PROSPETTO PRELIMINARE< xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:office" prefix="o" namespace="">

 

 

L’Italia si vanta che in una sua città è nato Dante Alighieri, il quale nella Divina Commedia ha lasciato il meraviglioso monumento della maggiore altezza a cui abbia saputo elevarsi la moderna poesia. E non solo, in cinque secoli che sono succeduti, nessuno gli ha contrastata la palma, ma mentre in ogni altro genere di poetico valore non sono mancati gli emuli o imitatori dei sommi maestri, per l’esempio della Divina Commedia, tolto qualche poeta del Trecento, nessuno si è voluto impegnare nella stessa tenzone: e tutti hanno preferito guardare a Dante con timore e reverenza da lontano, consapevoli del monito che egli lasciò ai suoi lettori all’inizio del secondo Canto del Paradiso.

 

Né mi riferisco ai soli poeti italiani; ché in tutta l’Europa acculturata risuonano le lodi della Divina Commedia, se ne abbozzano dei commenti, se ne fanno traduzioni. Nondimeno non è ancora nato chi abbia voluto scrivere un simile poema nella propria lingua.

 

Ma per gli italiani Dante non è solo uno splendido luminare della poesia, né in questo solo aspetto si accompagna al suo nome la comune venerazione e gratitudine, dal momento che egli è meritoriamente considerato come il vero padre della nostra lingua, che per lui acquistò ricchezza ed efficacia, e piegandosi felicemente ad ogni varietà di forme, divenuta sicura delle proprie forze si esercitò in ogni genere di componimenti, e da umile cittadina si elevò al grado di matrona.

 

E’ altresì vero che scrisse altre opere in prosa e versi in volgare: ma non si può negare che del poema si è principalmente avvantaggiato il linguaggio, la prosa e la poesia italiana, cosa che non può disconoscere chiunque abbia consuetudine dei nostri buoni scrittori.

 

Ma questo nobile monumento della gloria d’Italia è stato posto in piena luce? Senza tema di smentite, affermo che non lo è ancora abbastanza, poiché rimangono in gran parte oscuri ai lettori i più importanti pensieri del poeta, i concetti che si annidano nei suoi versi, e i più nascosti significati dei suoi molteplici modi di esprimersi. E mentre tutti sono d’accordo nel tributare ammirazione per quel poema, non è ancora certo a quali pregi di poesia furono volti gli sforzi di quell’altissimo ingengo; cosicchè rimane ancora da chiarire per quale scopo di poetica eccellenza si allontanò dallo stile e dal parlare delle sue altre opere, e quali pensieri, e qual bisogno di non comuni significati lo indussero a cercare nuovi vocaboli, insoliti e squisiti modi di dire, ad usar tropi stranieri ed ingegnosi.

 

Quando Bernardo Davanzati scriveva a Baccio Valori: “Dal Signore dell’altissimo canto hanno tratto gli accademici della Crusca più lingua prettamente fiorentina che da tutti gli altri”, diceva una verità di fatto, venuta alla luce con la compilazione del vocabolario. Ma quando, scrivendo ai suoi Accademici, affermò, che il poeta si arricchì delle proprietà del comune parlare dei Fiorentini, si contraddisse. Se le voci e le dizioni da quello adoperate erano sulla bocca di tutti, perché mai nel suo solo poema le rinvennero gli Accademici? Ma il Davanzati, essendo Accademico anch’esso, teneva come un dogma, che la lingua usata da Dante era frutto spontaneo del suolo toscano; ed avendo nella sua traduzione di Tacito usate felicemente le proprietà del comune parlare di Firenze, si compiacque di chiamare suo compagno il Signor dell’altissimo canto.

Del resto, non mancarono coloro i quali avevano diversa opinione; come per esempio lo Speroni che nel suo dialogo sulle lingue disse, che Dante risentiva del lombardo, o del toscano di campagna. Il Caro poi, scrivendo contro il Castelvetro, disse a riguardo della felice scelta dei vocaboli, “non che si debba dar di falce, come dissero che fece Dante, ma che se ne scelga a tempo e luogo, come fece il Petrarca”.  Ed è pure da deplorarsi, che mentre la Divina Commedia mostrava chiaramente di essere ridondante di oscuri ed arcani pensieri, e di necessitare di un’interpretazione, i cultori delle lettere italiane ponessero unicamente la loro cura nel sentenziare sul pregio delle parole.

 

Ma agli esempi fin’ora addotti di incerti e poco favorevoli giudizi sul modo che aveva Dante di rimaneggiare la nostra lingua io non contrapporrò i ben diversi giudizi di tanti suoi ammiratori; né considererò se si attenne al solo volgare toscano. Del resto, non è da meravigliarsi se taluni si sono interrogati circa l’opportunità dell’uso di queste parole, quando non era ancora chiaro il loro stesso significato: al contrario bisogna dire che è veramente stupefacente quel linguaggio poetico che risplende malgrado l’oscurità dei concetti, e che costringe quasi ad ammirare ciò che in ogni altro autore si condannerebbe, ovvero l’ambiguo significato delle parole e i sensi riposti. Sarebbe facile indicare svariati luoghi del poema, non bene compresi, nondimeno valorosi scrittori hanno fatto proprie quelle locuzioni, e quasi fossero gemme rare le hanno riposte nei loro scritti.

