Il Dio Intras, nel Rigvedas, dopo aver ucciso il mostro, fugge spaventato, a traverso i figurati novanta nove fiumi navigabili del cielo; il Dio pluvio, dopo aver lampeggiato, fulminato e tonato, ha spavento della propria opera sua; il poeta vedico gli domanda perciò che cosa egli abbia veduto; ma il Dio passa e non risponde. Uccidendo il mostro, egli ha scatenato le acque; il Dio pluvio ha ferito se stesso, ferendo il suo nemico; l’ombra del mostro o l’ombra propria lo perseguita; le acque crescono e minacciano di farlo affogare. Il Dio Indras venne condannato a rimanere nascosto nelle acque, nel periodo della sua maledizione, quando salì, come adultero, sopra il talamo di Ahlaya.

Il Dio chiuso nelle acque, il Dio bagnato, è la sua forma più infame e più maledetta. La metamorfosi celeste del pesce è forse la più vile, nell’ordine degli animali, e però la più temuta. Il pesce vive essenzialmente per riprodursi; quindi il decadimento del Dio, che, dopo una sua colpa fallica, viene condannato a giacere nelle proprie acque. Noi vedemmo già la sorella di Latona e Rambha e Ahalya, dopo aver peccato con Giove e con Indras suo equivalente indiano, divenir pietra nelle acque. Il pesce, reso impotente, istupidito, diviene inerte, immobile, simile a pietra, a sasso, a stucco; imbecillisce. L’immagine della pietra col miele troviamo già avvicinata nel Rigvedas con quella del pesce giacente in poca acqua, ossia del pesce esausto, impotente, privato degli spiriti vitali.

La leggenda della ninfa Adrika (dalla voce adris che vale pietra, rocca, montagna, nuvola) ci presenta la stessa analogia fra la pietra nuvola, la pietra cielo tenebroso, notturno, ossia la pietra nelle acque, ed il pesce. Per una maledizione divina, Adrika è trasformata in pesce, e vive nella Yamuna. Stando in queste acque, raccoglie una foglia sulla quale cadde lo sperma del re Uparic’aras, innamorato di Girika (ossia di Adrika stessa, poichè le due voci adrika e girika sono equivalenti), una foglia lasciata cadere nelle onde della Yamuna dall’uccello Qyenas, ossia dal falco. Cibatasi di quello sperma, la ninfa pesce vien presa dai pescatori e portata al re Uparic’aras; il pesce viene aperto; la ninfa ripiglia la sua forma celeste; da essa vengono fuori un figlio e una figlia, Matsyas il pesce maschio, e Matsya il pesce femmina, il maschio diviene poi il re de’ Matsyas ossia il re de’ pesci in cui si volle invano, come parmi, riconoscere un popolo storico, mentre non basta il trovarli nominati come un popolo nel Mahabharatam per supporne la reale esistenza storica, quando sappiamo che tutto il fondo della leggenda del Mahabharatam è mitologico; il trovar poi i Matsyas negli inni vedici è un argomento di più per riconoscere la natura mitica di que’ popoli, nominati nel Rigvedas in relazione con le acque. In un’altra leggenda del Mahabharatam[1], il seme del penitente Çaradvata (propriamente l’autunnale, il pluvio), provocato dalla vista di una ninfa cade sopra il legno di una saetta. Il legno della saetta si divide in due; ne nascono due figli che vengono consegnati al re; una variante di questa leggenda ritroveremo nelle tradizioni occidentali in relazione alla storia del pesce.

Alle novantanove o cento città di Çambaras distrutte da Indras corrispondono i novantanove fiumi che Indras attraversa. Nel Vishnu Purana, un pesce riceve l’eroe Pradyumnas (un appellativo del Dio dell’amore) gettato in mare da Çambaras, e gli fa ritrovare e sposare Mayadevi.

Il re Ghas (il nascosto, lo scuro, il re de’ neri Nishadas, il re di Çringaveras (in cui riconoscemmo già la luna) che, nella notte, riceve Ramas in riva della Ganga, lo ospita offiendogli bevande, carni e pesci.

Nella Çukasaptati e nel Tuti Name, i pesci ridono della bacchettoneria di un’ancella adultera; noi abbiamo già mostrato nel primo capitolo del primo libro il significato fallico del pesce che ride.

Nel Khorda-Avesta, ci occorre un pesce dalla vista acuta (Karomacya, il posteriore Kar-maci), che fa la guardia al bianco haoma, ossia all’ambrosia (con la quale lo sperma si è pure assimilato).

Nel Pseudo-Callisthenes, Alessandro arrivato alla fonte luminosa e mandante profumi, domanda al suo cuoco da mangiare; il cuoco vuoI lavare il pesce nell’acqua luminosa; il pesce ritorna in vita e gli scompare alla vista; ma il cuoco beve di quell’acqua del pesce e ne dà pure alla figlia di Alessandro, Une, che diviene per maledizione di Alessandro stesso una Nereide, o ninfa marina, mentre al cuoco fa attaccare al collo una pietra, e dà ordine che sia precipitato nel fondo del mare. Non mi occorre mostrare l’analogia di questa leggenda col mito d’Indras, e d’insistere sopra il significato fallico di un tal mito.

