Capitolo Primo

 

L’AMORE E LA MAGIA

 

 

 

L’Amore è all’origine del mondo, e rimane il fattore essenziale e l’ossessione eterna dell’umanità; la ragion d’essere, di vivere e di sperare, il perno fisso su cui gira il nostro globo, la causa e la finalità della maggior parte delle cose di quaggiù, la condizione stessa di ciò che c’è di più contrario: l’odio, generato il più delle volte proprio dall’Amore.

 

Schopenhauer, il grande filosofo tedesco, ha scritto giustamente: “L’istinto sessuale è la più completa manifestazione della volontà di vivere; è dunque la concentrazione di tutta la volontà”

 

Nulla di più vero, ed è sufficiente sbarazzarsi del velo di ipocrisia di cui malauguratamente l’uomo si ricopre per compiere il percorso del suo destino, per rendersi davvero conto che l’amore – e ci riferiamo all’amore sessuale, quello che trae origine nel legittimo e benefico desiderio carnale, avido di voluttà e delle gioie più sensuali – è nell’esistenza l’atto più importante, quello che per primo condiziona tutti gli altri atti. L’Amore regna, sovrano assoluto, sulla Vita e sulla Morte.

 

Secondo le teorie gnostiche, è mediante un atto d’amore che il mondo venne creato: l’Assoluto, in un immenso coito cosmico generò il Pensiero, ed il Dio Uno divenne la splendida dualità, prima coppia di amanti perfetti, la sizygia voluttuosa il cui intenso desiderio avrebbe fatto nascere la materia.

 

Inoltre, l’Amore presiede all’intera creazione e l’atto sessuale, compiuto in una selvaggia stretta da ogni coppia umana o animale, non è altro che la replica di quello che ci generò nel Tempo primordiale, nel grande empito del desiderio divino, di cui tutte le mitologie hanno conservato il ricordo più o meno velato nelle leggende dei poeti, che spogliate del loro rivestimento di favola, ci rivelano lo splendido viso del desiderio sessuale, della ricerca della voluttà, dell’Amore.

 

Così Esiodo ci insegna nella Cosmogonia che l’Amore è il Padre degli Dei e degli uomini. L’Antichità intera deifica l’Amore, il sesso è all’origine di tutte le cerimonie cultuali, così com’è alla base di tutte le cosmogenesi. La Grande Dea, è la Femmina trionfante e dispensatrice di gioia in virtù del suo fascino e della sua grazia. La passione è sacra, e l’atto propagatore della specie mediante il piacere dei sensi, è un’atto religioso, oggetto di severe iniziazioni.

 

Unica, la Bibbia giudaica getta sull’Amore un pesante mantello di biasimo. All’inizio della Genesi, vediamo che Adamo ed Eva passeggiano melanconicamente nel Paradiso Terrestre, ignorando completamente il fatto fascinoso di essere nudi. La prima donna è là, splendida nelle sue forme giovanili, auspice delle più incredibili voluttà. Ma la proibizione dell’irascibile e geloso Demiurgo è più forte del desiderio soggiacente, ed i nostri primi progenitori non conobbero la gioia di amare, fin quando Lucifero, sotto forma di serpente – un evidente simbolo – tentò Eva impartendogli i più sublimi insegnamenti col farla consapevole della sua femminilità.

 

Ciò che successe poi è noto. Tuttavia una vecchia leggenda rabbinica ci assicura che per un lungo periodo Eva fu l’amante affascinata dell’angelo Samael, mentre Adamo gustava i piaceri della carne al fianco della bella ed oscura Lilith.

 

Questi amori di tempi elohimici ci offrono la chiave dei diversi temperamenti, poiché l’umanità deriva da una triplice unione primordiale: Adamo ed Eva, Adamo e Lilith, Eva e Samael.

 

Bisogna aggiungere quella successiva che fu la conseguenza della Caduta degli Angeli. Episodio importante perché con il loro desiderio amoroso le creature celesti ci fecero conoscere la Magia.

 

Un versetto del Genesi (VI,2) ci informa che “i Figli di Dio, vedendo che le figlie degli uomini erano belle, presero per compagne quelle che gli piacevano di più”.

 

La Bibbia non fa altri accenni a questa singolare vicenda d’Amore e dobbiamo riferirci al Libro di Enoch per avere qualche dettaglio aggiuntivo su questa splendida storia dell’arrivo degli Angeli del desiderio.

 

Il Libro di Enoch, essendo considerato un apocrifo e poco conosciuto, noi riportiamo i frammenti che si riferiscono alla Caduta degli Angeli ed i benefici che ne derivarono per l’umanità delle origini: “In quei tempi in cui i figli degli uomini si erano moltiplicati, successe che gli nacquero delle figlie, belle e desiderabili. E quando gli Angeli, figli celesti, le ebbero contemplate, se ne innammorarono; e si dissero l’un l’altro: scegliamoci delle spose tra la razza umana, e generiamo dei figli. In numero di duecento essi scesero quindi su Aradis, luogo posto nei pressi del monte Armon. Ecco i nomi dei loro capi: Samyaza, loro comandante, Urakabaméel, Akibeel, Tamiel, Ramuel, Danel, Azkeel, Sarakmyal, Asael, Amers, Batraal, Anane, Zavebe, Samsavael, Ertael, Turel, Yomiael, Arazèal. Essi erani i capi di quei duecento angeli; e stavano tutti assieme.

 

Essi scesero ognuno una donna; le si avvicinarono e coabitarono insieme; gli insegnarono la Magia, gli incantesimi e le virtù di radici ed alberi. Le ingravidarono e ne ebbero dei Giganti dell’altezza di trecento cubiti. Quest’ultimi divoravano tutto quanto gli uomini riuscivano a produrre, e divenne impossibile nutrirli.

 

Azayel insegnò agli uomini a farsi delle spade e dei coltelli, degli scudi, delle corazze e degli specchi; gli insegnò la fabbricazione di braccialetti e monili, l’uso della pittura, l’arte di truccarsi gli occhi, delle pietre preziose ed ogni sorta di tinture, di modo che il mondo venne corrotto. Crebbe l’empietà; la fornicazione si moltiplicò; le creature trasgredirono e corruppero tutti i loro percorsi. Amazarak insegnò sortilegi di ogni genere, gli incantesimi e le virtù delle radici. Armers insegnò l’arte di sciogliere i sortilegi. Barkayal quella di osservare le stelle. Akibeel i segni e i caratteri magici. Tamiel l’astrologia. Asaradel i movimenti della luna”.

 

Si può immaginare quale scompiglio venne causato dalla discesa degli Angeli del desiderio. Le figlie degli uomini accolsero con folle entusiasmo i figli del Cielo di cui avevano attirato l’attenzione col loro gran fascino e spirito di seduzione. Del resto, piene di straripante sensualità, avide di carezze più esperte e al contempo più raffinate, esse si concessero in furiosi abbracci, fiere di venire scelte da amanti angelici e meravigliosi.

 

Così nacquero i Giganti: “C’erano sulla Terra a quel tempo i Giganti – ci dice la Scrittura – dopo che i figli di Dio conobbero le figlie degli uomini e ne ebbero dei figli; questi eroi furono famosi nei tempi antichi”. E’ chiaramente evidente che la narrazione del Libro di Enoch è simbolica. Questi Giganti erano grandi solo come spiritualità, bellezza e vigore. Figli della minoranza angelica e delle più belle donne della Terra, essi si segnalarono sul pianeta quali istruttori dell’umanità, e allorchè il vecchio libro dice che essi divorarono ogni cosa e che era impossibile nutrirli, ciò significa che la loro avidità di sapere e di amare era senza confini, e che in un mondo ancora calato nelle tenebre dell’ignoranza, essi non riuscirono a trovare i mezzi per sostentare il loro bisogno di conoscenza e di amore.

 

Il loro ricordo è ancora vivo: Ermete Trimegisto, Osiride, Orfeo, Apollonio, Merlino l’Incantatore e tanti altri; la Magia è il loro dono all’uomo decaduto; la Magia, opera di potenza e dominazione sulla Natura, arte e scienza allo stesso tempo, che può fare di un uomo debole un Dio, risvegliandogli dapprima i poteri nascosti, e dandogli in seguito il pieno possesso di questi poteri.