 

A questo, direi, prestigio della poesia di Dante si deve attribuire l’ammirazione che non ha mai cessato di produrre, malgrado le mutate situazioni temporali. Sono passati cinque secoli, si sono perse le notizie degli accadimenti e degli uomini da lui celebrati, son mutati i costumi e le opinioni, si son spente quelle passioni politiche, da cui furono animati, o piuttosto infiammati, i suoi versi: nondimeno quest’ultimi non mancano di scuotere potentemente i pensieri e l’animo dei lettori. Ciò fa appunto sì che ogni cultore delle buone lettere si dolga di vedere come i significati di un così mirabile poema siano avvolti da una specie di caligine, non possano appagarsi con un acontinua gioia del felice accordo di quegli alti pensieri e profonde dottrine, caldi affetti, e forte poesia, ed anziché poterlo seguire con libera intelligenza in tutti i suoi concetti, si debbano molto spesso accontentare di rare e incerte congetture.

 

Chi mai fra quanti leggono e studiano la Divina Commedia possono dire a se stessi, di aver saputo intravedere i principali pensieri del poeta, i concetti nascosti in ogni verso, gli artifici della composizione? Ognuno si accorge che nel poema non c’è un a sola parola messa lì per caso, ognuna di esse appartiene ad un pensiero importante, e che il significato dei concetti più importanti non è quello che traspare alla prima lettura.

 

La critica si esercita più volentieri sugli argomenti importanti: ma come si potrebbe fare un commento sensato della Divina Commedia, quando non si è nemmeno in grado di stabilire il genere di poesia a cui essa appartiene? Ed è certamente grandissima la penuria di qualsiasi riferimento all’arte poetica di Dante, poiché alcuni hanno ritenuto di aggregarlo alla scuola romantica, altri ritennero che egli fu debitore dell’invenzione del suo poema al componimento di un monacello di nove anni: né a salvarlo da questi errati giudizi è bastato ch’egli si fosse solennemente dichiarato DISCEPOLO DI VIRGILIO.

 

Se è vero che per una retta comprensione del tutto si richiede la conoscenza dell’intero disegno di un’opera, allo stesso modo si sarebbe dovuto procedere per l’intendimento della Divina Commedia. Ma in questa direzione finora a poco hanno valso lo studio e lo zelo di tanti valorosi ingegni, che abbiano dato corso a quest’impresa che anzi non si è trovato ancora il bandolo della matassa. Le dottrine teologiche e filosofiche, le passioni politiche dei ghibellini, le stesse vicende della vita del poeta sono state additate come soggetto di pensiero allegorico, e tuttavia nessuno ha riflettuto al modo in cui, nell’intero impianto del poema, è stata articolata e scandita l’allusione ad uno stesso soggetto, posto che è l’elemento essenziale di tutti i componimenti allegorici.

 

Ci si mise Guido Foscolo poi, affermando che era vana speranza rintracciare il verace intendimento di Dante, e con tale sentenza condannò la Divina Commedia a rimanere un enigma disperato.

 

Se fosse vero il principio che dallo scarso successo degli altri bisogna trarre la conseguenza della vanità di ogni altro cercare, io per primo meriterei la taccia di folle per aver tentato lungo una strada che già per altri valorosissimi fu impercorribile. Già avrebbe dovuto scoraggiarmi l’esempio dei cultori del bello scrivere, che avendo posto tutta la loro attenzione alle preziosità stilistiche, non seppero cogliere il messaggio che Dante aveva lasciato alle ricerche dei suoi lettori. Non hanno avuto maggior fortuna coloro che con altre opere del loro ingegno hanno dimostrato di saper ben scandagliare nelle arcane discipline.

 

Nondimeno un primo indizio - parlo per esperienza diretta - purchè non venga trascurato, può additare la via a chi è in cerca della verità riposta, in modo tale che per questa stessa via si possano fare scoperte insperate. Gli studiosi, per essersi attardati con argomenti slegati dai pensieri del poeta, sono stati capaci di allontanarsi da quei segnali che per primi li avrebbero instradati verso la meta. A me è tornata utile, paradossalmente, la stessa rarità di questi segnali. Mentre questi studiosi si erano abituati, mercè il continuo esercizio, ad un esame tranquillo e compassato del loro soggetto, io al contrario beneficiavo, qui o là in misura maggiore o minore, del mio mestiere di magistrato.

 

Se a qualcuno sembrerà strano che io mi sia applicato agli argomenti della Divina Commedia con lo spirito di un magistrato inquirente, posso invitarlo a considerare che Dante stesso annoverò nel suo vasto bagaglio di conoscenze la scienza del diritto. E forse ci si potrebbe a buon diritto domandare come mai nessuno di coloro che dopo di lui si sono occupati della disciplina giuridica si sia mai voluto applicare alla  decifrazione del suo poema. Di questo fatto sono certo, atteso che per tutto il tempo in cui è stato in vigore il diritto romano non fu vana erudizione la notizia dei processi de plano che, nondimeno, per quanto ne sappia, nessuno ha notato che di questi stessi se ne parla in un canto dell’Inferno (XXII, v.83).

 

Essendomi io dovuto occupare di cose assai lontane dalla poesia e dagli autori classici, verso cui continuamente mi chiama il dovere, ho pertanto voluto predisporre una scusante a questo mio lavoro librario, nel caso non dovesse riuscire nel suo intento. Per quello che esporrò da qui in avanti sarà evidente che le mie ricerche mi hanno condotto a nuovi indizi, i quali avevano certamente bisogno di svariate conferme, appositamente ricercate, poiché non mi sono stati di giovamento i ricordi rimastimi degli studi trascorsi. Orbene, questo mio lavoro, che si sarebbe dovuto svolgere con velocità e comodità, è risultato invece per necessità di cose manchevole ed imperfetto, a volte frutto di un’intelligenza ormai stanca, che si è fatta strada a fatica fra i ritagli di tempo libero.

