichissimo culto latino come probabile compagna di Giano. Era particolarmente venerata quale Giunone Sospita (Salvatrice) nella città di Lanuvio, più nota in epoca imperiale come Lanivio e distante pochi chilometri dalla città di Lavinio che si vuole fondata da Enea. Questa omofonia è piuttosto curiosa[32], specie se si considera che Enea era il “nemico” dichiarato dalla Dea (soltanto alla fine del dodicesimo Libro Giunone si rappacificherà con i Troiani). Circa le origini di Lanuvio è recente il ritrovamento di frammenti di intonaco avvenuto nel 1969 a Taormina e appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion, dove si parla di Fabio Pittore e gli si attribuisce la narrazione dell'arrivo in Italia, in seguito alla guerra di Troia, di un certo lanios, fondatore nel Lazio di una cittadina, che avrebbe in seguito preso da lui il nome. Un’altra tradizione vuole che venisse fondata dai Siculi. A riguardo è da menzionare il ritrovamento nel 1962 nel territorio di Centuripe, in provincia di Catania, di una lastra in calcare duro locale, in dialetto dorico, che attesta rapporti di fratellanza (syggheneia) tra le due cittadine, e a cui ha fatto seguito nel 1974 un rinnovato gemellaggio. Nel 341 a.C. Lanuvio si ribellò per la seconda volta contro Roma assieme ad altre città latine ma i Romani la rispettarono, chiedendo in cambio di associarsi alla gestione del santuario di Giunone, luogo sacro famosissimo non solo nel Lazio antico, ma nell'intera area mediterranea. Durante il periodo romano, fino alla caduta dell'Impero d'occidente, le fortune della città furono praticamente legate a questo santuario, nel quale accaddero prodigi strepitosi, narrati da Livio, Cicerone ed altri autori classici. Stando ad una testimonianza che si ricava dal quarto libro delle Elegie di Properzio e dal trattato zoologico di Eliano, ogni anno sul far della primavera alcune fanciulle dovevano porgere delle focacce ad un serpente sacro a Giunone Sospita che si trovava nel santuario: se l’animale accettava l’offerta veniva ritenuto presagio di buoni raccolti, se la rifiutava, veniva ritenuto presagio di carestia, e la fanciulla veniva offerta in sacrificio. Per una curiosa coincidenza, il cognato di Mecenate, Licinio Murena, poi messo a morte da Augusto, era uno dei maggiorenti della città e la sua famiglia si era occupata dell’ampliamento del santuario di Giunone. Oggi i resti del santuario sono contenuti all’interno di un edificio di Salesiani…. la statua della Dea è invece nei Musei Capitolini. L’imperatore romano Settimio Severo, nativo di Leptis Magna, 62 miglia a sud-est di Cartagine, introdurrà in seguito, a Roma, il culto vero e proprio di Tanit. Dopo la morte, Settimio venne dichiarato Dio dal Senato di Roma. E’ curioso che questo imperatore – che tentò di trasformare Leptis Magna in una seconda Roma -, vide la luce nel terzo centenario della distruzione di CartagineCome dichiara esplicitamente Giunone e lo stesso Enea più avanti, deos gli Dei che porta con sé nel Lazio sono i Penati. In questo caso Virgilio intende semplicemente gli Dei più caratteristici di una comunità e non gli Dei Penati della religione latina (ciò lo si evince quando più avanti parla anche di “libici Penati”). Infatti queste divinità sono del tutto estranee al mondo egeo.Latio il Lazio antico era una porzione molto ridotta di quella che è oggi la omonima regione amministrativa. Comprendeva pressappoco il territorio a Sud del Tevere, cioè le provincie di Roma e Latina.Il sito di Romae Roma fu sin da epoche antichissime un importante centro viario dei traffici dell’Italia centrale e popolato ben prima della data tradizionale di fondazione. Come tale venne frequentato da mercanti fenici, etruschi, greci e fors’anche egiziani. Della fondazione di Roma sono state raccolte almeno 61 differenti versioni.