 

La Scienza dei Magi, la si è avuta dagli Angeli del Desiderio e prima di tutto la conoscenza tradizionale dei segreti della Natura, ed è grazie a questa che l’iniziato si trova investito del potere sugli elementi, gli esseri e le cose, ed ottiene risultati meravigliosi, al di là della possibilità dell’uomo ordinario. Possiamo quindi dare della Magia, arte divina che illumina le pagine di questo piccolo libro, una definizione certa.

 

Che cos’è, dunque, la Magia?

 

§§§

 

“Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere il miracolo della Cosa Una”. Questo assioma della Tavola di Smeraldo di Ermete Trimegisto, espone la grande Legge di analogia e di corrispondenza che sta alla base della Magia.

 

C’è dunque perfetta identità tra l’uomo, la Natura, l’Universo e Dio. L’uomo è un piccolo mondo, o microcosmo, e Louis-Claude de Saint-Martin, il Filosofo Sconosciuto, ha scritto che occorre sempre, andando dal basso verso l’alto, spiegare la Natura mediante l’uomo. Del pari, lo studio della Natura ci darà la spiegazione del Kosmos, e lo studio del Kosmos ci rivelerà Dio.

 

Lo studio della costituzione occulta dell’uomo ci darà dunque la chiave che spalanca la porta del mistero e allo stesso tempo ci permetterà di rispondere a questa domanda: cos’è la Magia?

 

L’uomo è costituito da tre principi: il corpo, l’anima e lo Spirito. Questi tre principi sono ripartiti in sette dalle scuole iniziatiche orientali. Non ha importanza; lasciamola perdere questa classificazione che complicherebbe questo studio del tutto propedeutico; ci atterremo ai tre principi che esamineremo uno per uno, cominciando dall’inferiore: il corpo.

 

Il corpo, il rupa degli Indù, lo xuong dei Cinesi, il kha degli Egizi, il nephesch della Kabbala, la carne dei Pitagorici, detta dagli occultisti il corpo fisico, è l’inviluppo materiale, il veicolo ed il supporto della vita. Costituisce il nostro rivestimento, formato dalla terra e dai suoi prodotti. Di per sé non è nulla; senza la Vita che gli viene infusa dall’anima, cessa di esistere come principio animato e ritorna alla sua scaturigine: la materia.

 

L’anima, detta dagli Indù lingha-sharira; ki dai Cinesi; khou dagli Egizi; rouach dai Kabbalisti; ombra o manes dai discepoli di Pitagora; mediatore plastico dagli Ermetisti del Medio-Evo e del Rinascimento; perispirito dagli Spiritisti della scuola di Allan Kardec; la via dei Rosa-Croce; è più comunemente detta dagli occultisti contemporanei, sia orientali che occidentali, corpo astrale.

 

Il corpo astrale è il principio che dona la vita e che anima il corpo materiale o fisico. Apporta in noi la vita dell’Universo che circola negli astri, ed è, tra quest’Universo ed il nostro pianeta, l’organo che ci collega al Kosmos. E’ la sede delle passioni ovvero dei sentimenti buoni e malvagi. Da solo, senza la spiritualità insufflatagli dallo Spirito latente, è egoico, rappresenta il “me” in tutta la sua possanza brutale; ed è capace di bontà e magnanimità più o meno sviluppata, in rapporto alla capacità spirituale che è in grado di veicolare. Ecco perché lo scopo di tutte le scuole iniziatiche al principio è quello di purificare il corpo astrale, mediante una rigorosa disciplina emotiva.

 

Lo Spirito, l’Atma degli Indù; detta Ba dagli Egizi; il Wun dei Cinesi; il Neschamah della Kabbala; lo Spirito di San Paolo, degli Ermetisti e dei Rosa-Croce; il corpo spirituale degli occultisti contemporanei, è il riflesso in noi dell’Assoluto, sede dell’ispirazione e dell’Amore. Appena sviluppato nelle razze umane contemporanee, sconosciuto alla maggioranza degli uomini, deve tuttavia predominare e unico a sopravvivere un giorno. Egli è il solo eterno: Dio in noi. La realizzazione spirituale tramite la piena coscienza del Divino, presa di possesso dell’essere dallo Spirito, è lo scopo finale di tutte le iniziazioni orientali.

 

Questo Spirito non ci appartiene. E’ lo stesso in tutti, più o meno latente. E’ l’uomo collettivo, la forma archetipa, l’Adam-Kadmon dei Kabbalisti e degli Gnostici. Insomma, il corpo è la natura nell’uomo, l’anima è l’universo nell’uomo e lo Spirito è Dio nell’uomo.

 

L’Universo o macrocosmo, analogo nella sua costituzione all’uomo, possiede una forza astrale corrispondente al corpo astrale dell’uomo, da cui proviene e da cui ritornerà. Quest’astrale collettivo è il grande agente magico, “il mediatore plastico universale, ricettacolo comune di forme e impulsioni, fluido e forza che si potrebbe chiamare in qualche modo come l’immaginazione della Natura. Mediante questa forza, tutti gli apparati nervosi comunicano tra loro segretamente; da ciò nascono la simpatia e l’antipatia, da ciò ci giungono i sogni; da qui si producono i fenomeni della seconda vista e della visione extra-naturale…. L’esistenza ed il possibile uso di questa forza sono il grande arcano della magia pratica. E’ la bacchetta del taumaturgo e la clavicola della magia nera. La luce astrale dinamizza, riscalda, illumina, magnetizza, attira, respinge, vivifica, distrugge, coagula, separa, spezza, riunisce tutte le cose sotto l’impulsione di volontà potenti”.

 

Così si esprime Eliphas Levi, il rinnovatore dell’occultismo contemporaneo, nella sua Storia della Magia; in un’altra opera, Dogma e Rituale dell’Alta Magia, il Maestro precisa: “Colui che conosce la Magia vede Dio faccia a faccia senza morirne, conversa familiarmente con i sette geni che comandano alla milizia celeste… Possiede il segreto della resurrezione dei morti e dell’immortalità; la Pietra Filosofale e la Medicina Universale; conosce le leggi del movimento perpetuo e può dimostrare la quadratura del cerchio; cambia in oro non solo ogni metallo ma pure la stessa terra e le sue impurità; doma gli animali più feroci e conosce le parole che incantano e addormentano i serpenti; conosce di primo acchito il fondo dell’animo umano e i misteri dei cuori femminili; obblila a suo piacere la natura a manifestargli i suoi segreti; possiede la visione del passato, del presente e del domani; prevede tutti quegli avvenimenti futuri che non dipendono da un libero arbitrio superiore o da una causa inattingibile; governa gli elementi, placa le tempeste, guarisce i malati toccandoli e resuscita i morti”.

 

Quest’agente magico o luce astrale è dunque il serbatoio delle misteriose e potenti forze ove si plasmano tutti i pensieri espressi, tutte le parole proferite, tutti i gesti compiuti. Significa che mediante la volontà noi abbiamo completo dominio su tali forze che possiamo manipolare e usare a nostro piacimento. La cosa non è priva di pericoli; ecco perché i Maestri del passato esigevano dal candidato all’iniziazione una purezza di vita esemplare.

 

Le forze impiegate per fare il male si ritorcono il più delle volte su colui che le ha sprigionate: ricordatevi delle leggende simboliche in cui il Terribile Dragone della Soglia divora lo stregone!…

 

 

§§§

Queste dottrine, per quanto elementari, ci permettono ora di rispondere alla domanda: la Magia è l’arte di porre il nostro astrale personale in armonia e corrispondenza con l’astrale collettivo o forza magica; è anche l’arte di servirsi di tale forza per agire con uno scopo determinato, buono o cattivo, sull’astrale altrui.

 

Quest’arte si esercita col pensiero, la parola e il gesto, emettendo delle forze e delle vibrazioni. L’opera magica si avvale di cerimonie in cui si adoperano profumazioni, metalli, fiori, colori, suoni ecc., proprio in virtù di quella legge delle corrispondenze che costituisce il piedistallo della Magia.

 

Secondo i Maestri dell’arte magica, sono indispensabili quattro qualità per giungere alla potenza: un’intelligenza illuminata e colta, un’audacia che nulla potrebbe fermare; una volontà inflessibile e una discrezione a tutta prova. Ecco peraltro la quadruplice sentenza dei Magi, simbolizzata dalle quattro parti della Sfinge antica: sapere, volere, osare e tacere.