 

Sarebbe oltremodo severo chi sentenziasse che sono stato troppo audace nel proporre nuove interpretazioni, non solo alla lettura di Dante, ma pure a quella dei più famosi scrittori dell’Antichità, senza aver passato un adeguato numero di anni a studiarli. Eppure, se mi fossi trovato per caso a scoprire un ricco giacimento minerario, nessuno si meraviglierebbe del fatto di non aver avuto abbastanza tempo e abbastanza studio per riceverne nondimeno tutti i benefici! Perché poi avrei dovuto abbandonare all’oblio questo frutto delle mie fatiche, che pur mi sembra abbia il suo pregio? Perché non avrei dovuto, stanti le mie capacità, allontanare dall’Italia lo scorno di essere debitrice verso qualche penna straniera di una nuova interpretazione del poema sacro?

 

Del resto, se avrò avuta la ventura di segnare per primo la strada giusta, non mancherà chi più largamente di me vorrà spiegare tutto questo soggetto, e dal suo successo forse anche a me ne verrà qualche lode.

 

Vi saranno invece ancora di quelli che mi accuseranno di aver abbondato nel riferire notizie di autori antichi, quasi che possano esser troppi i documenti adoperati per richiamare dal passato una scoperta così importante. Ma non è riuscito mai a nessuno di accontentare tutti i generi di lettori!

 

Per prevenire un’altra possibile obiezione, mi è d’uopo premettere che spesso riferirò le stesse parole degli scrittori citati. Se qualcuno vedesse in ciò un venir meno del filo del discorso, vorrei che considerasse che allorchè si vuole trarre un significato riposto dalle cose dette da un autore, non si può fare a meno di mettere sotto gli occhi dei lettori le sue stesse parole. Né da ciò ne soffrirà la concisione, poiché non mi dilungherò a commentare queste stesse.

 

Cosi come mi auguro, con sfacciata sicurezza, che le mie osservazioni saranno di un qualche valore, del pari son sicuro quando affermo che ho cominciato il lavoro assai meglio di quanti si misero a commentare analiticamente ogni più piccola parte del poema. Se di norma è disagevole la comprensione di questo o quell’altro passo di un qualsiasi scritto, quando non se ne conosce il pensiero informatore, ancor più disagevole è per un’opera come la Divina Commedia. Non fu proprio Dante a dire a chiare lettere di aver avvolto in un velame i suoi intendimenti? Non stimolò i suoi lettori ad aguzzare l’ingegno per scoprirli? Ora, se davvero non voleva manifestare questi intendimenti apertamente, è chiaro che non poteva usare parole e locuzioni in senso chiaro ed esplicito, né si può credere davvero che per i significati riposti si sia accontentato dell’uso comune delle parole, proprio lui che nella sua dedica a Can Grande della Scala scrisse che il suo poema aveva più di una chiave di lettura.

 

Ma qual’era del resto, all’epoca di Dante, l’uso comune delle parole? Il nostro volgare stava nascendo allora, e per le cure di quelli che lo coltivavano acquistava ogni giorno nuove ricchezze e ogni scrittore contribuiva con del proprio, anziché riferirsi ad altri; seguirne gli esempi; riferirsi all’autorevolezza altrui. E certamente non era quello il tempo di vocabolari di volgare. O si vuol credere ad un Dante timido e servile alla ricerca di qualcuno che lo guidasse nello stile? Quand’anche ne avesse avuto la volontà, non avrebbe potuto farlo, talmente nuovi ed alti erano i suoi pensieri rispetto quelli suoi contemporanei. D’altronde è lui stesso che ci esplicita da dove ricavò vocaboli e locuzioni.

 

Nel Convito, quando soggiunge, raccontando che aveva cercato e trovato consolazione alla morte di Beatrice nello studio delle scienze filosofiche:

E siccome esser suole che l’uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro, lo quale occulta ragione presenta, non forse senza divino imperio; io che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli di autori, e di scienze, e di libri, li quali considerando, giudicava bene, che la filosofia, la quale era donna di questi autori, di queste scienze, e di questi libri, fosse somma cosa.

 

Mi sia permesso di augurarmi che per le cose che dovrò dire sarà posto in piena luce il senso di queste parole. Ma intanto tolgono ogni incertezza circa il modo che Dante impiegò nella trattazione del nostro idioma e chiariscono ch’egli non provvide la sua penna, come uno scrittore da strada, col linguaggio dei discorsi comuni, ma di vocaboli e locuzioni erudite e filosofiche.

 

Credo di aver messo in luce le differenze principali che distingueranno il mio metodo d’indagine da quello dei precedenti commentatori della Divina Commedia. Ciò che si è ottenuto finora è certamente stato un fervido parto della sagacità e dell’erudizione di molti felici ingegni, poiché grazie a loro la lettura del poema è divenuta famigliare agli italiani colti, mentre in precedenza si trovava un intoppo ad ogni pagina. Tuttavia ciò è avvenuto solo per tantissimi luoghi del poema avulsi dal loro contesto, non per l’opera organicamente intesa.