[33]Subito dopo avere messo nei primi versi in bella evidenza il Destino (Fatum) ora Virgilio mette in evidenza la qualità precipua dell’adoratore, Enea, di questa crepuscolare divinità, con la qualifica più pertinente: pietate timorato, devoto. La romana pietas non è altro che il puro e semplice timor di Dio biblico con tutto il conseguente corollario basato sul formalismo più secolarizzatore.Karthago Cartagine (in fenicio Qart-hadasht) venne fondata nell’814 a.C. mentre il vero viaggio di Enea sarebbe avvenuto tre secoli prima, secondo la cronologia di Eratostene di Cirene nel 1.184 a.C. Contrariamente a quanto vuole una stereotipata storiografia, che ha voce anche in Virgilio, i Cartaginesi intrattennero buoni rapporti diplomatici con i Romani finchè quest’ultimi non si immischiarono nelle tormentate vicende siciliane, e cioè non prima del 264. Secondo alcune fonti i Fenici possedevano un emporio adiacente il guado sul Tevere dove poi sarebbe sorta Roma. Essi avrebbero innalzato l’ara maxima in onore di Melqart (Ercole)[34]. Nel 343 avevano inviato in segno di amicizia una corona d’oro del peso di 25 libbre al popolo romano. A favore dei Cartaginesi scrisse lo storico Filino di Agrigento, confutato dal romano Fabio Pittore che, per meglio diffondere le sue tesi, scrisse in greco. Con accenti da fondamentalista religioso così si è espresso contro Cartagine un moderno seguace della religione augustea: “Per il popolo romano infatti la guerra tra Roma e Cartagine non era tanto sentita come un conflitto di interessi o di imperialismi economici, quanto piuttosto quale un’ordalia sacra tra due sistemi e principi religiosi antitetici ed inconciliabili, che sul piano metastorico trovava la sua espressione nel conflitto tra Giunone e Venere e, a livello mitico e metastorico, nella tumultuosa ed emblematica vicenda di Enea e Didone[35]. Questo autore in realtà non si avvede – così preso dalla sua esegesi febbricitante - che tale anticartaginismo nacque – e solo nella letteratura - molto dopo la distruzione di Cartagine![36] Il Dio più importante di Cartagine era Baal Shamin, Il Signore del Cielo, affiancato da Baal minori analoghi alle deità del pantheon greco. Al suo fianco prese successivamente grande rilevanza – forse per il distacco di Cartagine dalla madrepatria semitica e la contiguità col mondo mediterraneo della Potnia – la figura della Dea Tanit (Giunone). Eshmun, Reshef e Astarte avevano anch’essi un notevole culto. La religione cartaginese era di tipo crepuscolare ( “etrusco” staremmo per dire) e comprendeva sacrifici umani di massa (famoso un sacrificio di 3.000 prigionieri greci in Sicilia).Parcas le “Parche” Dee romane della sorte individuale, ricalcate sulle Moire greche; in numero di tre, erano raffigurate intende attorno ad un fuso e questa attività simbolizzava l’azione del destino rivolto alla vita singola e individuale degli esseri umani. Nel mito, Apollo riuscì ad ubriacarle e così a modificare il destino di Admeto (Euripide: Alcesti).genus invisum la stirpe invisa è quella troiana, perché sorta dall’unione fedifraga di Giove con Elettra, da cui nacque Dardano.Troas I Troi è sinonimo di Troiani, da Troo, padre di quel’Ilo che in suo onore la chiamò Troia, e discendente di Teucro. Quest’ultimo (figlio del fiume Scamandro e della ninfa Idea) era il re aborigeno del paese della futura Troia che accolse e accettò l’antenato illirico di Enea, Dardano. Virgilio ricalcò in parallelo il dato inventando la leggenda di Latino che accoglie Enea.Pallade” è un epiteto di Atena che richiama la precedente divinità protomediterranea. Sul significato di questo appellativo si fanno diverse congetture. Secondo alcuni potrebbe derivare da phallos, come ritenne il Nispi-Landi a riguardo del famoso Palladio (phalladius)[37].Virgilio forse non identifica come fa Omero in un’isola Aeoliam Eolia, il regno di Eolo, ma in una terra, posta probabilmente in un massicico montuoso del Sahara. Infatti specifica che da qui si generano gli Austri, tipici venti di Sud-Est. Inoltre i venti che aggrediscono la flotta troiana, tranne Aquilone, sono tutti venti meridionali. Che non sia un’isola per Virgilio lo si potrebbe dedurre dal fatto che prima di irrompere in mare contro Enea, i venti terras perflant, spazzano le terre.Virgilio ricalca la figura di Aeolus Eolo da Omero così come quella dei Venti, demoni dell’aria e figli del Titano Astreo e dell’Aurora. A differenza di Eolo, i Venti sono oggetto di devozione popolare. Una “Sacerdotessa dei Venti” è ricordata in una iscrizione cretese (Knossos Corpus, Tavoletta Fp [1]1). Ai Venti pare che si sacrificassero vittime umane e più tardi, agnelli bianchi o neri, a seconda che essi fossero benefici o meno. Secondo il bizantino Giovanni Malalas Vespasiano edificò un tempio dei Venti ad Antiochia. Erano rappresentati come uomini anziani alati e dai lunghi capelli. Ecco i loro nomi greco-romani: Borea o Settentrione, da Nord; Scirone o Coro da Nord-Ovest; Zefiro o Favonio, da Ovest; Lips o Africo da Sud-Ovest; Noto o Austro, da Sud; Euro o Volturno da Sud-Ovest; Apoliote o Subsolano da Est; Cecia o Aquilone da Nord-EstVirgilio usa il plurale poiché sottintende che con sceptra uno scettro Eolo ammansisca i Venti e con l’altro li susciti. Come si evince più sotto, Eolo in realtà impugna un’asta, le cui estremità hanno il potere di sciogliere o rinserrare i Venti[38].penatis I Penati sono potenze invisibili tipiche della tradizione latina (identici ai Lari della tradizione etrusca e ai Terafim di quella ebraica), energie promananti dagli antenati che fornivano il sostentamento e la protezione della più antica famiglia latina. Venivano rappresentati in maniera fittile come statuine conservate gelosamente nel penetrale (penus) della casa, costituendo infatti l’identità stessa di ogni nucleo familiare. Secondo Fustel de Coulanges i Penati erano infatti gli antenati, sepolti sotto il pavimento della più antica abitazione latina. Successivamente però, con l’introduzione delle leggende filo-troiane, i Penati assunsero esplicitamente un’altra connotazione. Divennero i “Grandi Dei” di Samotracia, i Palladii, che gli Eneadi – come scrisse già Varrone - avrebbero recato nel Lazio e a cui vennero eretti templi sia a Lavinio che ad Alba ed infine a Roma col nome di “Dei Penati”. “Ma cosa fossero, in ultima analisi, i Penati, gli stessi autori antichi sembravano ignorarlo, limitandosi al più ad avanzare in proposito le ipotesi più diverse e contraddittorie” (Baistrocchi, cit. p.198). Detto da un seguace della religione augustea non si può che credergli. Nigidio Figulo e Cornelio Labeone ipotizzarono infatti che questi Dei fossero nient’altro che Apollo e Nettuno, cioè coloro che contribuirono a edificare Troia. Macrobio, senza citare la fonte, riporta l’opinione che li identifica in Giove, Giunone e Minerva. Pure Vesta farebbe parte di questa associazione. Anche Cassio Emina e Claudio Igino si occuparono dell’origine di questi Dei, dimostrando con ciò il grande interesse dei Romani per un mito “esotico” di cui non si sapeva praticamente nulla.[39] Lo stesso Dionisio di Alicarnasso conferma l’ignoranza di tutti sull’argomento scrivendo che non è giusto indagare troppo su tale questione, a causa di una tabù religioso. Egli anzi propizia la confusione parlando di due palladii maschili, forse attingendo a un passo di Ferecide. Invece il Palladio vero e proprio, stando ad una seria ed importante testimonianza di Erodiano (Storia dell’Impero dopo Marco Aurelio V,6) era semplicemente la statua di Pallade: “…la statua di Pallade, che i Romani venerano tenendola in un luogo nascosto e lontano da ogni occhio umano. La statua non era mai stata mossa dai tempi nei quali era stata portata da Troia, se non quando il tempio fu minacciato da un incendio (…) portava le armi e di indole guerriera”. Ciò è confermato da quanto scrisse Apollodoro (III,12,3) “Era grande tre cubiti, aveva i piedi tra loro accostati e teneva nella mano destra una lancia brandita, mentre nell’altra aveva una conocchia e un fuso”. Ma, insomma, chi era Pallade? Analizzando il  mito riportato nel passo di Apollodoro[40] si vede bene che era la divinità pre-indoeuropea, a carattere amazzonico, venerata con quel nome prima della sua trasformazione in Atena.bis septem due volte sette, cioè quattordici, è il numero di una mezza lunazione (i 14 giorni di maggiore illunazione) che identifica Giunone come Dea della luna piena. nimphae Ninfe, energie sottili della natura polarizzate in senso femminile e divinizzate antropomorficamente come seducenti fanciulle, corrispettive dei maschili Satiri. I latini le chiamavano