 

In più, secondo i Maestri, in magia non c’è che un dogma: il visibile è la manifestazione dell’invisibile; in altri termini: il Verbo perfetto è nelle cose che si possono percepire in modo proporzionale con le cose che non possono venire percepite dai nostri sensi.

 

Il mago deve volere, perché la volontà esercita su tutto ciò che si muove e vive, un’influenza universale. Ecco perché lo sviluppo della facoltà volitiva dev’essere lo scopo di ogni uomo che vuole comandare alle forze della Natura. La volontà è il complemento indispensabile della Conoscenza.

 

Il mago deve osare, perché il suo coraggio sarà spesso messo alla prova dalle forze astrali che avrà evocato e per ciò stesso scatenato. Non occorre che assomigli all’apprendista stregone della leggenda, e per diventare il signore delle forze che deve coagulare per ravvivarle e servirsene a piacimento, è necessaria un’energia a volte selvaggia se non vuole venire atterrato da queste. L’energia è dunque il complemento della volontà.

 

Il mago deve tacere, perché ogni cosa divulgata perde di valore. Nelle antiche scuole iniziatiche era di rigore il silenzio assoluto, simbolizzato dal mantello e dalla piccola lampada accuratamente velata che si può vedere nel nono Arcano del Libro di Thoth. La discrezione è talmente il complemento indispensabile delle altre qualità, che senza di questa esse sarebbero inutili ed il mago fallirebbe nel suo scopo.

 

L’aspirante all’opera magica deve inoltre praticare la concentrazione del pensiero e la meditazione profonda; deve sforzarsi di disciplinare il prorpio mentale rimanendo fisso su un solo pensiero, scacciando tutto il resto, e poi, senza staccarsi da una calma assoluta, meditare a lungo su tale pensiero preliminarmente concepito.

 

La purificazione del corpo è anch’essa necessaria. Una rigorosa pulizia è indispensabile. Il Maestro Eliphas Levi scrive molto spiritualmente che i più poveri troveranno gratuitamente dell’acqua nelle fontane.

 

Infine, è bene che l’aspirante misuri i propri gesti e impari a custodire un’immobilità completa per quindici-venti minuti ogni giorno. Ritorneremo del resto sulle condizioni richieste per la riuscita dell’operazione magica applicata all’Amore.

 

 

Capitolo Secondo

 

 

L’AMORE E LA RELIGIONE: IL CULTO DELLA DONNA

 

 

L’Amore si pone sia all’origine del sentimento religioso che all’origine del mondo. “Questa grande legge dell’amore domina e governa il mondo. Nessuna religione ha potuto farne a meno. Nelle religioni antiche ha giocato un ruolo considerevole. Ad eccezione di Ebrei e Iranici, tutta l’Antichità ha considerato ammissibile l’atto carnale quando non lede il diritto altrui” hanno scritto Laurent e Nagour nel loro libro L’Occultisme et l’Amour. Il sesso, secondo le iniziazioni orientali e occidentali, è il legame tra il conosciuto e lo sconosciuto, tra il visibile e l’invisibile, tra il mondo presente e l’al di là. In India il Dio dalla testa elefantina, Ganesha, viene rappresentato con una giovane donna assisa sui suoi ginocchi ed egli le carezza il sesso con l’estremità della sua proboscide. Gli antichi Indù hanno in tal modo voluto attestare la suprema saggezza del figlio di Shiva e Parvati, cui si attribuisce l’invenzione delle più sublimi discipline, come l’astronomia e la matematica: la Conoscenza suprema si acquisisce tramite l’Amore…

 

Un eminente scrittore italiano, Giorgio Quartara ha fatto notare in un’opera assai documentata intitolata La Donna e Dio, che “l’idea centrale delle religioni è in buona sostanza la sessualità. Ciò in base al fatto che senza di questa la vita non esisterebbe affatto”.

“Le religioni – prosegue l’autore – possono, in base a ciò, dividersi in tre grandi categorie. Le religioni matriarcali appartengono più alla preistoria che alla storia, ciononostante hanno lasciato tracce nettissime in tutte le credenze; la donna vi domina quale suprema Dea, essendo la famiglia basata sul matriarcato: la madre ne è il centro e, secondo giustizia e legge di natura, i beni materiali le appartengono; essa li trasmette in eredità, e tiene i figli presso di sé; i mariti sono un accessorio secondario dell’ambiente sociale. L’amore, la bellezza, la bontà, la pace, la democrazia fanno parte delle credenze di queste religioni.

 

“Le religioni patriarcali, in cui l’uomo domina come Dio, fanno già presagire la famiglia contemporanea, di cui l’uomo è il capo, ed in cui la donna è sottomessa, sia per la propria persona che per quel che riguarda il suo patrimonio, l’educazione dei figli, la trasmissione del cognome ecc. In queste religioni l’elemento sessuale, violentato dalla legge, diventa un peccato religioso, commesso da figli degenerati e produce le follie del celibato, dei monasteri, della verginità, con le loro differenti conseguenze.

 

“Infine, nelle religioni miste, tipiche delle grandi civilizzazioni, i due sessi sono più o meno uguali, sia in cielo che in terra. Queste religioni sono proprie di popoli forti ed evoluti, come i Cinesi, i Greci, i Romani o i Germani”.

 

Tuttavia, aggiungiamo noi, anche le religioni più misogine, come il cristianesimo, hanno serbato un segreto culto della Donna, indimenticata Dea: la passione per la Vergine Maria viene a porre nella più arida delle teologie un po’ di calore passionale ed il culto della Madonna, sopravvivenza del meraviglioso paganesimo, resta l’unica cosa che renda sopportabile una religione uscita dal severo e freddo giudaismo: “Questa comparsa della donna sotto il cielo geloso e crudele dell’Antico Testamento, questa figura immacolata, messa ai piedi di una temibile Trinità, è per costoro (i giovani sacerdoti) la grazia della religione, ciò che li consola dello spavento della fede, il loro rifugio di uomini smarriti al centro dei misteri del dogma”. Così ha scritto Zola ne La Faute de l’Abbé Moret.

 

§§§

 

Quando l’uomo si risvegliò dalla sua condizione semiferina, considerò la sua compagna con occhi nuovi. La femmina che prima teneva per i capelli e possedeva ansimante su un letto di sterpi, per goderne brutalmente, diventa gradualmente ai suoi occhi un essere superiore, perché oltre alla capacità di generare figli e di continuare la specie, essa aveva il dono di incantare, di far nascere il desiderio e di dispensare la Voluttà. La Donna fu il primo Dio – Dea/Deus – del maschio soggiogato, ed il primo culto fu l’Amore, o adorazione del sesso femminile.

 

La prima liturgia fu il canto d’amore dell’uomo, che saliva verso la donna, ardente preghiera diretta alla Dea vivente… Il primo sacrificio fu il dono delle primizie della natura e di oggetti prodotti per poterla adorare, per incoraggiarla a concedersi ovvero il ringraziamento dopo la gioia dell’amplesso e dell’orgasmo. La presenza di tali monili: collane, braccialetti, orecchini, tra le rovine delle città preistoriche, sono la commovente testimonianza di un culto reso dall’uomo alla Donna.

 

La religione della Donna-Dio sopravvisse nelle grandi civiltà orientali, occidentali e dell’America precolombiana. Più tardi, se la lotta religiosa condotta dalla casta sacerdotale maschile, dai sacerdoti contro le sacerdotesse, per sottrarre alla Donna la supremazia religiosa e sociale, terminò con la vittoria dei primi, il culto del kteis o sesso femminile (yonico) non potè scomparire del tutto di fronte al culto del sesso maschile (fallico). Sopravvisse, segreto, nel corso dei secoli, e ancor’oggi sono numerosi gli adoratori del kteis: i Drusi del Libano, in cerimonie segrete, onorano le parti sessuali della Donna; i Nusairiti hanno anch’essi un culto yonico. Gli abitanti della Polinesia hanno essi pure dei culti lunari segreti, e in grandi città come Parigi, Roma, Londra, Lione, Avignone ecc., si svolgono segreti raduni durante i quali si celebrano riti su una donna nuda adorata quale Dea vivente.