Sappiamo già che le figure falliche e le demoniache talora si corrispondono; perciò nella 9ª novellina esthonica, il diavolo sottrae i pesci ai pescatori; perciò nelle Eddas, il brigante Loki ora piglia la forma di pesce salmone, ora pesca il pesce luccio nel quale si è trasformato il nano Andvarri. Il pesce luccio è guardiano dell’oro e d’un anello, che gli vien preso; il pesce entra nella pietra e canta che quell’oro sarà cagione di morte per due fratelli. L’ambrosia, pioggia che vien fuori dalla nuvola, e la rugiada sono l’acqua nella quale il pesce vien lavato, e l’ambrosia rugiada bionda o argentea luna nell’oceano notturno è il pesciolino d’oro, e il pesce d’argento che annunzia la stagione pluvia, l’Autunno, il diluvio. Dall’oceano nuvoloso, notturno, invernale, vien pure fuori il sole, la perla perduta nel mare, che il pesce d’oro e il pesce d’argento trae fuori.

Il          pesciolino d’oro, il cyprinus chrysoparius, il cyprinus sophore (l’indiano Çapharas, al femminile Qaphari) e l’argenteo luccio, come la luna, possono crescere e diminuire. Noi conosciamo già il mostro marino che (simile a pesce Sirena) attira dal mare l’ombra di Hanumant nel Ramayanam, e può farsi ora piccolo ora grande; conosciamo il nano Andvarri dell’Edda che si cela nella forma di pesce luccio; ci è famigliare il dio Vishnus o Haris che da nano diviene gigante (Haris vale biondo, aureo), e si riferisce ora al sole, ora alla luna; Vishnus nella sua incarnazione di pesce piglia dapprima la forma di pesciolino d’oro, della caphari; e in questa forma il dio Vishnus s’assimila particolarmente con la luna, la reggitrice della stagione delle piogge. Come la luna (da noi già conosciuta qual piccola bambola sapiente) cresce per tre quarti, e, di piccolissima, divien grande, cosi nella leggenda indiana del diluvio narrata nei commentari vedici, nel Mahabharatam e nelle leggende Pauraniche, il dio Vishnus o Haris incomincia per essere un piccolissimo pesce, (che viene messo in un vaso od alin ‘g ‘ara simile a lraggio della luna) una caphari, che si raccomanda al penitente Manus (la cui relazione con la luna abbiamo già avvertita e possiamo e si può qui aggiungere ancora la relazione di essa col mese) per essere tolta dal gran fiume Ganga ove teme essere divorata dai mostri acquatici. Manus raccoglie il pesciolino nel vaso d’acqua che gli serve per le abluzioni; (un proverbio indiano dice che la caphari s’agita petulante in acqua alta un pollice, mentre il pesce rohitas, specie di carpio, non si insuperbisce neanche in un’acqua senza fondo); in una notte (evidentemente come luna) il pesce cresce tanto che nel vaso non può più stare; Manus lo trasporta in uno stagno, poi nella Ganga; il pesce finalmente ingrossa tanto che Manus riconosce in esso Vishnus, gli deve dare la libertà nel mare. Allora il pesce riconoscente annunzia che, fra sette giorni, le acque inonderanno il mondo e tutti i malvagi periranno; gli ordina (come il Dio Biblico a Noè) di fabbricarsi una nave: “Tu vi entrerai, gli dice Vishnus, con sette sapienti, un paio di ogni specie d’animali, e i semi di tutte le piante. Tu vi attenderai il fine della notte di Brahman; e quando il vascello sarà agitato dalle onde, tu l’attaccherai con un lungo serpente al corno d’un enorme pesce, che ti verrà vicino e ti guiderà sopra le onde dell’abisso.” Al giorno stabilito, le acque del mare salirono sopra la terra; il pesce si fermò sul corno ossia sulla punta d’una montagna. Ora questo pesciolino d’oro, in cui Vishnus s’incarna quando diviene cornuto per tirare la nave di Manus, s’ assimila con un altro animaletto interessante, il riccio di mare o riccio del Ganga (cincumaras, ch’è pure uno degli appellativi del nano Vishnus - conosciamo già Vishnus come cinghiale - e vale propriamente il piccolo distruggitore). La 18ª strofa del prezioso inno 116 del primo libro del Rigvedas, ci presenta il cincumaras o riccio di mare, che insieme con un altro cornuto, il toro (la luna qual toro cornuto già conosciamo) tira il carro degli Acvinau (i Dioscori indiani) pieno di ricchezze; noi sappiamo già che il carro degli Acvinau è spesso un vascello.

Cincumaras vale pure in Sanscrito, delfino[2] e i delfini e il pesce jorsh (la piccola perca), dai piccoli cornetti e dalla forma sottile, aguzza come piccolo palo terminato in punta, chiamato nelle novelline russe col nome di turbolento (Kropacishka) sono fra loro in relazione come tiranti via la cassetta; il jorsh piglia il posto del piccolo “distruggitore” del cincumaras, del riccio marino, a proposito del quale sono pure interessantissimi due versetti popolari siciliani, che paragonano gli aculei del riccio marino a cento remi, coi quali esso deve vogare, portando i suoi piccoli invocatori. Dopo averlo pescato i fanciulli siciliani spargono sopra di esso un po’ di sale e cantano, secondo che, interpellato, me ne scrive il mio ottimo amico Pitrè:

 

Vòcami, vòcami, centu rimi (remi)

Vòcami, vòcami, centu rimi.