 

Resta dunque da compiere per un’altra via l’interpretazione dottrinale dell’opera, quale indubbiamente essa è, cercando di penetrare nel pensiero nascosto dell’autore e di rinvenirvi quelle idee primarie verso cui, con variati nessi, si riferiscono tanti passi che, presi isolatamente, rimangono di difficile e oscura interpretazione.

 

Pertanto tenterò di aprire una nuova via e di percorrerla per un tratto. Se riuscirò nell’intento sarò questo il coronamento dell’opera. Chiunque legga nel Convito di Dante le tre canzoni che vi sono incluse, e ne legga poi il commento, dirà che con la sola guida delle sue congetture non avrebbe mai sospettato che vi fosse tanta quantità e profondità di significati. Che pensare dunque di un poema come la Divina Commedia, per il quale l’autore dice di avervi concorso mano e cielo e terra?

 

Debbo però confessare che non ho potuto usufruire di tutti quegli ausilii che a tale impresa necessitano. Trattando il poema principamente di un soggetto teologico, ed essendo opera di Dante, dottissimo in questo argomento, io sono certamente carente di altrettante cognizioni. Queste mie poi dovrebbero essere di così vasta portata da abbracciare gli studi biblici e la patristica, quelli stessi che fiorivano al tempo del poeta. In tal senso, se dovessi pervenire a scoprire qualche oscuro sentiero, potrò considerarmi soddisfatto e degno studioso di Dante.

 

Mi limiterò pertanto a tentare di illustrare quell’aspetto del poema che si riferisce alla letteratura degli Antichi e tutto ciò che in esso si accorda e riferisce con le loro dottrine e con quel modo occulto di esprimersi che a mio parere si palesa non solo nel poema ma in tutte le altre opere dell’Alighieri. Non mi propongo dunque di presentare ai lettori un nuovo aspetto della storia della letteratura antica, ma di porre innanzi ai loro occhi ciò che alcuni fra gli Antichi in tali materie espressero, e dimostrare appunto che DANTE SEGUI’ APPUNTO QUELLA SCUOLA.

Così, mi studierò di provare che:

·      fu opinione di molti fra gli Antichi che la sapienza dei primordi nacque in Egitto;

·       che ne furono autori i sacerdoti di quel popolo,

·       che i medesimi la serbarono sotto il velo del segreto;

·      che allo scopo inventarono un linguaggio apposito, che introduceva i suoi significati occulti nel linguaggio apparentemente piano;

·      che di quest’arcana sapienza, accompagnata all’arcano linguaggio, si componevano essenzialmente i culti misterici;

·      che anche con siffatto linguaggio la scienza sacerdotale e i Misteri passarono in Grecia;

·       che da questa scuola uscirono i primi poeti;

·       che ad esempio dei poeti anche i filosofi si avvalsero dell’occulto linguaggio;

·       che le regole dello stesso erano insegnate dai grammatici;

·       che questo modo di scrivere si conservò fino ai tempi di Dante, Petrarca e Boccaccio, i quali vi si attennero nelle loro opere.

·      che la Divina Commedia fu composta dal suo autore ad imitazione dei più illustri poeti dell’antichità

·      che è strutturata come una teletè, ossia come una iniziazione ai Misteri.

 

Non credo che nessuno si possa meravigliare che avendo Dante preso il soggetto del suo poema da argomenti connessi con le verità rivelate della nostra religione lo abbia poi modellato a somiglianza degli antichi culti misterici. Se ordinariamente i poeti cristiani hanno trasportato nei loro versi le invenzioni degli antichi poeti, non vi era motivo che avesse dovuto impedirgli di proseguire in una tale imitazione, quand’anche nessun’altro ne avesse proseguito l’esempio.

 

Questi Misteri sono stati certamente il principale soggetto della poesia degli Antichi a meno che intorno agli stessi di proposito non siano stati scritti i poemi stessi (vedi il commento di Heyne ad Apollodoro), o che siano stati affrontati all’occorrenza. Basti qui ricordare il sesto libro dell’Eneide, del quale non poca parte venne trasportata da Dante nell’Inferno, appunto perché il poeta si propose di attenersi agli arcani pensieri di Virgilio, il quale pose in quel libro molte cose appartenenti ai Misteri di Eleusi.

All’indole e alle proprietà delle teletè è particolarmente consono quel modo solenne e misterioso con cui Dante nelll’intero poema andò svolgendo i suoi pensieri. E soprattutto nella sua persona egli descrive i successivi progressi delle teletè sino al conseguimento finale.

 

E’ noto, per le notizie raccolte dagli scrittori che si sono occupati dell’argomento, che ogni teletè era finalizzata all’epopsi, ossia alla veduta che si offriva al myste di quelle cose che fino ad allora gli erano state nascoste: ed il poema di Dante offre per tutto l’Inferno il suo “viso stallo”, ossia la sua vista sempre rimasta in pessima condizione; ma dal principio del Purgatorio in poi è dipinta la progressiva purgazione della sua vista, finchè nell’ultimo canto del Paradiso giunge a discernere le somme verità della nostra religione.

 

Se Aristarco Scannabue avesse sospettato tutto ciò, non sarebbe stato tanto affrettato a lodar l’opinione che la nostra lingua deve il suo inizio e principale splendore a tre opere, una composta per satira, una per galanteria, ed una per trastullo di femmine, ma si sarebbe  piuttosto attardato ad esaminare se per avventura la lingua italiana avesse un’origine assai più nobile di tutte le moderne lingue d’Europa. E forse ad un tale esame non saranno inutili alcune cose che andando innanzi comincerò ad esaminare.