 

§§§

 

Nell’antico Egitto, il culto delle grandi Dee precedette tutti gli altri culti, e fin dai tempi più antichi si adoravano Hathor e Sothis. Con il venir meno del matriarcato e della ginecocrazia, il culto delle Dee si fuse con quello degli Dei. Il culto di Neith sopravvisse e più ancora quello di Iside, il cui mito è un rituale di magia sessuale. Iside, Dea dell’Amore, è sempre stata adorata in Egitto ma il suo culto si diffuse più tardi a Roma e in Gallia.

 

A Creta, culla della civilizzazione ellenica, si rendeva onore ad una grande Dea che proteggeva l’isola. “Essa veniva raffigurata – scrive Quartara - sia con una gonna sfrangiata sia con un abito lungo e un berretto a punta ma in mano reggeva sempre lo scettro e la lancia, emblemi del potere politico e militare, appannaggio delle Dee nelle religioni matriarcali”.

 

A Babilonia spesso le Dee prevalgono sugli Dei, la grande Ishtar è adorata, e le donne si abbandonano a riti lascivi. La Dea Tiamat è più potente del Dio Kingu, e Marduk non può creare il seme del genere umano senza il concorso della Dea Aruru. Il nuovo anno è consacrato alla Dea Belit e per onorarla si compie l’atto carnale sugli altari dei templi.

 

In Fenicia di sacerdoti di Astarte si vestono da donne e le sacerdotesse si danno alla prostituzione sacra. A Cartagine il culto di Tanit oscura tutti gli altri. Flaubert l’ha immortalata in Salammbo con quella splendida preghiera indirizzata alla Dea dalla figlia di Amilcare.

 

Il culto della Donna trova in Grecia la sua più splendida stagione con l’adorazione di Afrodite, sintesi di tutte le grandi Dee dell’Antichità, e che simboleggia al meglio il Principio Femminile.

 

Afrodite, di volta in volta venerata con i nomi di Venere, Cipride, Citerea, è la Dea suprema della Natura e dell’Amore. Ecco come Ovidio, il grande poeta latino, la celebra: “E’ lei, Venere, che produce il germe delle piante e degli alberi, è lei che ha messo assieme con legame societario i primi uomini, spiriti feroci e barbari, è lei che ha insegnato ad ogni essere ad unirsi a una compagna. E’ a lei che dobbiamo le diverse specie di uccelli e la varietà delle mandrie. L’ariete furente lotta con i corni contro il suo simile, ma teme di ferire l’agnello. Il toro i cui alti muggiti fanno risuonare boschi e valli, diventa mansueto quando scorge la giovenca. La stessa potenza circonda tutto ciò che vive sotto i mari profondi e popola le acque di pesci innumerevoli. Per prima Venere spoglia gli uomini del loro aspetto selvaggio, da lei derivano l’acconciarsi e la cura di se stessi”.

 

Il culto di Venere, Dea della Carne, dell’Amore totale, fece la grandezza e la bellezza della civilizzazione greca.

 

§§§

 

La Tradizione occulta giustifica totalmente la Religione dell’Eterno Femminile e spiega il passaggio dal culto yonico al culto fallico e viceversa.

 

La dottrina esoterica ci insegna che, nella grande evoluzione della vita manifestata – ciò che gli Indù chiamano Mahamanvantara – le razze si succedono come perle di una gigantesca collana che si avvolge intorno al nostro globo. Quest’ultimo non rappresentando lui stesso che una perla di una collana ancor più grande che è l’insieme del nostro sistema; quest’ultimo  non è a sua volta che la perla di un’altra collana la cui immensità non si riesce neanche ad immaginare. Così all’infinito.

 

Le più moderne scoperte dell’astronomia vengono peraltro a confermare gli insegnamenti dei Saggi iniziati e dei Teosofi. Ora, corrispondentemente all’augusto e profondo mistero della Santa Trinità, ogni perla – sistemi solari, globi, razze – è retta da una delle Tre Persone del divino Tridynamos: Padre, Figlio, Madre (o Spirito Santo). Sono i tre termini cultuali che si possono rappresentare come un triangolo dentro un cerchio, quali simboli dell’evoluzione.

 

Lasciando da parte – cosa che ci porterebbe fuori tema – ciò che si può chiamare la “Grande Collana”, prendiamo quella più piccola che ci riguarda e, in essa, la perla attuale – la nostra quinta Razza nel suo terzo termine – per svilupparne la caratteristica cultuale: la Religione della Madre.

 

Questa terza Era, era del Paracleto, annunciata dallo stesso Gesù Cristo,  (“Io invierò presso di voi lo Spirito consolatore…), profetizzata nel Medioevo da Gioacchino da Fiore, Giovanni d’Oliva, Giovanni di Parma, Dante; attesa ardentemente ai nostri tempi da Vintras, Joseph de Maistre, Léon Bloy, J.-K. Huysmans, è davvero vicina. Essa deve coincidere con l’inizio del nuovo ciclo di 2160 anni che, secondo il movimento apparente del Sole nello Zodiaco, con uno spostamento di un grado ogni 72 anni – precessione degli equinozi – la condurrà fin nei primi gradi del segno dell’Acquario-Amphora.

 

Ci ritroveremo allora in una situazione identica a quella che segnò la terza Era della Razza precedente, la perla vicina alla nostra nella collana, il cui splendore, senza cessare di illuminarci, si affievolisce giorno dopo giorno, man mano che ci dà la luce. Simbolo dell’eterna fiaccola che si passa da una mano all’altra!

 

Orbene, la terza Era, quella della Madre, la Donna Divina, ha la supremazia femminile che si presenta in ogni terzo termine sotto tre aspetti:

religioso – la Teocrazia, con il culto della Dea.

Familiare – il Matriarcato, con l’autorità della Madre.

Sociale – la Ginecocrazia, con il governo della Signora (Regina, Alma Mater).

 

Tutto ciò che ricorda questi tre aspetti nel corso della storia è la sopravvivenza e il ricordo di uno stadio passato (terzo termine della Razza precedente: Atlantide) o annuncio e preparazione del terzo termine della nostra razza attuale. Questo rinnovamento di civiltà ginecocratica è chiamato da alcuni occultisti Il Ritorno di Iside. Rivedremo allora l’antico culto rinnovarsi e venir celebrato da un novo sacerdozio: le Sacerdotesse dell’Amore.

 

Del resto, il ricordo del sacerdozio femminile non è scomparso del tutto. La Donna ha regnato nel santuario, e se ai giorni nostri le diverse confessioni cristiane exoteriche continuano a tenerla lontana dall’altare, non avveniva allo stesso modo nella Chiesa primitiva. Ai primordi del Cristianesimo la donna esercitava tutte le funzioni sacerdotali. La religione nascente, come tutte quelle che l’avevano preceduta in Oriente e Occidente, ebbe le sue sacerdotesse.

 

La seconda lettera di San Giovanni è indirizzata a Kyria, l’eletta. – Cos’è dunque una “eletta”, se non una donna preposta ai destini di una comunità di fedeli, cioè con diritti e prerogative episcopali? – E Giovanni termine la sua missiva con questa formula: “I figli di tua sorella l’eletta ti salutano”. Kyria non era dunque la sola donna vescovo delle prime comunità cristiane.

 

San Giovanni e San Giuda erano partigiani del sacerdozio femminile a differenza della maggior parte degli apostoli, specie San Pietro e San Paolo. I teologi della Chiesa Russa pretendono che San Paolo non vi si opponesse per principio ma per un motivo contingente, riservando per l’avvenire l’avvento spirituale della Donna. La cosa sembra davvero ben confermata da certi passaggi delle lettere dell’iniziato sulla Via di Damasco.

 

Fu però l’opinione di San Pietro, - completamente imbevuto dei pregiudizi del vecchio giudaismo – che prevalse; e se nelle prime comunità cristiane, specie ad Antiochia, la donna esercitò il sacerdozio, nel 325 il Concilio di Nicea abolì il sacerdozio femminile nella chiesa cristiana exoterica. Tale atto d’arbitrio ebbe delle pesanti conseguenze dando origine alla strega, sacerdotessa di un culto segreto e maledetto: il Satanismo, come vedremo nel prosieguo di quest’opera.