 

Esso allora si muove e i fanciulli fanno festa. Nel poemetto russo Kaniok Garbunok di Jershoff, da me già ricordato nel capitolo del cavallo, Ivan deve cercare per il sultano l’anello chiuso in una cassetta caduta in mare (il sole vespertino od autunnale). Ivan sopra il suo cavallino gobbo arriva in mezzo al mare ov’è una balena che non può muoversi, per aver trangugiata una flotta, ossia il vascello solare. La parte che sostiene qui la balena è la stessa del mostro marino che trangugia Hanumant nel Ramayanam, per rivomitarlo fuori, come fu rivomitato il mitico Giona; la notte divora e porta in corpo il sole; Hanumant entra per la bocca del pesce ed esce per la coda; quando la notte è con la luna, invece di ingoiar l’eroe, il toro luna, il pesce luna lo porta o gli serve di ponte; nelle novelline russe, il bruno azzurrognolo luccio, che, a motivo del suo colore, vien chiamato vedova casta[3], è ora una forma che assume il demonio per mangiare il giovane eroe diventato piccola perca, ora è un pesce enorme con enormi denti che fa strage di piccoli pesci, ora, invece, serve di ponte a Ivan Tzarewic’, che va in traccia dell’uovo d’anitra, ch’è dentro la lepre, sotto la quercia, in mezzo al mare; ora è pescato nella fonte (come la luna nel pozzo) da Emilio sciocco e pigro, e perché Emilio gli salva la vita, lo fa ricco, operando per esso parecchi miracoli, come quelli de’ barili pieni d’acqua, degli alberi della foresta, de’ carri, delle stufe che camminano da sè e, alfine, della botte gettata in mare nella quale Emilio è chiuso con la bella figlia dello tzar, la qual botte approda a riva e si spacca; ora il fallico luccio dalle pinne d’oro è pescato, lavato, squartato e arrostito; l’acqua sporca si butta via, la beve la vacca (presso Afanassiefi) e la cavalla (presso Erlenwein); una porzione del pesce è mangiata dalla schiava nera, mentre essa lo porta in tavola, il resto dalla regina, ove nascono al tempo stesso alla vacca (o cavalla), alla fanciulla nera e alla regina, tre giovani eroi che si considerano come fratelli; ora il luccio (come nella favola satirica di Kriloff), trascina il carro in compagnia del gambero e dell’airone; e qui esso apparirebbe come gli altri due animali piuttosto stupido che intelligente, poichè tira giù il carro nell’acqua, mentre il gambero fa ogni sforzo per tirarlo indietro sulla terra, e l’airone lo vuol portare in aria. Avremmo qui la solita corrispondenza tra la figura fallica e quella dell’imbecille. Così, in dialetto piemontese, lo stupido chiamasi merlo (lat. merula), onde si trasse il nome del pesce merluccio, o merluzzo (gadus merlucius) chiamato dai latini asellus, e dai greci onos; l’asino è un noto simbolo fallico; e un Dio fallico essendo pure Bacco, leggiamo in Plinio:

“Asellorum duo genera, Callariae minores, et Bacchi qui non nisi in alto capiuntur.” Il nome italiano baccalà dato ad una specie di merluzzo, parmi nato dalla riunione de’ due nomi Bacchus e Callaria; in dialetto piemontese, un uomo stupido è pure chiamato col nome di baccalà.