anche lymphae (da “linfa”), con il che si evidenzia meglio il loro carattere di energie occulte e latenti, celate dietro l’aspetto manifestato della natura. Essendo delle energie di polarità negativa la mitologia le ha sempre raffigurate perenni vittime degli assalti erotici dei loro corrispettivi poli positivi; quasi tutte le divinità maschili hanno avuto, chi più chi meno, a che fare con queste creature equoree e diafane. Da succube delle divinità maschili esse però diventavano incube di quegli uomini che si lasciavano sedurre dalla loro malìa, ovvero attrarre dall’iper-polarizzazione del loro elemento occulto, l’acqua. Celebre è il caso di quegli uomini che grazie al contatto con una ninfa – come nel caso di Numa con Egeria – godettero di una saggezza inusuale. Con caratteristiche a volte inquietanti erano raffigurate tra gli Etruschi col nome di Lases.conubio stabili lo stabile connubio con Deiopea che Giunone promette ad Eolo è una delle tante enfatizzazioni virgiliane che ricalcano la politica religiosa di Augusto, basata sulla morigeratezza di costumi ormai tramontati nella Roma imperiale.Aras le Are o altari di Nettuno sarebbero stati i relitti di un’isola dove Romani e Cartaginesi avevano stabilito il confine marittimo tra le due potenze (ci sarebbe notizia in alcuni autori latini). Poi l’isola sarebbe stata sommersa lasciando affiorare soltanto degli scogli dove i Cartaginesi si recavano talora per celebrare qualche sacrificio; sempre che la notizia non sia una fantasia che Virgilio ha ripresa dai Greci che volevano trasporre la leggenda del confine cartaginese terrestre dell’ara dei Fileni, posta di fronte alle Sirti, che divideva Cartagine da Cirene. Ancora ieri, nel Canale di Sicilia, si è avuta notizia dell’isola vulcanica Ferdinandea, apparsa e scomparsa più volte a causa di sommovimenti telluriciSyrtis la Grande e la Piccola Sirte sono due larghi golfi (oggi Sidra e Gabes: il primo di bassi fondali ed il secondo di coste rocciose) posti moltissimo più a sud di Cartagine, nell’odierna Libia, il che rende inverosimile l’episodio: Virgilio, pur essendo a conoscenza dei bassi fondali della prima Sirte non ha una adeguata conoscenza della topografia africana[41]. Ciò si evince agevolmente anche dal successivo episodio del banchetto offerto da Didone: Ascanio, chiamato dal padre giunge dalla spiaggia alla mensa di Didone nel giro di pochissimo tempo (né è valida l’obiezione che si trattasse dell’alato Cupido travestito: con lui infatti erano anche altri Troiani in carne ed ossa).Il Dio del mare Neptunus Nettuno è la trasposizione romana del greco Poseidone ma tra i latini arcaici Neptunus era il Dio delle acque interne.Nettuno ha placidum caput il volto placido in quanto olimpico signore del mare, reggente imperturbabile dell’ordinata e regolare vita acquatica.Cymothoe Cimotoe è una Nereide mentre Triton Tritone (e i tritoni suoi raddoppiamenti) un antichissimo Dio mediterraneo declassato dopo l’invasione delle stirpi indoeuropee. Forse non è un caso se Virgilio abbina Tritone e la zona della Sirte poiché, secondo Erodoto, nel prospiciente entroterra, sarebbe esistito un fiume ed un lago Tritonide, retaggio di una civiltà pre-sahariana cui non sarebbe estraneo il mito di Atena Tritonia.[42]Nettuno è genitor genitore in quanto causa agente di tutto il mondo acquatico.Aeneadae gli Eneadi, come ripetiamo più volte, non sono i Troiani ma il gruppo gentilizio di Enea, anche se Virgilio li vuole accreditare come Troiani per eccellenza. Nevio li denominava “Enesi”[43], con il che si sarebbe più vicini ad un termine comune indicante in latino il bronzo o rame, metallo di Venere, madre di Enea.Come ci viene riferito da Plinio (N.H. 8.51) in Africa non ci sarebbero stati cervos cervi!Acestes Aceste, figlio della troiana Egesta (o Segesta) che fu inviata nella Sicilia occidentale prima della Guerra troiana. Un precedente attacco greco a Troia sarebbe infatti miticamente documentato dalla guerra che gli mosse contro Ercolescyllaeam Scilla è un’antichissima divinità pelasgica così come Cariddi. La localizzazione fattane dagli autori classici nello stretto di Messina è tardiva e