 

La testimonianza di un sacerdozio femminile è peraltro conservata nel Vangelo secondo Santa Maddalena – Santa Maddalena, elevata da Gesù alla dignità sacerdotale. – Questo vangelo contiene la descrizione di cerimonie simboliche ed esoteriche, con partecipazione di sacerdotesse. Ed è questa la ragione per cui, come molti altri scritti a torto definiti come “apocrifi”, venne distrutto dalla Chiesa. Conservato tuttavia dagli Gnostici, questo vangelo venne assieme ad altri libri occulti trasmesso agli Albigesi da Niceta, il mistico bulgaro che diffuse il Catarismo nel Sud della Francia, e formò in Sicilia i primi gruppi dei “Fedeli d’Amore” dei quali Dante, geniale poeta della Divina Commedia, sarebbe divenuto uno dei massimi rappresentanti.

 

Questi scritti dettero agli Albigesi le chiavi dell’iniziazione, e fu con piena conoscenza di causa quando fecero allusione, a più riprese, a Nostra Signora dello Spirito Santo… L’Inquisizione distrusse i libri catari, che mescolarono le loro ceneri con quelle dei roghi, con quelli dei fedeli Albigesi, martiri della fede Gioannita. Tuttavia, una copia di questi libri è presente negli archivi segreti vaticani. Possa lo Spirito Santo, Dio-la-Madre, ispirare un giorno ad un Papa di genio l’idea di riaprirli per diffondere nuovamente la luce sul mondo!…

 

§§§

 

L’onnipotenza e la preminenza  del maschile è un’illusione ed un’impostura contro la quale protesta l’intera Antichità.

 

“L’Antichità – scrive Léon Denis – possiede su di noi questa superiorità, quella di conoscere e coltivare l’anima femminile; le sue facoltà si dipanano liberamente nei tempi vedici sull’altare domestico; mescolati intimamente alle cerimonie di culto in Egitto, in Grecia, in Gallia, ovunque la donna fu oggetto di iniziazione, di speciali insegnamenti, che ne facevano un essere pressocchè divino, la fata protettrice, il genio del focolare, la custode delle fonti di vita”.

 

Sì, l’ampio panorama dell’Antichità ci offre lo spettacolo della donna, autentica mediatrice fra l’uomo e la Divinità, a volte anche come vivente rappresentazione di questa Divinità.

 

In Egitto, le sacerdotesse di Iside e di Neith; a Delfi, i collegi in cui vaticinava Theoclea, al tempo in cui Pitagora visitò il tempio di Apollo; le sacerdotesse di Era ad Argo, le sacerdotesse di Afrodite a Corinto, ad Atene quelle di Pallade; ed anche a Roma – in quella Roma così misogina – le Vestali, custodi del Sacro Fuoco, al cui cospetto si inchinavano i littori e che avevano il privilegio di graziare i condannati a morte che incontravano sul loro cammino…

 

A Creta, le sacerdotesse di cui Arianna, loro regina, era una sorta di papessa, celebravano il culto di Madre-Natura, rappresentata dalla Luna; e c’era questo modo di dire: cara matria, al posto di cara patria. In Licia, le sacerdotesse segnano il corso della civilizzazione ginecocratica tanto che una reputazione di saggezza, bontà e giustizia abbraccia i popoli sottoposti alle leggi delle Dee. In Gallia, le Druide avevano il dono della profezia; erano iniziate ai misteri e dominavano gli spiriti degli elementi. Del resto, all’origine della nostra razza celtica e del cutlo druidico, l’uomo era in secondo piano, e ciò spiega l’influenza che avevano le Druide. Quando comparivano in una festa, venivano circondate del più profondo rispetto, e tutti abbassavano il capo di fronte alla loro maestà quand’esse traversavano la folla. In Elide, l’eccellenza del governo, la ricchezza, lo spirito conservatore del popolo, sono dovuti alla ginecocrazia. Il sentimento religioso è molto forte ed improntato a grande nobiltà. Sedici matrone giudicavano da sovrane, moderavano i contrasti e facevano regnare la pace.

 

Gli antichi annali cinesi attestano l’esistenza di stati ginecocratici in Tibet e a sud del Deccan, presso la Battriana. Tra i Germani – riferisce Tacito – la donna era considerata al pari di una Divinità; essa vaticinava e presiedeva alle assemblee. Secondo Cesare, erano le madri di famiglia che interrogavano il futuro per stabilire i momenti propizi per i combattimenti. Tra le donne dei Cimbri, al dire di Strabone, c’erano profetesse vestite con vesti bianche fermate alla vita da una cintura bronzea.

 

Nell’antica mitologia messicana, la supremazia spirituale e sociale era attribuita alle donne; gli appartenevano l’autorità ed il potere. Ciò è confermato da numerosi monumenti simbolici in cui la donna precede l’uomo. Ancor’oggi, in America occidentale, tra gli indiani Zuni, la gerarchia sacedotale composta da sei sacerdoti è completata al vertice da un settimo che è una donna detta la Sacerdotessa Madre. Il sacedozio femminile e il culto della Donna Divina torneranno ancora alla ribalta, perché Dio non è Uno, ma Trino: Padre, Figlio e Madre.

 

§§§

 

Infatti, verso il 1920, un gruppo occulto, il Cenacolo di Astarte, si fece conoscere pubblicamente, e lanciò a Parigi – molto discretamente, bisogna ammettere – un piccolo manifesto di cui diamo il testo:

 

“Si dà come  missione la restaurazione del Culto di Madre-Dio, che è Spirito e Amore, e l’annunciazione del Paracleto che si manifesterà come Sofia, Nostra Signora dello Spirito Santo, che è Colei-che-deve-Venire. Nella sua Teoria, il Cenacolo di Astarte risale alle fonti dell’iniziazione per poter partecipare alla ricostruzione del Grande Androgine primordiale. Nella sua Etica, ricerca in tutte le sacre scritture religiose e nelle Filosofie dell’Antichità l’insegnamento segreto conferito sotto il velo del simbolismo, che forma i capisaldi eterni della Dottrina Occulta. Nella sua Pratica, come già fu nei Misteri primordiali di cui il Sabba medievale fu una pratica degenerata, si celebra in tutta la sua purezza il Culto in cui la Donna è sia altare sia sacerdotessa, assieme al celebrante che rappresenta il Principio attivo. E’, come si vede, il ritorno alla vera Magia, che, basandosi sull’esoterismo più puro, conferisce attraverso l’Alchimia spirituale, la vera natura dell’eucaristia. La conduzione del Cenacolo di Astarte è di due tipi: studi e rituali. Rigorosamente privati. Il Cenacolo di Astarte è chiuso e segreto, fino al giorno in cui avrà trovato la formula esoterica che permetta l’instaurazione del culto di Madre-Dio. Nell’attesa, esso recluta attraverso una selezione severa gli adepti in grado di ricevere l’iniziazione e di costituire in tal modo il sacerdozio della Religione del futuro”.

 

Questo testo era preceduto da un emblema significativo, costituito da un triangolo col vertice in basso dal quale spunta una rosa. Vi si riconosce il simbolo della kteis. Il Cenacolo di Astarte non fece troppo clamore, ma ciò non fu il caso della Confraternita della Freccia d’Oro, che ebbe pure un giornale e organizzò conferenze e pubbliche riunioni, fino alla morte della sua fondatrice, nel 1937.

 

Quest’ultima, un’iniziata russa, Maria de Naglowska, cominciò il suo apostolato a Montparnasse nel 1931. Essa presagiva con raro talento l’avvento della Nuova Era, la rigenerazione di Satana, l’illuminazione mediante la magia sessuale, la religione della Madre-Divina e il culto delle Sacerdotesse dell’Amore. Consacrò pubblicamente due di esse in una cappella del quartiere di Montparnasse nel corso di una splendida cerimonia ricca di simbologie cui parteciparono anche dei giornalisti. I due rituali della setta da lei fondata sono stati pubblicati ed hanno per titolo: La Luce del Sesso e Il Mistero dell’Impiccagione.