Havvi pure un pesce col nome merula, di cui gli antichi descrissero la straordinaria salacità, che lo conduce a consumarsi insieme con le sue belle[4]. In Italia suonano pure i seguenti proverbii fallici: La merla ha passato il Po, e Il merlo ha passato il rio, per indicare una donna od un uomo che arrivarono all’impotenza. Del pesce chrusofrus de’ Greci, aurata de’ latini scrissero gli antichi che si lascia pigliare in mano dai fanciulli e dalle donne, e (secondo Atheneo) ch’era sacro ad Aphrodite. Perciò nel giorno di Aphrodite, nel giorno di Venere, nel venerdì si mangia il pesce, per far di magro, dicono i cattolici; ma i lettori ora sono avvisati dell’equivoco, e, d’ora in poi, mangieranno il pesce con minor devozione. Aphrodite la Dea degli Amori, rappresentava nel mito l’aurora e la primavera; perciò erano sacri ad essa i gemmi pisces, i due pesci congiunti in uno solo, ed è come già notai, nel primo capitolo del primo libro, uno scherzo d’origine fallica (che dovrebbe abbandonarsi) la burla del poisson d’Avril. Aphrodite ed Eros perseguitati da Typhone si trasformarono in pesci e si tuffarono uniti nell’Eufrate. L’ellenico Eros si rappresenta pure a cavallo di un delfino; secondo altre rappresentazioni, cavalca un cigno e spinge innanzi a sè il delfino; in un epigramma dell’Antologia Greca il delfino porta pure un uscignuolo stanco. In alcune parti dell’Alsazia, la sera di Sant’Andrea, le fanciulle mangiano arringhe, per sognare nella notte lo sposo che dovrà estinguere la loro sete. Il pesce lulis di Plinio, o lulia, è chiamato donzella in italiano, e menchia di re a Napoli (ove la mentula è chiamata pesce) e nel Veneto; ed altri pesci ancora, pigliano il loro nome dagli organi della generazione. Un carattere essenzialmente fallico ha pure l’anguilla, che secondo Agatharchides, citato da Ippolito Salviano, i Beoti coronavano come vittima e sacrificavano solennemente agli Dei, e che, secondo Erodoto, gli egizii veneravano come pesce divino, e Atheneo chiama pomposamente l’Elena delle cene. L’anguilla passò in proverbio; i modi proverbiali italiani pigliare l’anguilla, tener l’anguilla per la coda, quando l’anguilla ha preso l’amo bisogna che vada dove è tirata sono tutti equivoci; i tedeschi hanno poi sopra l’anguilla un proverbio, che richiama alla storiella del cuoco che sottrae il pesce ad Alessandro e ne beve l’acqua insieme alla figlia di Alessandro; il phallos penetra, scopre i segreti; e però, in una leggenda germanica si attribuì ad una donna che mangiò un’anguilla la facoltà di vedere tutto ciò che sta sotto l’acqua (una variante del pesce che ride), il quale arricchisce chi lo possiede nella 9ª novellina del terzo libro d’Afanassieff, e del pesce silurus, così chiamato dalle voci greche sillo e oura, come agitante la coda, il quale ripulisce l’operaio caduto nel fango e fa ridere la principessa che non rideva (nella 58ª novellina del sesto libro dello stesso Afanassieff). Nella l8ª novellina di Santo Stefano di Calcinaia da me pubblicata, l’anguilla tiene il posto del luccio fecondatore: un pescatore pesca un’anguilla a due code e due teste, così grande, che si deve fare aiutare per portarla. L’anguilla parla, e domanda che si piantino le due code nell’orto, si diano gli intestini alla cagna, le due teste alla moglie. Dalle code nascono nell’orto due spade (nella leggenda indiana vedemmo due figli nascere dal legno della saetta di Çaradvat), dagli intestini alla cagna due canini, dalle teste alla moglie due bei giovani (i due Acvinau, tirati come vedemmo nell’inno vedico dal riccio di mare). Nel primo volume del Cabinet des Fées, la fata Anguillette vien presa in forma di anguilla; nella 43ª delle novelline di Santo Stefano di Calcinaia la bella fanciulla viene dalla serva del prete (ossia dalla serva dell’uomo nero, dalla donna nera, dalla notte) che andò a lavare alla fonte, invitata a scendere giù dall’albero; la fanciulla discende, è precipitata nel fonte, ove vien divorata da un’enorme anguilla. I pescatori pescano l’anguilla e la portano al principe. La strega fa ammazzare l’anguilla e buttare in un canneto. L’anguilla si trasforma in canna grande e bella, la quale ancora vien portata al re, che aprendola con un temperino, ne fa uscire la sua bella fanciulla (una variante della fànciulla di legno). Questa forma d’anguilla demoniaca ha una stretta parentela col mostro serpente; l’anguilla ricorda l’anguis: perciò nella 9ª novellina del primo libro del Pentamerone, invece dell’anguilla fecondatrice della 18ª novellina toscana troviamo il pesce chiamato draco marinus (in italiano trascina) del quale è pur curioso quanto scrive il Volaterrano, cioè, che “si manu dextra adripias eum cuntumacem renitentemque experieris, si laeva subsequentem,” quasi ci si voglia lasciar intendere che la mano sinistra è la mano del diavolo. Così Oppiano ci descrive le nozze dell’anguilla muraina con le serpi (secondo Aelianos e Plinio, le vipere). Altri pesci hanno preso carattere essenzialmente demoniaco, come il pesce alopex (lat. Vulpes, Vulpecula) della quale narra Aelianos che divora l’amo e poi lo vomita fuori coi propri intestini, la rana piscatrix, chiamata pure col nome di diavolo marino, il trugon (lat. pastinaca, it. bruco) che col suo dardo, secondo Oppiano, uccide gli uomini (è fama che Ulisse sia stato ucciso con l’osso del trugon) e fa seccare gli alberi (sebbene sia poi strano che per guarirsi da una ferita così mortale, perchè dagli antichi creduta velenosa, Dioscoride raccomandi il solo decotto di salvia), lo scorpione marino (dalle cui ferite si guariva secondo gli antichi con la triglas - la triglia, lat. mullus - sacra, secondo Atheneo e Apollodoro ad Artemis, ossia a Diana trivia, alla luna; Plutarco scrive che era sacra a Diana come pesce cacciatore, perchè uccide il lepre di mare, pestifero all’uomo; ma il lepre mitico noi sappiamo già essere la luna stessa), l’hareha, o glanis, o piscis barbatus, il siluro, che in Ungheria, secondo il Mannhardt (Manardus) citato nel secolo decimosesto da Ippolito Salviano, avea fama di assalire gli uomini, tanto che si narri che ad un tal pesce, preso una volta, si trovò nelle viscere una mano d’uomo ornata d’anelli. Ma questi anelli nel corpo del pesce (come la gemma cimedia che, secondo la credenza popolare trovasi nel cervello di un gran numero di pesci) ci richiamano al poemetto di Iershoff che abbiamo interrotto, alla piccola perca, ai delfini, alla balena, e all’anello caduto nell’acqua e ritrovato dal pesce, che è forse il motivo più interessante nel cielo mitico de’ pesci, e, come a dire, la loro impresa epica.