 

 

DEI POETI PER ECCELLENZA

 

 

Sinesio nel suo libro Sulla Provvidenza disse, che Osiride era accurato giudice delle opere di poesia, che hanno breve o lunga vita, ed il Petrarca nel libro VIII dell’Africa parlò di aeternos vates. Né Dante ebbe un diverso intendimento quando finse di aver detto a Brunetto Latini:

 

M’insegnavate come l’uom s’eterna

 

e quando scrisse il verso,

 

Col nome che più dura, e più onora:

 

ché nessuno credo vorrà attribuire a quel raro ingegno questa strana opinione, che sia sufficiente comporre versi, buoni o cattivi che siano, basta che vi siano pensieri banali o volgari, per rendere eterno il proprio nome, e poiché all’epoca la poesia banale si distingueva da quella eterna, vediamo in cosa queste si distinguevano fra loro.

E’ giunto fino ai tempi nostri un frammento di un’opera di Isacco Zeze intitolata Prolegomeni allo Studio dei Poeti, tramandatoci da Stobeo. Sono notevoli queste parole: “Descriverò adesso quali siano i pregi e i caratteri di tanta varietà di poeti. Quattro sono i pregi di coloro che sono considerati poeti in senso eminente. Il metro eroico, la favola allegorica, la storia e il caratteristico verseggiare. Coloro che difettano di tali pregi sono definiti poeti epici. I veri poeti furono cinque: Omero, Esiodo, Paniasi, Antimaco e Pisandro.

 

Fra i moderni ve ne sono tanti,

 

Di quante frondi e fiori è ricco Aprile.

 

Prendendo per quono questo assunto, cioè che il nome di poeta denotava il poeta in senso eminente, di gran lunga superiore a tutta la serie degli altri poeti, si comprenderà nel suo vero senso un verso di Lucrezio (De Rerum Natura l. III). Dicendo che furono soggetti alla comune legge della morte anche i re più illustri, l’inventore della navigazione, Scipione, Democrito, Epicuro, ed i primi maestri del sapere e delle lettere, aggiunge:

 

Adde Heliconiadum comites, quorum unus Homerus

Sceptra potitus eadem aliis sopitus quiete est.

 

Chi avrà mai la stoltezza di affermare che il poeta pose accanto ai pochi luminari dell’umano sapere tutta la turba dei poeti, anche quelli inetti e insulsi, che erano apparsi fino ai suoi tempi? Egli volle riferirsi solo ai poeti per eccellenza: più avanti chiarirò che questi soli potevano dirsi compagni delle Muse, cioè delle scienze. Ora se per poeta si intendeva senz’altro il cultore di quell’alto genere di poesiea a cui diede cominciamento Omero, come si dovrà intendere il “poeta fui” che Dante pose in bocca a Virgilio?

 

Non si potrà dubitare che quando lo stesso Dante racconta di avergli rivolto la parola, chiamandolo espressamente poetra, significa che gli si indirizzò con la massima reverenza? Il Petrarca nella sua invettiva contro un medico, che gli aveva fatto perdere la pazienza, disse che non aveva l’audacia di definirsi poeta. È non è davvero possibile che intendesse che non era capace di poetare, bensì che non si riteneva degno di venire annoverato tra gli imitatori di Omero e di Virgilio; chi proverà a leggere l’intera sequenza di quell’invettiva, non potrà che confermarsi in quest’opinione. Anzi il Petrarca stesso, redigendo per di più un componimento poetico, affermava di non esser poeta:

 

S’io fossi stato fermo a la spelunca,

Là dove Apollo diventò profeta,

Fiorenza avria fors’oggi il suo poeta,

Non pur Verona, e Mantoa, ed Aurunca.

 

Sia qui detto di passata, il poeta di Aurunca qui nominata non è Lucilio, bensì Silio, che era natìo di quella città, come lasciò scritto lo scoliasta di Giovenale. A dispetto dello stesso Silio tuttavia, che si era dichiarato campano, c'è chi l’ha voluto nativo della regione peligna e chi della Spagna, senza accorgersi che il Petrarca nominò come uno dei maggiori poeti colui di cui si era fatto emulo col suo poema l’Africa, e che, naturalmente, pensava di avere sorpassato. Quanto a Dante, ritenne che non fosse degno dell’eletta schiera, poiché scrisse che Firenze non aveva ancora il suo poeta. Se questa fu gelosia di gloria o opinione contraria, non è facile stabilire.

 

Finchè non si accerterà il carattere e la struttura della vera poesia, non si potrà rinvenire il vero significato di talune cose che vennero riferite a Dante circa alcuni illustri poeti dell’Antichità. Nel quarto canto dell’Inferno scrive di aver visto radunarsi la bella scuola di Omero, cui partecipavano pure Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano, al che par che ripugni il fatto, poiché Orazio ed Ovidio hanno seguita una traccia diversa da quella di Omero.