 

Secondo Maria de Naglowska, la porta del Cielo è aperta al coito sacro. Ma la donna deve offrirsi all’uomo senza egoismo sessuale. Là risiede il grande segreto dell’Amore magico e la ragion d’essere della morale del domani che vuole che la donna non sia che madre o sacerdotessa. Se è madre, concepisce fisicamente, se è sacerdotessa genera la Luce del Sesso. Se si prostituisce, commette il più abietto dei crimini contro Natura e le supreme leggi dell’Universo.

 

Noteremo a riguardo che la “prostituzione sacra” non venne istituita dai culti yonici, ma dai culti fallici, come vedremo nel capitolo seguente. Secondo Maria de Naglowska, la donna non deve ricercare il piacere carnale, ma convertire l’energia sessuale in energia spirituale. E’ tale trasmutazione che rende possibile la celebrazione pubblica e solenne della Messa d’Oro. Questa messa d’oro rigenera Satana, causando la sua comunione con la Vita che è Dio. In Satana, ci sono due termini: il No ed il . Il Satanismo maschile è questo No che si oppone al , e questa necessaria lotta è il fermento che genera la Vita: ecco perché il Satanismo maschile è immortale “nei Cieli, in Terra, sulle Acque e sotto la Terra”.

 

Ma in Satana c’è anche l’aspetto femminile. “La cosa generalmente viene taciuta, poiché fin dal Principio gli fu tolta la parola. A volte, Dio gliela restituisce, ma solo nelle ore in cui la sofferenza diviene insopportabile, ed è il canto del Cigno. Un’epoca allora finisce ed un’altra appare, e a ragione perché il Satanismo femminile si è espresso. Il Satanismo femminile è il cominciamento della nuova nascita ed il suo grido di gioia annuncia il nuovo giorno. Il Verbo nasce allora nella casta matrice della Donna, sale nella sua testa e parla dalla sua bocca, determinando l’inizio di una Nuova Era. Il Satanismo femminile è inespresso, generalmente, poiché è il Guardiano della Soglia, Il Custode silenzioso che si oppone al fallo solare per impedire il concepimento, la gioia del Sole, poiché senza questa opposizione, non ci sarebbe Vita. Ma quando la sofferenza diviene insopportabile e la prova troppo impegnativa, per dei corpi troppo deboli, il Guardiano della Soglia, Satana-Donna, Satana Madre Divina, pronuncia la sua parola.

 

Allora tutto cambia nei cieli, in terra, nelle acque, sotto terra, e in un sublime istante, la separazione non sussiste più, l’uomo e la donna non sono più che una cosa sola, i due opposti sono fusi in Uno solo, il grido di gioia si diffonde,  giunge la salvezza e la Vita trionfa, secondo la promessa fatta ai Giusti: “La Donna schiaccerà la testa del Serpente malefico nell’ora destinata…”. E’ così che il Satanismo maschile dev’essere vinto, col trionfo della Vergine Solare in bocca al Satanismo femminile…” (citazione dagli insegnamenti orali e scritti di Maria de Naglowska).

 

Come si vede, questa curiosa dottrina regola i rapporti intimi della coppia, spiritualizza l’Amore conservandogli la connotazione sessuale, e sintetizza infine in uno solo i culti yonici e fallici. Per Maria de Naglowska, l’amore esce dalla banalità del sentimento convenzionale da una parte, e dall’altra, cessa di essere la conseguenza di un volgare istinto sessuale, per diventare un atto religioso, ritualmente compiuto.

Capitolo Terzo

 

 

L’AMORE E LA RELIGIONE: IL CULTO FALLICO

 

 

Dobbiamo ora risalire indietro al periodo che vide la fine della religione delle Grandi Dee e dello stato sociale ginecocratico. Le grandi civilizzazioni preistoriche e protostoriche sono sulla strada della decadenza e, secondo la legge ineluttabile, il terzo termine del ciclo lascia spazio al primo del nuovo ciclo che comincia. E’ a questo punto, tenuto conto delle fluttuazioni conseguenti i periodi di instabilità religiosa e sociale, che comincia la storia propriamente detta, con il predominio dell’uomo, richiesto dal Culto del Padre che rimpiazza quello della Madre.

 

Come abbiamo visto, infatti, secondo la dottrina esoterica di Maria de Naglowska, “la Verità Divina si presenta all’umanità attraverso la Storia, secondo un ritmo a tre tempi, che non muta mai. Si ha sempre uno svolgimento secolare di una specie di ciclo a tre periodi ben distinti tra loro, le cui principali caratteristiche sono sempre le stesse. “All’inizio di un ciclo, sorge una razza nuova e riceve la prima Luce, la luce di Dio-Padre, in base alla quale questa razza sviluppa la propria religione, organizza la vita sociale, stabilisce il proprio criterio di ciò che è bene e ciò che è male. Questo primo periodo dura il tempo necessario alla sua estrinsecazione, come tutto del resto in questo mondo, nasce, si sviluppa, muore e scompare cedendo il posto al secondo periodo, illuminato questo dalla seconda Luce o Luce del Secondo Termine della Trinità, che è quello del Dio-Figlio. Altri popoli, altre fiumane d’uomini, vergini e forti, adottano allora una nuova religione, quella del Secondo Termine, e si organizzano in base a questa nuova fede che cresce, decresce e muore come la precedente. Infine il Terzo Termine, la Luce della Dea-Madre fa seguito all’irraggiamento del Dio-Figlio e possiede, come le precedenti, i propri periodi di espansione e riduzione. Il ciclo si compie alla fine del terzo periodo, quando si annuncia nuovamente una religione del Padre… su un altro Monte, sotto un altro Cielo, con un’altra razza…”.

 

Detto in altre parole, il culto lunare o yonico cede il passo al culto solare o fallico. Sia chiaro che da parte del vecchio ciclo si ha un riflusso di lotte e sconvolgimenti nei confronti del nuovo, tanto che la fine di una razza e di un culto si confondono con l’inizio della una nuova razza e del nuovo culto, tanto più perché coloro che detengono il potere non se lo lasciano sottrarre senza combattere. E’ la guerra santa che marchia in modo più o meno evidente i cambiamenti ciclici e sub-ciclici.

 

E’ curioso seguire lungo la storia dell’Antichità il passaggio dal potere femminile a quello maschile. Questo è più o meno brutale. A Creta – bisogna sempre tornare a questa culla della civilizzazione ellenica, perché è la chiave della storia dell’umanità – il passaggio è del tutto pacifico: il principio lunare si accosta a quello solare; per un periodo, c’è una stretta connessione con il culto della Doppia Divinità – Androgina – e poi il matriarcato è assorbito dal sistema paterno.

 

L’Antichità conserva nelle sue leggende mitologiche il ricordo di queste lotte, a volte aspre. Se ne ha traccia nel mito di Oreste, base delle Eumenidi di Eschilo. La lotta tra matriarcato e principio apollineo è anche evidente nell’Agamennone. Lo storico germanico Bachofen ha segnalato per primo, nella sua opera sul Matriarcato la relazione che il numero sette ha con Apollo, Atene e Oreste, in opposizione con il numero cinque che appartiene al principio tellurico-lunare. La vittoria del numero sette sul numero cinque equivale alla vittoria del principio paterno sul matriarcato. La morte di Erifile dovuta a suo figlio Alcmeone, segna in maniera altrettanto significativa la fine del principio ginecocratico da parte di quello apollineo: passaggio dal Terzo Termine di un ciclo che finisce al Primo Termine di un ciclo che nasce.

 

Il ricordo di questa lotta è segnato però soprattutto dalla leggenda di Ercole. Si sa che l’ottava delle dodici fatiche del celebre eroe, – simbolo del potere maschile – è la sua vittoria sulle Amazzoni. L’amazzonismo rappresenta la ginecocrazia demetrica e le tradizioni religiose lunari, generatrici di splendide civilizzazioni protostoriche. Al tempo di Ercole, l’amazzonismo è in piena decadenza. Ecco come un trattato sulla mitologia classica (Commelin: Nouvelle Mythologie) ci raffigura le Amazzoni e il trionfo su di loro dell’eroe tebano: “La nazione delle Amazzoni, allocata nei pressi del Ponto Eusino, in Asia e in Europa, era diventata temibile. Queste donne guerriere non vivevano che di saccheggi e dei prodotti della caccia. Vestivano di pelli di bestie selvagge; le vesti, tenute da una spilla sulla spalla sinistra e cadenti fino al ginocchio lasciavano scoperta tutta la parte destra del corpo. Il loro armamento si componeva di un arco, di una faretra con freccie e giavellotti, e di un’ascia. Lo scudo aveva forma di mezzaluna, di circa un piede e mezzo di diametro. In combattimento la regina indossava un corpetto fatto di piccole lamine di ferro tenuto da una cintura, tutte avevano un elmo piumato e brillante a seconda del rango e della loro dignità sociale. Erano spesso a cavallo ma combattevano anche a piedi. Con la loro regina Pentesilea combatterono a fianco dei Troiani. Una loro regina, Arpalice, celebre per la sua corsa leggera, assoggettò tutta la Tracia. Ai tempi di Ercole esse obbedivano alla regina Ippolita. Un giorno Euristeo ordinò all’eroe di portargli la cintura di questa regina. Ercole si mise in marcia, uccise Migdone e Amico, fratelli di Ippolita, che gli sbarravano la strada, sbaragliò le Amazzoni e ne rapì la regina che dette in moglie all’amico Teseo”.