Ivan è dunque arrivato col suo cavallino gobbo in alto mare presso la balena che ha trangugiata la flotta[5] sopra la balena crebbe una foresta; ne’suoi mustacchi le donne vanno a cercar funghi. Ivan espone il suo desiderio. La balena aduna tutti i pesci. Nessuno sa dar novella della cassetta caduta in mare; solo lo potrebbe un piccolo pesce, il piccolo jorsh, la piccola perca; ma trovasi impegnata a dar la caccia a un suo avversario. La balena manda ambasciatori al jorsh; il quale abbandona, sebbene a malincuore, per un istante la pugna, per andare a cercare la cassetta; la trova, ma non ha forza di levarla. Viene a provarcisi il numeroso esercito delle arringhe, ma invano; alfine arrivano due delfini, e tirano via la cassetta. Ivan trova l’anello desiderato; la maledizione della balena finisce; essa rivomita fuori la flotta, e può di nuovo muoversi, mentre la piccola perca è ritornata alla caccia de’ suoi nemici. Questa guerra della perca co’ suoi avversari ebbe nella tradizione popolare russa i sui Erodoti ed Omeri che la narrarono e la cantarono in prosa ed in verso. Afanassieff nel terzo libro delle sue novelline, reca da un manoscritto del secolo scorso, la descrizione del giudizio della piccola perca (jorsh) innanzi al tribunale de’ pesci. Il pesce bremo (lecc) porta accusa innanzi al tribunale de’ pesci contro il piccolo jorsh, il cattivo battagliero (come il riccio di mare è il piccolo distruggitore) che co’ suoi ispidi peli ferisce tutti gli altri pesci e li obbliga ad abbandonare il lago di Rastoff. Il jorsh si difende col dire ch’egli vale per la propria forza, ch’ei non è un brigante, ch’è un buon uomo, ch’è conosciuto in ogni luogo e pregiato e cucinato presso i grandi signori e mangiato con gusto. Il bremo (lecc) invoca la testimonianza di altri pesci che depongono contro la piccola perca. La piccola perca si lagna che gli altri pesci, personaggi importanti, vogliano rovinar lui piccolo e i suoi compagni per mezzo de’ tribunali. I giudici fanno citare la perca, il barbio, l’arringa perché depongano. La perca manda il barbio. Il barbio si scusa del non comparire, dicendo che ha il ventre grosso e non può andare, che ha gli occhi piccoli e non può veder lontano, che ha le labbra grosse e non sa parlare innanzi a persone distinte; l’arringa depone in favore del lecc e contro la piccola perca. Fra i testimoni contro il jorsh appare pure lo sturione; parla male del jorsh, dicendo che, quando vien mangiato, è più quello che sputa via che quello che si manda giù, e si lagna che, andando un giorno per il Volga verso il lago di Rastoff, la piccola perca lo chiamò fratello e lo ingannò raccontandogli per allontanarlo dal lago, come una volta essa fosse pure un pesce immenso, la cui coda somigliava alla vela d’un vascello e che diventò così piccola per essere entrata nel lago di Rastoff. Lo sturione dice aver allora avuto paura, esser rimasto nel fiume, ove i suoi figli e compagni morirono di fame ed egli stesso si ridusse in extremis. Aggiunge ancora lo sturione un altro gravame contro il jorsh, che lo avea fatto andare innanzi perchè cadesse nelle mani de’ pescatori, col dirgli che i fratelli maggiori devono andare innanzi ai minori. Lo sturione confessa aver ceduto a quelle graziose parole, essere entrato in una pescaia, la quale egli trova simile alle porte de’ grandi signori, grandi quando vi si entra, piccole quando se ne esce; esser caduto nella rete, nella quale vedendolo il jorsh gli gridava burlandosi: “soffri, per amor di Cristo”. La deposizione dello sturione fa molta impressione nell’animo de’ giudici, che comandano di dare il knut al piccolo jorsh, e d’impiccarlo, nel gran caldo, in pena delle sue frodi; la sentenza viene dal gambero suggellata col suo aculeo. Ma il jorsh che ha udita la sentenza la dichiara ingiusta, sputa negli occhi ai giudici, salta fra i canneti, e scompare alla vista de’ pesci, che ne rimangono mortificati e pieni di vergogna.