A Stazio, invece, mise in bocca, dopo aver nominato Virgilio, che:

 

Senz’esso non fermai peso di dramma:

 

ed a noi moderni lettori di Stazio si rendono evidenti le imitazioni di alcuni episodi dell’Eneide, così come dei sacrifici annuali in onore di Ercole o della vicenda di Eurialo e Niso,ma non un vero e proprio studio di pura copiatura. Dice Dante di se stesso, che ha tolto a Virgilio

 

Lo bello stile che m’ha fatto onore

 

e non ancora si è scoperto come mai lo stile poetico di uno sia stato battuto col conio di un’altro, non essendo stato sufficientemente chiarito questo punto da ciò che ai nostri giorni ne ha scritto Vincenzo Monti. Lo stesso Dante nel principio del poema chiamò Virgilio quella fonte,

 

Che spande di parlar sì largo fiume;

 

e finse poi nel decimo canto che quest’ultimo gli avrebbe ingiunto di dire poco; il che è un’evidente contraddizione. Anche considerando gli stessi giudizi che Dante esprime nei confronti del suo stesso poema, in questo e nella cantica a Can Grande della Scala, manifestò di considerare il purgatorio più dell’inferno: invece a giudizio comune dei posteri, le maggiori bellezze sono poste nell’Inferno. Bastino queste osservazioni a fornire qualche ragguaglio che la poetica e la critica di Dante e quella sua contemporanea erano ben diverse dalle correnti opinioni in tal materia, e non somigliano affatto con i giudizi che oggidì si esprimono sulle opere poetiche.

 

E’ dunque necessario tentare, se possibile, di porre in luce la poesia per eccellenza, il racconto allegorico, e quel particolare modo di esprimersi di cui disse lo scrittore greco più sopra citato. Da ciò si potrà concluderne che a questo genere di poesia appartiene pure la Divina Commedia.

 

Riassumendo tutto quanto andrò esponendo, è mia opinione che Dante non si discostò dalle regole di quell’alto genere di poesia, cui era debitore attraverso gli esempi e le regole della scuola degli antichi maestri che ancora si trasmetteva fino ai suoi tempi. A suo luogo riferirò di un fatto assai noto, di cui però non si sono tratte tutte le conseguenze, cioè che ai suoi tempi era riconosciuto da tutti gli studiosi che il poema fosse stato scritto oscuramente e necessitasse di un’interpretazione; né poteva prevalere una diversa opinione, essendo allora conosciuta quale fosse la poesia in senso eminente.

 

Tuttavia di lì a poco sorse una nuova scuola, vincente sulla più antica, che ne fece cadere nell’oblìo le regole, le dottrine, ed il linguaggio. Era questa la principale caratteristica della vecchia scuola, che conservava qualsi inalterate le sue dottrine, il cui più intimo insegnamento era appannaggio di pochi sapienti: la chiave di questo era riposto in una misteriosa elocuzione da essi posseduta.

 

Da una tale stabilità di sapere, e di arcano linguaggio, si discostarono i nuovi letterati. E tolta la riservatezza del segreto, venne anche meno l’uso di tramandarlo attraverso un prudente insegnamento. Ho detto cose della massima importanza, che per la loro veracità, ci portano a concludere che la letteratura antica era strutturata come i templi, che non erano chiusi per nessuno, ma il cui sacrario aperto era conosciuto da pochi.

 

Ciononpertanto non è da meravigliarsi, se si considera che non pochi studiosi che hanno esaminato gli autori antichi, si sono accorti che l’antichità possedeva una sapienza nascosta ed un linguaggio allegorico, ma che si sono sforzati vanamente di penetrare. Era certamente un’impresa ardua, perché i nascosti significati collegati ad un linguaggio oscuro oppongono una resistenza tenace a tutte le investigazioni dei dotti. Se ora io, spingendomi più oltre, ho sospettato che la sapienza nascosta e l’arcano linguaggio si annidarono nella poesia degli antichi, ed in altre parti della loro letteratura, non mi sono scontrato con quelle opinioni: se in ciò non mi sono ingannato, ed ho trovato la via con una fortunata congettura su un’aspetto sconosciuto dell’antica letteratura, ciò mi deve bastare.

 

Ad altri il compito di proseguire nella ricerca; costui prenderà le mosse da quel poco che avrò additato a spiegazione della Divina Commedia. Se le mie congetture non arriveranno ad avere l’autorevolezza di una piena e convincente dimostrazione, si consideri che ho dovuto assemblare degli argomenti per desumere da molti scrittori antichi quello che essi stessi si astennero dal dichiarare apertamente.

 

Non nascondo che ho acquistato fiducia di essermi avvicinato alla verità dal momento che ho trovato la strada già aperta da un’illustre studioso moderno. Gianvincenzo Gravina trattò nella sua Ragion Poetica dell’origine della poesia con quella dottrina e con quell’acume di cui risplendeva. Notando che le menti volgari sono incapaci di apprendere delle nozioni di carattere universale, e che d’altra parte sono provviste di una fantasia assai accesa, disse, che considerando ciò gli antichi poeti, si inventarono i miti, nei quali infusero nascoste le loro dottrine morali e teologiche: ne conseguì - egli scrive - che quelle storie mitologiche e quelle raffigurazioni pittoriche o statuarie, che per i sapienti erano il simbolo di profondi pensieri sulla Natura Divina, per le masse divennero oggetto di idolatria.

 

Quanto poi alle invenzioni dei poeti, sono significative queste parole: “Perlochè gli antichi poeti con un medesimo colore esprimevano sentimenti teologici, fisici e morali; colle quali scienze, comprese in un sol corpo, vestito di maniere popolari, allargavano il campo ad alti e profondi misteri”. Ma quando volle produrre qualche esempio del senso riposto dell’antica mitologia, non uscì fuori dai limiti di alcune note interpretazioni; e non si curò affatto di porre in luce l’artificio con cui quelli intessevano più significati nei loro versi.