 

La vittoria dell’eroe tebano non distrusse subito la civilizzazione amazzonica nel mondo antico. E se il principio ginecocratico venne vinto subito sul terreno politico e sociale, sopravvisse a lungo in quello religioso, specie in Oriente, dove riemerse spesso in seguito a spedizioni militari, particolarmente al rientro dell’armata macedone di Alessandro. Le religioni delle Dee seppero riportare splendide vittorie, anche a Roma, come scrisse Cumont nel suo Le religioni orientali nel paganesimo romano, ed anche in seguito durante il cristianesimo delle origini.

 

La Dea-Donna ebbe sempre la celebrazione del suo culto in qualche cappella sotterranea dove si radunavano gli eresiarchi e i religiosi non conformisti, per prendere la comunione con devozione dal calice simbolico, e qualche volta invece direttamente alla kteis non simbolica… Nei capitoli che verranno dimostreremo che usanze medievali quali il Sabba e la Messa Nera, proseguirono, anche dopo il passaggio dal Primo al Secondo Termine, in pieno trionfo cristiano, il culto erotico e magico in cui la Donna è il fulcro, sacerdotessa e vivente Dea.

 

 

§§§

 

Quando i tempi furono compiuti e l’ora del grande cambiamento arrivò, la sacerdotessa reggente la coppa venne scacciata dal santuario dal sacerdote reggente il bastone ed il culto lunare cedè il passo a quello solare. Il fallo eclissò la kteis.

 

Ci si è spinti ben lungi nel cercare il significato simbolico del bastone, emblema dell’autorità sacerdotale e del potere regale. Un Maestro dell’arte magica come Eliphas Levi ce lo svela senza giri di parole: “il bastone, è il fallo”. Lo scettro di Osiride che gli scultori dell’antico Egitto mettono in mano ai Faraoni, re iniziati; il bastone di Mosè e la verga di Aronne; lo scettro che Assuero appoggiò sulla testa di Esther; la clava trionfale di Ercole e la freccia con cui abbattè il Centauro e l’Idra di Lerna; il bastone di cui Romolo si servì per tracciare la pianta di Roma antica; il pastorale dei vescovi della Chiesa cattolica apostolica romana: il fallo nel momento della sua più grande manifestazione fisiologica.

 

“Gli Antichi – scrive Jacques Dulaure nel suo libro Sulle Divinità Generatrici – per rappresentare, tramite un oggetto fisico, la forza rigeneratrice del sole a primavera, e l’azione di tale forza su tutti gli esseri viventi, adottarono il simulacro della mascolinità, che i Greci chiamavano phallos. Questo simulacro, per quanto possa apparire osceno alla maggioranza dei moderni, non lo era affatto nell’Antichità: la sua vista non risvegliava alcuna idea lubrica; lo si teneva al contrario nella massima venerazione. Bisogna ammetterlo, nonostante le nostre prevenzioni, non è possibile immaginare un simbolo più semplice, più energico e probante della cosa significata. Tale perfetta consonanza gli assicurò il successo ed un consenso pressocchè unanime. Il culto del simulacro della mascolinità si diffuse su gran parte del globo. Fiorì a lungo in Egitto, Siria, Persia, Asia Minore, Grecia, Italia ecc. E’ stato ed è tuttora in auge in India e in alcune zone dell’Africa. Si è diffuso anche in America. Quandop gli Spagnoli scoprirono quella parte del mondo, trovarono il culto del fallo tra i Messicani. Ma una cosa sorprende davvero: si è conservato fin quasi ai nostri giorni tra i cristiani in Europa. Nel XVI secolo era in Francia: se ne trovano ancor oggi tracce in alcune zone d’Italia.”

 

Se Dulaure si dimostra sorpreso della sopravvivenza del culto del fallo tra i cristiani, è perché lui era un erudito ma non un iniziato. Il Cristianesimo, religione del Secondo Termine, del Dio-Figlio, ha come emblema la croce, congiunzione della kteis e del fallo. Tuttavia comprendevano qusto simbolo solo gli iniziati al cristianesimo esoterico, mentre la Chiesa exoterica rigettando la dottrina occulta conservò l’impronta del giudaismo da cui crede di derivare. Ebbene, il Giudaismo era ed è una religione fallica: la sinagoga bandisce le immagini sebbene il simbolo del suo Dio creatore è la lettera jod posta al centro di due triangoli intersecantisi, e la lettera jod rappresenta il fallo in erezione.

 

I sacerdoti di una Chiesa veramente cristiana e rispettosa della dottrina del Dio-Figlio dovrebbero comprendere il simbolo della croce; ora, per essi la croce rappresenta, a torto del resto, il patibolo su cui fu crocifisso Gesù, perché, lo facciamo notare di sfuggita, essi ignorano la vera forma di questo patibolo. Non è men vero del resto che la croce è il simbolo religioso del Secondo Termine, perché rappresenta l’unione dei due sessi, analoga al linga-yoni dell’India, così come il bastone è il simbolo religioso del Primo Termine, rappresentando il fallo trionfante, e come il Tau – T – è il simbolo del Terzo Termine, perché la barra orizzontale – sesso femminile – sovrasta il bastone cui si sovrappone incrociandolo.

 

La Chiesa non ha mai capito che essa deve impartire la benedizione del Santo Sacramento, con l’ostensorio a forma di sole raggiante (fallico) contenente il pane (sperma, sostanza maschile), e con la coppa (cteica) contenente il vino (sangue, sostanza femminile). Al posto di ciò, essa mostra solo l’ostensorio all’adorazione dei fedeli, così come gli somministra, disprezzando la vera dottrina, la comunione unicamente sotto la specie del pane – salvo che nella Chiesa orientale dove i fedeli si comunicano con le due specie come i sacerdoti.

 

Tuttavia, in certe cerimonie, la Chiesa si sforza – senza saperlo, del resto – di unire il fallo alla kteis: tutte le domeniche prima della messa solenne ha luogo l’aspersione dei fedeli. Il celebrante intona uno dei più celebri salmi della liturgia: “Asperge me Domine”; e mentre il canto continua: “hyssopo, et mundabor: lavabis me, et super nivem dealbabor”, il celebrante seguito dal diacono, dal sotto-diacono e dagli assistenti, scende verso gli astanti e asperge i fedeli, dopo avere immerso l’aspersorio (fallo) nel vaso (kteis) dal cui fondo raccoglie per diffonderla a pioggia, la rugiada purificatrice.

 

La benedizione dell’acqua ha luogo tutti gli anni di Sabato Santo; tale cerimonia è significativa: dopo aver toccato l’acqua con la mano e soffiatoci sopra tre volte, il sacerdote immerge per tre volte, imitando il movimento del coito, il cero pasquale (fallo) nelle fonti (kteis) cantando: “Che la virtù dello Spirito Santo discenda in ogni profondità di queste fonti”. Poi soffia ancora per tre volte sull’acqua, tracciando il segno del Pi, lettera greca la cui forma imita il congiungimento dei due sessi, proseguendo poi il canto: “E feconda tutta la sostanza di quest’acqua per la rigenerazione”.

 

Alcuni potrebbero accusarci di avere interpretato gesti e testi rituali in modo fantasioso. Ciò non è vero: il simbolismo è una scienza esatta per quanto occulta, e contro questa esattezza nulla possono le spiegazioni semplicistiche di una liturgia incompresa da coloro stessi che la celebrano.