non originale.cyclopea i “Ciclopi” sono divinità telluriche legate alle attività vulcaniche dell’Etna e delle Eolie.Virgilio accredita la tesi che fas regna resurgere Troiae è volontà del Destino che risorga Troia. In realtà gli Antichi deducevano colonie o si spostavano (p.e. le ‘Primavere Sacre’ degli Italici) in base al movimento fortuito di un animale, cioè seguendo il criterio dell’analogia. Già nello stesso poema si vede come la destinazione degli Eneadi è diversamente interpretata dagli Oracoli. Infatti altri Troiani fondarono altre città: con il che si vede bene che l’approdo nel Lazio degli Eneadi è ben lungi dall’essere quell’evento fatidico e fatale attribuitogli dalla mitologia politica romana, ma solo un episodio di una più vasta “diaspora”Iuppiter il Giove dell’Eneide è la trasposizione dello Zeus greco, indoeuropeo e patriarcale, subordinato però, nella particolare visione teologica di Augusto, ad un Fato oscuro e ineluttabile.Anche Venus Venere è nell’Eneide la trasposizione della greca Afrodite, ma limitatamente alla sua qualifica di Genitrix. La Venus degli Italici fu tardivamente accolta nel pantheon romano (il suo primo tempio a Roma risale al 295 a.C.) e divenne in seguito, dapprima con Silla e poi con Pompeo e Giulio Cesare che l’aveva retoricamente assunta quale capostipite della dinastia Iulia, divinità tutelare dello stato romano, raggiungendo il suo apice sotto Traiano, che identificò il suo culto con quello della stessa dea Roma. A parte questi artifici retorici – che anche Virgilio utilizza - la vera Venus era una Dea assolutamente diversa, molto simile a Circe ed altre figlie del Sole.Su Antenor Antenore, importante personalità troiana, si narrava che fosse un traditore dei Troiani a favore dei Greci. In realtà si tratta di un’ipotesi sviluppata dopo la stesura dell’Iliade a causa del suo ruolo diplomatico nella vicenda del rapimento di Elena. Una tradizione ritenuta tarda ma in realtà riscontrabile nell’opera di Sofocle e poi di Eforo, vuole che Antenore, assieme al popolo anatolico dei Veneti, avesse fondato la città di Padova. Col termine di Antenoridi si designavano, per esempio in Pindaro, i Troiani in generale, cosicchè non si può sapere se le colonizzazioni di vari luoghi nel Mediterraneo attribuiti ad Antenore non vadano invece ricondotti al più generale fenomeno della “diaspora troiana” che poi, in realtà, non è troiana ma micenea. Circa la colonizzazione greca dell’Adriatico, vari scrittori antichi segnalavano la differenza di questi Veneti di Antenore dall’analogo popolo celtico con lo stesso nome, confermando in tal modo l’orientalità del popolo stabilitosi nella regione omonima. Anche l’eroe omerico Diomede, dopo aver colonizzato una parte della Puglia, secondo una leggenda si sarebbe stabilito nel territorio dei Veneti; avrebbe fondato la città di Spina e goduto di un culto nel santuario a lui dedicato alle foci del Timavo. La leggenda di Diomede, originatasi nella Puglia settentrionale (Daunia) si diffuse in tutta Italia, tanto da essere considerato il fondatore di Lanuvio… a pochi chilometri da quella Lavinio che avrebbe fondato Enea.regna liburnorum il regno dei Liburni era localizzato, grosso modo, tra l’Istria e la Dalmazia. La marineria liburnica, una volta romanizzata, costituì il nerbo della flotta di Augusto e fu decisiva ad AzioChe gli Eneadi siano progenies progenie di Giove è enfatizzazione virgiliana: nella mitologia greca è difficile scorgere qualcuno che non sia disceso da Zeus.Lavini Lavinio (odierna Pratica di Mare) sarà la città che Enea fonderà poco dopo essere giunto nel Lazio. A poca distanza da Lavinio sorgono le rovine di Lanuvio, dove era molto venerata la dea Giunone. E’ curioso – ma forse non troppo – il fatto che le due località praticamente abbiano lo stesso nome (c’è solo una metatesi con la Lanivio di epoca imperiale) ed è curioso che anche la parola Lazio (Latium), come vediamo qui appresso, gli sia simile. Lavinio, che sorgeva poco distante dalla foce del Numicio, non fu mai fondata da Enea in quanto non era altro che una delle città della confederazione latina. E’ significativo il riferimento dello pseudo-Aristotele (De Mirabilibus Auscultationibus I, 72) ad una località della Calabria, nei pressi di capo Lacinio (Lakinos o Lakinios), detta anche capo Latinio; il fatto curioso è che il promontorio traeva nome da un greco Lacinio o Latino che aveva una figlia di nome… Laurina. Si aggiunga che la città che verrà fondata è Crotone, cioè una metatesi del nome Corito, e si vedrà bene come Virgilio e i Romani abbiano trasferito nel Lazio leggende a loro del tutto estranee: “Uno di questi racconti venne adattato e ambientato sulle rive del Tevere”.