 

Anche nel suo Ragionamento intorno all’Endimione, il Guidi riferì gli stessi argomenti; disse poi dei poemi di Omero, al cui riguardo notò che, sebbene avessero l’aspetto di racconti per donne, sono interpretati ben altrimenti da coloro che considerano le dottrine degli antichi Fisici e dei primi saggi del paganesimo, avvolta e tramandataci sotto la rozza scorza di segni ed enigmi oscuri. Tuttavia aggiunse che si era pressocchè persa la chiave decifratoria di queste cifre ed enigmi, mentre in antico essa passava di mano in mano.

 

Proseguendo nel suo ragionamento si indirizzò alla Divina Commedia; sentenziò che Dante, sprovvisto dell’antica conoscenza esoterica, non ne seppe riportare i giusti coliri ed ombre, per produrre un corpo tale, che insieme sapesse saziare i sensi del volgo e appagare di sublimi contemplazioni e fisiche cognizioni le menti dei sapienti; e che le dottrine di quel suo tempo non erano di tale importanza da meritare di venir rivestite con simili artifici. Concluse pertanto che il poema dantesco, privo di nobili dottrine, e di sensi riposti, è assai inferiore a quel miglior genere di poesia di cui l’antichità ci ha lasciato alcuni ragguardevoli esempi.

 

Poste queste affermazioni del Gravina, non mi perito di affermare che riguardo alle antiche dottrine dei poeti ed al loro sistema di introdurle nei versi, dopo di lui non si è aggiunto nulla di nuovo da parte di coloro che hanno studiato tutte le peculiarità di questi stessi; anzi non mi consta che qualcuno abbia posto mano agli argomenti da lui appena accennati, e abbia tentato di approfondirli ed arricchirli di nuovi elementi.

 

Non avendo, l’illustre scrittore, indicato le fonti a cui si era riferito per le sue tesi, c’è da sospettare che abbia piuttosto intravisto più che visto liberamente il segreto degli antichi poeti. Se avesse scelto di trattare più approfonditamente un tale argomento, anziché sorvolarlo di passata, l’avrebbe potuto svolgere ed esporre compiutamente: e forse allora si sarebbe fatto del poema sacro un ben più alto concetto. Poiché nessuno, tra coloro che si sentirono di intraprenderne lo studio, si è finora dato a colorare ciò che il Gravina si accontentò solo di disegnare, tenterò io per primo di addurre qualche prova di questi argomenti.

 

 

PRIMA ORIGINE DELLA LETTERATURA IN EGITTO

 

 

Della sapienza dell’antico Egitto parlarono frequentemente i greci e i latini scrittori: e dissero che abbracciava ogni qualità di dottrine. Macrobio, per esempio, una volta chiama gli Egizi padri di tutte le filosofiche discipline; altra volta dice, che furono i primi che ardissero studiare e misurare i corpi celesti; altra volta li dichiara soli consapevoli delle cose divine. Ed anche ci è noto per qualche antico scrittore, che la loro sapienza era arcana, e ch’era custodita gelosamente dalle supreme gerarchie dell’ordine sacerdotale; anzi Porfirio ci ha conservate le denominazioni di queste gerarchie privilegiate, Plutarco poi dice più espressamente: “I re si eleggevano o dalla classe de’ sacerdoti, o da quella de’ guerrieri, l’una stirpe avendo dignità ed onoranza pel valore, e l’altra per la sapienza. E’ l re eletto fra’ guerrieri subito diveniva uno de’ sacerdoti, ed entrava a parte delle filosofia, la quale nella maggior parte era nascosta nelle favole, ed in discorsi che avevano delle oscure indicazioni e trasparenze della verità, come invero essi danno a divedere, ponendo acconciamente innanzi a' ’oro tempii le sfingi, per significare che la loro teologia contiene una sapienza enigmatica”. Adunque l’egizia sapienza era unicamente posseduta dall’ordine sacerdotale; e solamente i re, che dapprima fossero stati guerrieri, per particolare privilegio erano ammessi ad impararla. E questo arcano sapere non era nemmeno esposto lucidamente, essendo oscuramente significato dalle favole, o lasciato travedere per mezzo di cenni sottili e sfuggevoli; il che vuol dire che quelle dottrine, arcane per se stesse, erano anche coperte col denso velo di ardue significazioni. In fatti dice ancora Plutarco, che la storia d’Iside ed Osiride nel suo ascoso senso era intesa a significar la natura beata ed incorruttibile, secondo la quale si apprende la Divinità. Or non è possibile che tanta difficoltà e tanto stento di stillate enunciazioni si fosse introdotto senza un fine concorde alle istituzioni, e che senza un perché si fosse provveduto, che la sapienza rimanesse incerta ed enigmatica anche per coloro a cui era confidata. Ma essendo a’ medesimi commesso l’officio di custodirne l’arcano, e di scoprirne con varia misura qualche parte alle varie classi d’ addottrinati, l’arte di porla oscuramente nelle favole, e nelle sottili locuzioni era parte degli studii di quell’ordine privilegiato, a cui per questo fine era confidato il deposito dell’arcana sapienza.