 

§§§

 

Torniamo al culto fallico con questa citazione di Pascal Bewerly Randolph (Magia Sexualis, a cura di M. De Naglowska):

 

“Il sesso è la forza principale e fondamentale in ogni essere, la più potente forza in natura, la testimonianza più caratteristica di Dio… Gli arcani (della magia sessuale) sono presenti sotto il nome di Mahi Kaligua, cioè la Scienza del Passato, poiché le generazioni che ci hanno preceduto, li hanno conosciuti e praticati. Osiamo affermare ciò, perché noi stessi li abbiamo ricevuti per tradizione, e perché ne ritroviamo traccia nei monumenti favolosi, eretti in onore delle divinità dell’antico Egitto, nelle linee slanciate degli obelischi, che si stagliano contro l’azzurro del cielo come falli che fecondano le distese di sabbia. Questa testimonianza ci insegna che la legge sacra dell’amore regge non solo la terra ma l’intero universo. Ne ritroviamo la rivelazione in Asia, nelle immagini scolpite delle divinità, i cui bracci, levati al cielo per benedire o minacciare, testimoniano la verità delle nostre dottrine e simbolizzano la potenza dei sacrosanti vincoli dell’amore. Del resto, per quanto si dica, la verità fallica è alla base di tutti i rituali delle società segrete, e l’arte sacra e le sacre scritture di tutti i popoli ne raccontano i segreti a coloro che li sanno leggere.

 

“Gli ierofanti dell’antico Egitto conoscevano il potere suggestivo dell’arte e per questo l’avevano sottomesso alla religione, imponendo a scultori e pittori regole e mezzi espressivi strettamente convenzionali. Fu un gran bene per l’umanità perché, impregnate di determinate verità, grazie alle immagini e alle preghiere di continuo viste e udite, i credenti le realizzavano inconsciamente nei loro accoppiamenti sessuali. In tal modo, utilizzando l’energia creatrice di tutte le coppie, gli ierofanti popolavano realmente la sfera astrale di divinità e demiurghi, nutriti altresì dal potenziale immaginativo delle masse. L’astrale collettivo del popolo si arricchiva in tal modo”.

 

Abbiamo voluto riferire l’opinione di questo grande iniziato, capo della Loggia di Eulis, per mostrare che all’origine del culto dell’amore sessuale vi fu un’atto magico, puro e semplice, privo di intenzioni libidinose, che faceva della persona che così si vi sottostava, il maestro del bene e del male.

 

§§§

 

Il culto del fallo irraggia in tutti i paesi dell’area mediterranea. In Egitto, la conoscenza della divinità dell’organo virile è la vera chiave di certi misteri, e Diodoro Siculo ci dice che coloro i quali volevano pervenire al sacerdozio dovevano farsi iniziare al culto del fallo.

 

Del resto, i monumenti dell’antico Egitto che comprovano l’esistenza di questo culto fallico, non solo esoterico, ma anche exoterico, sono davvero tanti: ci sono splendidi falli nei templi; se ne metteva l’immagine nelle tombe; il dotto egittologo Vivant-Denon trovò a Tebe, in un sepolcro, un fallo imbalsamato, posto sul sesso di una mummia femminile. La descrizione che ne dà nel suo Atlas, prova che era di dimensioni più grandi del normale, doveva essere di qualche animale, forse un toro sacro.

 

Si deve sapere che anche Greci e Romani mettevano falli nelle tombe; vasi etruschi rinvenuti nelle sepolture ci mostrano sulle loro pareti l’immagine finemente dipinta dell’organo maschile.

 

Tra il sole e il fallo c’è uno stretto rapporto; per questo alcune statue di Osiride, il Dio-Sole, lo rappreserntano con l’organo virile in erezione, pronto per la fecondazione. La maggior parte dei monumenti ci mostrano lo stesso Dio, con il fallo in una mano, per testimoniare ai suoi fedeli la propria resurrezione primaverile e il suo rinnovato vigore. La stessa storia di Osiride, del resto, giustifica il culto del fallo (Dulaure cit.): “Osiride (il sole), principio del bene, genio della luce, aveva come nemico suo padre Tifone, principio del male, genio di terrore e di tenebra. Quest’ultimo riuscì a impadronirsi di Osiride e a rinchiuderlo in una cassa che poi gettò nel fiume Nilo. La scomparsa di Osiride è una grossolana allegoria dell’inverno in cui la notte, più lunga del giorno, l’assenza di vegetazione, l’assopirsi della natura, annunciano il trionfo del genio delle tenebre e della morte sul genio della luce e della vita. Iside (la luna), sposa di Osiride, viaggiò a lungo in cerca del corpo dello sposo. Lo trovò a Biblo, in Fenicia, in primavera. Portò con sé la cassa con il prezioso contenuto; tuttavia, volendo far visita al figlio Horus (Dio del giorno), la nascose in un luogo segreto, lontano da sguardi mortali. Tifone, durante una caccia notturna, aprì la cassa, riconobbe il corpo di Osiride, se ne impadronì, lo tagliò in 14 o 26 parti, e le disperse lontano.

 

“Iside, afflitta, andò alla ricerca delle parti disperse del suo caro Osiride. Ogni volta che ne trovava una ergeva in suo onore un monumento. Riuscì a trovarle tutte, meno quella sessuale, che Tifone aveva gettato nel Nilo in pasto ai pesci. La Dea per sotituire questa parte perduta, fece fare un simulacro cui rese gli stessi onori funebri che avevano ricevuto le altre parti del corpo di Osiride. Ella volle anche significare la sua preferenza per questa parte sessuale, ponendola nei templi ed esponendola alla venerazione delle masse. Si assicura che le immagini di questa aprte del corpo di Osiride, il fallo, vennero fatte in origine di legno di fico, perché si credeva che quest’albero contenesse in modo precipuo i principii dell’umidità e della riproduzione. Sia come sia, Iside eresse a divinità quel simulacro di legno. ‘Consacrò – scrive Plutarco – il fallo e gli Egiziani ne celebrano ancora la festa’. Aggiunge che Iside stessa ne fabbricò uno, lo portò in processione, per farci sapere che la virtù produttrice del Dio-Sole ha come materia prima la sostanza umida; e che grazie a lei questa virtù si è propagata a tutto ciò che è in grado di riceverla. Il culto del fallo sopravisse in Egitto fino al termine del IV secolo d.C.”.

 

Anche in Siria troviamo tracce del culto del fallo: il Belfagor o Baal-Phegor dei Moabiti e dei Madianiti, non è altro che il simbolo dell’organo maschile e noi possiamo leggere nella Bibbia che gli Ebrei, che non perdevano occasione per essere infedeli al loro Dio unico, si affrettarono a farsi iniziare al culto di Baal-Phegor: “Fornicarono con le figlie dei Moabiti, mangiarono i loro sacrifici e ne adorarono gli Dei” (Numeri XXV, 1 e 2). Più tardi, malgrado le terribili e sanguinose rappresaglie volute da Mosè, per ordine del Dio geloso di Israele, gli Ebrei ritornarono al culto di Baal-Phegor (Osea, IX,10), e con tanto maggiore fervore che le donne stesse erano le sacerdotesse templari di questa divinità fallica.

 

Ma è a Ierapoli, città sacra sulle sponde dell’Eufrate, che il culto del fallo assunse ad un elevato splendore: “Mai, in nessun posto della terra, il fallo fu più onorato che qui; mai gli si elevarono monumenti così insigni, più colossali” – ci riferisce Dulaure. Il tempio di Ierapoli è descritto in versi ditirambici dall’autore del Trattato sulla Dea Siria, e gli autori antichi affermano che davanti al suo portico si elevavano al cielo due giganteschi falli di 170 piedi e 7 pollici e mezzo…

 

Anche in Fenicia e Frigia si celebra il culto del fallo, in Grecia e a Roma. Quanto all’India, occorrerebbe un grosso volume per raccontarne la storia ed enumerarne le pratiche. Il lingam è uno degli avatars di Shiva, per questo, al giorno d’oggi, si posson vedere nei templi e sulle strade questi monumenti eretti a forma di cilindro che rappresentano l’organo maschile posto sopra un bacino che