Nella novellina 32ª del quarto libro di Afanassieff, troviamo due varianti di questa leggenda zoologica: 1° Il turbolento jorsh entra nel lago di Rastoff e se ne impadronisce. Citato in giudizio dal pesce bremo, risponde che dal giorno di San Pietro al giorno di Sant’Elia tutto il lago si bruciò, e reca in prova che la triglia ne ha tuttora gli occhi rossi, che la perca ne ha sempre le alette rosse, che il luccio ne divenne scuro, che il barbio vi si è annerito: detti pesci citati in testimonio o non compaiono o negano. Il jorsh vien preso e messo in un laccio; ma cade la pioggia: il luogo divien fangoso; il jorsh scappa via dal laccio, e di riviera in riviera arriva fino al fiume Kama, dove, il luccio e lo sturione lo ritrovano e lo riconducono al supplizio; 2° Il jorsh preso e citato in giudizio, domanda solo per un’ora il permesso di passeggiare nel lago di Rastoff, ma dopo un’ora ei non lascia invece il lago, e dà ogni noia agli altri pesci, punzecchiandoli, aizzandoli; i pesci ricorrono per giudizio, allo sturione che manda il luccio a cercare il jorsh; la piccola perca si trova fra i sassi e si scusa col dir ch’ è sabato, che si fa festa in casa di suo padre, e lo invita a passeggiare e a godere intanto con lui; per l’indomani, benché sia domenica, promette recarsi dal giudice (è notevole l’analogia delle gesta del pesce jorsh con quelle di Reineke Fuchs). Il jorsh frattanto ubbriaca il suo compagno. Il nome sanscrito del pesce matsyas dalla radice mad, vale probabilmente ebbro, allegro, in origine inumidito; in italiano, briaco e folle, talora, si equivalgono; in dialetto piemontese bagnato e imbecille sono espressioni che si scambiano; l’ebbrezza, ha due forme; vi ha un’ebbrezza che rende alacer (it. allegro) che esalta, che raddoppia le forze; ve n’ha un’altra che indebolisce, rende impotente, istupidisce; è questione di quantità e di qualità di bevanda e di temperamento; così vi sono due maniere di follie, quella che rende pazzo furioso, a cui occorre, per essere trattenuto, la camicia di forza; quella che conduce all’esaurimento di tutte le forze, alla prostrazione, all’ebetismo; Indras s’ubbriaca e diviene un eroe, come il forte inebbriato della Bibbia e di Manzoni; il luccio invece, bevendo, s’ubbriaca e diviene un imbecille (confrontisi l’italiano matto, inglese mad, che vale pazzo, arrabbiato, col tedesco matt che significa abbattuto, esausto)[6]. Quando il jorsh ha ubbriacato il luccio lo chiude in un panaio, ove il pesce briaco deve morire. Allora viene il bremo a pigliare fra i sassi la piccola perca e portarla innanzi al giudice. Il jorsh domanda un giudizio di Dio. Invita i pesci a metterlo in una rete; se egli resterà nella rete, avrà torto; se ne uscirà avrà ragione; il jorsh si dimena tanto nella rete, che riesce a scappare. Il giudice gli dà ragione, e gli concede piena libertà nel lago; allora il jorsh comincia le sue numerose vendette contro i pesci, facendo prova di sempre nuove astuzie a fine di perderli. Come l’ebbro e il folle ora moltiplicano le loro forze, ora le perdono tutte, così, quanto alla loro intelligenza, tra i pesci mitici troviamo i sapientissimi e gli stupidissimi: E’ popolare la novellina de’ tre pesci di diversa intelligenza, dei quali quello pigro ed improvvido si lascia pigliare dai pescatori, mentre gli altri due suoi compagni scampano, tolta dal 1° libro del Pancatantram. Nel quinto libro dello stesso Pancatantram, ci occorre, come variante, il pesce che ha l’intelligenza di cento (Çatabuddhis), quello che ha l’intelligenza di mille (Sahasrabuddhis) e la rana che possiede l’intelligenza di uno (Ekabuddhis); ma quella de’ due pesci non è intelligenza, si bene presunzione; val più l’unica intelligenza della rana che le cento e le mille dei pesci. La rana si salva; i due pesci cadone nelle mani de’ pescatori.

Il piccolo riccio di mare (il nano Vishnus e il delfino gli equivalgono, la voce gin gumaras essendo in sanscrito equivoca), nel Rigvedas, tira il carro delle ricchezze; nell’Edda, un nano in forma di luccio (greco lukios, latino lucius) sta alla guardia dell’oro e custodisce l’anello; nelle tradizioni russe il piccolo pesce jorsh (formidabile come il josz o riccio di mare, per i suoi strani aculei) uniti coi delfini, trae fuori dal mare la cassetta contenente l’anello del sultano. Il corno della luna che spunta nel mare notturno appartiene ora al toro che porta l’eroe fuggitivo, ora al pesce gaphari, che divenuto grosso tira la nave di Manus e la salva dalle acque perchè non naufraghi. Ora è l’eroe o l’eroina solare che piglia forma di pesce per salvarsi, ora il pesce lunare aiuta l’eroe o l’eroina solare a salvarsi. Ora il pesciolino d’oro o luminoso si tuffa nel mare o nel fiume per cercare la perla o l’anello all’eroe od eroina che lo lasciò cadere, l’anello senza cui il re Dushyantas non può riconoscere la sua sposa Çakuntala; ora il pesce stesso vomita fuori dalla bocca o dalla coda quello che ha ingoiato, l’eroe, la perla, l’anello (il disco solare).