 

Mi pare che faccia certissima fede delle cose pur ora considerate il seguente squarcio delle Etiopiche d’Eliodoro. “S’incontrò che allora venissero le Nilòe, massima festa presso gli Egizi, la quale suole celebrarsi verso il solstizio estivo, e segnatamente quando il fiume incomincia ad ingrossare: e sopra tutte le altre cose è tenuto in riverenza dagli Egizii, attesa questa ragione. Gli Egizii fanno del Nilo un nume, e lo credono il massimo de’ migliori, magnificando il fiume come imitatore del cielo, poiché senza nuvole, e senza piogge nell’aria, irriga ad essi la terra, e regolatamente vi si spande. E fin qui ciò che ne pensa il grosso del popolo: ma quello che vi si ripone il divino, è ciò che vengo a dire. Tengono, che dell’essere e vivere è principalmente causa agli uomini la riunione della sostanza umida, e della secca (dicendo che gli altri elementi insieme con queste stanno, e si manifestano); e tengono, che l’una è rappresentata dal Nilo, e l’altra dalla loro terra. E fino a questo segno le cose teologiche son divulgate. Sibbene a’ misti annunziano, che la terra è Iside, e il Nilo è Osiride, scambiando co’ nomi le cose. Laonde la Dea lo desidera quando è lontano; si allegra quando sta seco; e quando sparisce, si compiange, e odia Tifone come un nemico: chè, secondo mio avviso, alcuni uomini dotti delle cose naturali, e delle teologiche non dischiudono a’ profani i sensi che in ciò sono sparsi; ma dànno loro in forma di favole i meno arcani insegnamenti. Bensì in modo più lucido iniziano quelli che vi sono disposti dentro al tempio, e coll’ ignifera lampade degli esseri. E mi sia benigno il cielo quanto alle cose che ho dette: ma le più mistiche sieno onorate con un profondo silenzio”. Basterà porre attento studio nelle cose dette da Eliodoro, perché non rimangano nascosti gli artifizii con cui da’ sapienti di Egitto erano velate, ed avaramente insegnate le loro dottrine: ed era questa la principale scaltrezza, che le stesse parole, secondo la diversa qualità degli addottrinati, erano segni di pensieri diversi. Infatti ha detto espressamente, che sotto al velo della credenza popolare si nascondeva la scienza sacerdotale, la quale abbracciava le cose naturali, e le teologiche.

 

Il grosso del popolo riguardava il Nilo come una deità; gli adepti del più basso grado sapevano, che nel Nilo era rappresentata la sostanza umida, e nella terra d’Egitto la sostanza secca; ai misti, cioè agl’ iniziati novizii, era noto il Nilo essere Osiride, e la terra Iside; fra questi quelli ch’ erano dotati di più acuto discernimento erano ammessi dentro al tempio, ed erano iniziati coll’ ignifera lampade degli esseri in dottrine indicate da questa locuzione; e finalmente venivano le più alte dottrine mistiche, le quali erano custodite sì con un profondo silenzio, ma erano parimente adombrate nel Nilo, e nella terra d’Egitto. In questo modo, e non una volta sola, si scambiavano co’ nomi le cose, cioè si davano a’ nomi parecchie significazioni lontane dal proprio valore, e dalla comune intelligenza degli stessi. Quali fossero i più arcani sensi, sarebbe vana impresa di volerlo indagare: ma ben si può credere che appartenevano alle dottrine teologiche, come ne dànno argomento le seguenti parole di Clemente d’Alessandria. “Però dagli Egizii non si commettevano i misteri a chicchessia, poiché non si palesavano a’ profani le cose divine, ma a quelli ch’erano chiamati a regnare, e de’ sacerdoti a quelli ch’erano tenuti in sommo onore e pel modo com’erano stati istituiti, e per la dottrina, e per la stirpe”.

 

Si è veduto, che la sapienza egizia abbracciava molta varietà di materie: al che si vuole aggiungere, che secondo la sua principale partizione era rivolta ed alle cose di teologia, e ad altri soggetti. Eliodoro, il quale nelle sue Etiopiche introduce personaggi ed avvenimenti di Egitto, racconta siccome Cariclea, quando era dubbiosa intorno alle cose divine e alle umane, ne domandava a Calasiride, e imparava. Quale e quanto fosse questo sapere sacerdotale, non è facile d’ indagarlo: e vi è ragione da credere, che a’ tempi di Strabone si fossero già perdute le più recondite dottrine, poiché come sappiamo da questo scrittore, erano abbandonate e deserte quelle stanze in cui per lungo tempo un’eletta schiera di sacerdoti aveva atteso a gravi meditazioni. Ma non vi è ragione di dubitare, che tali dottrine tendessero ad un fine lodevole. E nondimeno i primitivi autori dell’egizia sapienza aveano tolerato, che si potesse usurparne il nome e l’autorità una sapienza vana e fallace, e i loro successori non si adoperavano per estirparla. Il che ben si accordava col loro sistema di custodire con geloso arcano la vera sapienza, e di ammettere parcamente ad esserne consapevoli e soli iniziati: dimodoché ad appagare la moltitudine si spacciavano le illusioni e gl’inganni d’una ignobile e trista ciurmeria. Ne fa certa fede presso Eliodoro il sapiente Calasiride. “Conciossiachè io feci congettura che avendo egli udito a mensa siccome io era un profeta egizio, veniva a chiamarmi in soccorso del suo amore, come quello che si era lasciato vincere dall’errore de’ più, che una e sola sia la sapienza degli Egizii. Ma nella verità vi ha una sapienza popolare, che va, si direbbe, per terra; serva degl’idoli, ed aggirantesi intorno a’ cadaveri, rivolta alle erbe, e dedita alle incantagioni, che non va ella stessa ad alcuno buon fine, né vi conduce che ad essa si appiglia, ma sbaglia assai sovente l’opre sue; ed alle volte compie alcune cose tristi e malaugurate, fantasmi che mostrano di essere quello che non sono, e fanno dileguar le cose sperate, inventrice di rei f