[44] A Lavinio si mostra ancora oggi il mausoleo di Enea, recentemente scoperto. In realtà la struttura, tarda, fu edificata su una preesistente tomba micenea.Giove preannunzia a Venere che Enea porterà in Italia bellum ingens una grande guerra e, come se ciò non bastasse, “abbatterà popoli valorosi e imporrà alle genti proprie costumanze e città”. Sembra di leggere le promesse che Jahvè fece a Giosuè circa la Terra Promessa: toglietevi che mi ci metto io.Ascanius Ascanio figlio di Enea e di una certa Euridice (ma Virgilio lo attribuisce a Creusa), assumerà nel Lazio il nome di Iulo. Uno sfacciato artificio voluto per accreditare la derivazione della gens Iulia cui appartenevano Cesare e Ottaviano, direttamente da Enea[45]. Analoghi artifici Virgilio creerà per le genti Cluentia e Gegania dalle figure dei troiani Gyas e Cloantho; quella Sergia da Sergesto, la Memmia da Mnesteo[46]. Secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso, Ascanio non sarebbe mai partito con il padre ma avrebbe fatto ritorno a Troia quando i Greci si ritirarono dalla città.triginta magnos mensibus I “trenta grandi mesi” sono l’arcaico modo di computare il tempo in base al calendario lunare: un grande mese non è altro che l’insieme delle 13 lunazioni che formano un anno.Secondo Virgilio, morto Enea, il suo successore dedusse trent’anni dopo lo sbarco nel Lazio, una nuova capitale che denominò Longam Albam Alba Longa, probabilmente l’odierna Castelgandolfo. Anziché Lavinio, Alba fu la vera capitale della confederazione latina, grazie alla sua posizione strategica sui colli Albani e preesisteva al supposto sbarco degli Eneadi. Lavinio fu solo un importante centro religioso.gente hectorea La gente ettorea sono sempre gli Eneadi ma Virgilio, ancora una volta, omologandoli alla stirpe di Ettore figlio di Priamo, li fa Troiani per eccellenzaregina sacerdos Ilia Ilia, alta sacerdotessa di Albalonga (anche Nevio la chiama Ilia anziché Rhea Silvia come fa Tito Livio) rimasta incinta di Marte, dà alla luce i Gemelli Romolo e Remo. Nella zona di Lavinio era fiorente in epoca storica un santuario di Athena Ilia (cioè Troiana).mavortia Mavorte. Si tratta di un arcaismo per dire Marte. Prima della grecizzazione di Marte con Ares, gli italici lo veneravano come Mamers, Mavers o Mavors.imperium sine fine L’imperio senza fine che Giove conferisce ai Romani è indubitabile purchè lo si identifichi in quel filum conduttore che è passato di mano dal crepuscolarismo etrusco all’attuale apocalittismo cristiano.Giunone fovebit Romanos rerum dominos gentemque togatam favorirà i Romani, padroni del mondo e stirpe togata, farà la pace con loro…ma soltanto alla fine dell’ultimo libro (si ricordi il ruolo del parente di Mecenate), come dire: sarà sempre nemica di Roma e degli Eneadi! Svetonio (40, 8) riferisce proprio come parole testuali di Augusto “Romanos, rerum dominos, gentemque togatam” pronunciate a mò di rimprovero allorchè nel Foro vide i Romani vestiti con dei “cappotti” neri che ricoprivano le toghe bianche. Dette quindi ordine che si tornasse alla prisca abitudine di sostare nel foro con la sola toga. Questa è una ulteriore ed anche sfacciata prova di quanto Virgilio dovesse essere ligio alle linee-guida della politica augustea. Non è facile per i lettori moderni capire quanto i testi letterari dell’antichità siano stati anche degli strumenti politici. In ogni caso la toga per i Romani antichi aveva un vero e proprio valore sacrale, tant’è vero che a seconda di come la si indossava (si veda il cinctus gabinus di cui parla Varrone) si potevano assumere varie funzioni[47].