Nel sesto atto della Çakuntala il pescatore trova nel ventre d’un pesce (il cyprinus dentatus) la perla incastonata nell’anello che il re Dushyantas diede a Çakuntala, per poterlo riconoscere, quando si ritrovassero insieme. I generi cyprinus e perca come spinosi o ferienti, nell’ordine de’ pesci somministrano il maggior numero d’eroi alla mitologia; il riccio di mare s’assimila ad essi a motivo de’ suoi dardi; i nomi di hecht, brochet, pike dati al lucius in Germania, Francia, Inghilterra esprimono la sua facoltà di pungere, fendere colla sua bocca piatta tagliente (il pesce lucio-perca Sandra è una forma intermedia fra la perca e il luccio). Il corno lunare, il fulmine, il raggio solare hanno la stessa prerogativa di tali pesci; il delfino, a motivo delle due alette falcate che ha nelle estremità anteriori, o della pinna adiposa, ricurva, che ha sul dosso, come pure de’ suoi colori nero e argento potè servire a rappresentare il corno lunare e le fasi lunari; così il luccio e il bremo scuri o azzurrognoli sul dorso sono bianchi nel ventre. Il delfino ha pure la bocca piatta e denti aguzzi come il luccio[7]. Il corno lunare annunzia la pioggia; così la pinna falcata del delfino che appare sulle onde del mare annunzia tempesta ai naviganti, li avverte, li salva dal naufragio; perciò esso come Çinçumaras, può al pari del riccio marino, aver salvato, tirato il carro, ossia il vascello degli Acvinau, il vascello solare, carico di ricchezze. Il delfino che sorveglia Amphitrite per conto di Poseidon nel mito ellenico, equivale al delfino spia del mare, alla luna, spia del cielo notturno e invernale assomigliato al regno dei morti, il delfino e la luna secondo la credenza ellenica portando egualmente le anime de’ morti.

Il          Cyprinus, per eccellenza, il carpio (lat. carpus) è celebrato in relazione con l’oro in un elegante poemetto latino di Gerolamo Fracastoro. Carpus era il nome di un navicchiero del lago di Garda che, vedendo fuggire Saturno, lo scambiò per un ladro che portasse via dell’oro, e tentò di spogliarnelo; allora Saturno maledisse lui e i suoi compagni nel modo seguente:

 

Gens inimica Deum dabitur quodpascitis auram;

Hoc imo sub fonte aurum pascetis avari;

Dixerat: ast illis veniam poscenti bus et vox

Deficit, et iam se cernunt mutescere; et ora

In rictum late patulum producta dehiscunt:

In pinnas ubiere manus; vestisque rigescit

In squamas, caudamque pedes sinuantur in imam.

Quifuerat subita obductusformidine, mansit

Pallidus ore color, quamquam livoris iniqui

Indicium suffusa nigris sunt corpora guttls,

Carpus aqias, primus numen qui laesit, in amplas

Se primus dedit, etfundo se condidit imo.

 

Dai raffronti fin qui fatti non può cader dubbio alcuno che l’impresa del pesce che cerca l’oro o la perla, o che contiene in sè l’oro o la perla sia un’antichissima tradizione ariana.

Noi vediamo negli inni vedici ora Indras, ora gli Acvinau salvare gli eroi dal naufragio e portar ricchezze agli uomini; vedemmo pure il gingumaras (riccio marino o delfino o Vishnus) tirare il carro degli Acvinau portante le ricchezze. I Greci denominarono un pesce di strana forma col nome ora di Zeus, ora di Chalkeus (il nome dato a Hephaistos o Mulciber o Vulcanus, lavorator di metalli) o fabbro, onde il nome di Zeus faber che ottenne presso i latini. Questo pesce ha una forma veramente mostruosa. Il suo dorso è di un bruno sporco striato in giallo; il resto del corpo di un color giallo argenteo; ne’ fianchi ha due macchie nerissime. La pinna dorsale è spiegata come un ventaglio a raggi sparsi, sostenuti da forti aculei, i quali fecero rassomigliare quella prominenza ad una cresta. Noi ricordiamo che il gallo e l’allodola furono assimilati con Cristo e con Cristoforo a motivo della loro cresta; lo stesso è avvenuto al pesce Zeus faber[8]. La tradizione italiana suppone che quelle due macchie nere (che fanno somigliare il corpo del fabbro a una fucina, onde il suo nome di fabbro) gli siano venute dai segni che vi lasciò un giorno, nel pigliarlo in mano, San Cristoforo, mentre, portando Cristo sulle sue spalle, gli faceva passare il fiume. Il pesce che porta la cresta e Cristoforo si assimilano. Ma, non basta; a Roma, a Genova, a Napoli questo stesso pesce è chiamato col nome di Pesce di San Pietro, perchè narrasi che sia lo stesso pesce pescato da San Pietro presso il Vangelo, nella bocca del quale (che come fabbro, o chalkeus dovea saper battere moneta) per un miracolo del Cristo (che s’identifica nel mito solare con la moneta d’oro) San Pietro trovò la moneta, che dovea servire per il tributo; è egli probabile che la stessa leggenda del pesce con l’oro in bocca, propria dei miti Ariani corresse pure, altrimenti che per tradizione mitica importata, in Giudea? Io nol crederei, come Petrus pescatore e la pietra sulla quale il Cristo fa un cattivo calembourg greco latino, posto in relazione col pesce, sono un altro motivo mitico che mi richiama nel mondo ariano e mi caccia dal mondo semitico e dalla fede fanciullesca nell’autenticità giudaica della storia evangelica, senza pregiudicarne tuttavia, ogni discreto lettore il comprende, la santità della dottrina.



[1] Mbh. I. 5078-5086. In altra variante, il seme del savio Bharadvagas esce alla vista di una ninfa; il savio lo raccoglie in una coppa onde vien fuori Dronas il maestro d’armi, il saettatore per eccellenza. Mbh. I. 5103-5 105.

 

[2] nostri lettori non si meraviglieranno nel veder compresi fra i pesci il delfino, la balena e il riccio di mare. Non si tratta qui di un trattato di storia naturale secondo le classificazioni de’ dotti naturalisti, ma delle classificazioni grossolane fatte dalla impressionabile ignoranza popolare. Così fra gli animali dell’acqua troveranno descritto il serpente, quantunque rettile, perchè la credenza popolare pone il drago a guardia delle acque.

[3] Il luccio, nella primavera, diviene di colore azzurrognolo o verdastro; quindi il nome di goluboìepero (ossia dalle pinne azzurre); nella 19ª delle novelline russe di Erlenwein si danno al luccio pinne d’oro di color pavonazzo, propriamente il colore del pavone che è particolarmente verde-azzurro cangiante in violaceo. Ma, in sanscrito, fra i nomi del pavone vi è pur quello di harìs (giallo, e verde) che vale tanto la luna quanto il sole. Per la stessa analogia, il luccio azzurro o verdastro può rappresentare la luna. Ma un’altra analogia per un simile concepimento troviamo ancora nella voce cyama che vale nero, azzurro e anche argenteo, onde serve ad esprimere il convolvulus argenteus (rammentisi che il nome latino del luccio è lucius, ossia il luminoso). Il luccio subisce i colori delle acque in cui vive, e le acque sono scure, nere, azzurre, argentee; come azzurro od argenteo, il luccio rafligura la luna; come scuro la notte tenebrosa, la nuvola, la stagione invernale. Nella 32ª novellina del quarto libro d’Afanassieff, la piccola perca racconta che il luccio una volta era luminoso (cioè in primavera) e divenne nero in seguito all’incendio awenuto nel lago di Rastoff, dal giorno di san Pietro (29 giugno) al giorno di Sant’Elia (20 luglio), ossia al principio dell’estate; come la luna, il luccio ha le sue fasi scure e luminose.

[4] Cfr. Salvianus, Aquaticum animalium Hìstoriae. Romae 1554.

 

[5] Nella 3ª novellina del primo libro d’Afanassieff, (di cui la novellina boema del nonno Vsievedas, pubblicata dal Teza, è una nota variante) la balena si lagna che tutti, fanti e cavalieri, vadano e passino sovr’essa, e la consumino fino all’osso. Prega l’eroe Basilio di domandare al serpente per quanto tempo essa subirà ancora tal sorte; il serpente risponde: fino a quando vomiterà i dieci vascelli di Marco il ricco. - Nella 8ª novellina del quarto libro del Pentamerone la balena insegna a Cianna la via per trovare la madre del tempo, pregandola per compenso, di domandarle il modo con cui la balena possa caminar libera nel mare, senza incontrare scogli e banchi di sabbia. Cianna porta alla balena per risposta, ch’essa deve tenersi amico il topo di mare (lo sorece marino, forse lo stesso che il riccio di mare), che potrà servirle per guida. Nell’8ª novella del quinto libro del Pentamerone la fanciullina è raccolta in mare da un gran pesce fatato, nel ventre del quale sono belle campagne, giardini e un bel palazzo fornito d’ogni cosa. Il pesce porta la fanciulla alla riva.

[6] S’io non m’inganno, anche le voci tedesche narr, folle, e nass, bagnato, sono fra loro in relazione, per la stessa analogia che la radice mad ci dà il sanscrito mattas, ebbro, e il lat. madidus, umido.

[7] Merita pure d’essere qui riferita una credenza superstiziosa raccolta da Plinio intorno alla torpedine. “Mirum quod de torpedine invenio, si capta cum Luna in Libra fuerit, triduoque asservetur sub dio, faciles partus facere postea quoties inferatur.”

[8] Sotto la voce cirula, il Du Cange. Gloss., scrive, a proposito del pesce faber o zeus “Idem forte piscis, quem galli doreani vocant ab aureo laterum colore, nostri et Hispani Galli Baionenses jau, idest gallum a dorsi pinnis surrectis veluti gallorum gallinaceorum cristis.” Nel mito vedico del fabbro divino Tvashtar (nome del reggente del cielo di Giove, e di un demonio dell’ecclisse) il quale nasconde ad Indras l’ambrosia luminosa, è da cercarsi forse un’analogia con le abitudini solitarie e segretissime del Zeus faber.