Questo lavoro si indirizza ad una sola e unica categoria di esseri umani, a coloro che desiderano con tutto il loro cuore, con tutta l’anima di partecipare dei santi misteri dell’amore....
Tutti coloro che intraprenderanno la lettura di quest’opera, desiderosi di curiosità pornografiche o solo intellettuali - per sottili che siano -, verranno delusi dalla prima pagina, tengo a precisarlo, e, piuttosto di affrontare un’opera di cui non potranno mai capire alcunchè, gli consiglio, nel reciproco interesse, di non avvicinarvisi, poichè solo colui che ha compreso che l’amore non è nè l’osceno solleticamento di due epidermidi, nè una progenie numerosa e paffuta, nè la soddisfazione di un orgoglio che non si osa ammettere, nè ancora la realizzazione di una luna di miele egoista - per esoterica che possa apparire - ma ben altro, quello di cui si ha quasi paura di fare il nome per tema di sporcarlo, solo questo tipo di uomo mi potrà capire.
Haimè! Ne esiste sull’intero pianeta e nell’universo chi non ha nemmeno il suo nome! A lungo ho dubitato della sua esistenza ed è ciò che mi ha letteralmente impedito di rivelare il mio lavoro al prossimo. Tuttavia, certe esperienze, certi incontri mi hanno persuaso che in mancanza di un lettore ideale, assolutamente conforme al mio ideale, c’erano peraltro molti esseri posseduti da un’analoga ispirazione, ma che, sia per lassitudine interiore, sia perchè piegati dalla disperazione di continui fallimenti, erano incapaci di trovare la via della felicità.
E’ a costoro che mi rivolgo, desideroso di lenire le loro piaghe brucianti e amare, di spegnere in essi il fuoco dello scetticismo corrisivo, di ravvivare il loro eroismo, cosicchè anch’essi possano raggiungerela vetta agognata della loro segreta aspirazione.
Per quanto l’essenza di quest’opera si indirizzi a tutti gli esseri suscettibili di vibrare, - a tutti gli esseri per i quali l’amore è lo scopo supremo della vita - la sua forma si confà innanzitutto al “genere maschile”, sia per la sua esposizione filosofica che per i metodi operativi, poichè mi sembra che in erotica, essendo la missione dell’uomo di amare e quella della donna di farsi adorare, egli deve fare tutto quanto in suo possesso per rendersi degno dell’ideale che la donna deve incarnare. Tuttavia, la profonda verità che non posso tacere, facendo totalmente a meno delle “critiche” che potrebbe suscitare, è che l’unico essere in grado non solo di comprendere, ma vivere integralmente le pagine che seguono sarebbe l’androgine[0]. Non voglio praticamente preoccuparmi dell’opinione dei nostri “uomini di scienza” a riguardo di un argomento che ignorano e di cui conoscono soltanto la caricatura: l’ermafrodito.
Dobbiamo dire che nessun essere del “nostro” pianeta è così conformato? A mio avviso, credo che in ogni essere umano debba risiedere questa “doppia polarizzazione”, ma, quaggiù, rimane pressocchè allo stato di latenza.
L’androgine deve dunque essere considerato come un caso eccezionale che, con molte probalilità, appartiene a tutt’altra evoluzione che quella terrestre.
Tuttavia, per ragioni che voglio spiegare, credo che anche il “terrestre normale” - a condizione di non avere in sè lo slancio verso una migliore condizione - è capace di capirmi, se non di seguirmi.
Lungi da me il pensiero di negare i meriti di coloro che mi hanno preceduto; non saprei, al contrario, esprimere a sufficienza la gratitudine per Platone, Peladan, Piobb, Poinsot, i miei unici compagni su quest’arduo percorso.
Credo nondimeno di essere il primo arrischiatosi a formulare non solo una teoria, ma anche una pratica dell’erotismo esoterico.
Poichè, sia per “pudore”, sia per tema forse del ridicolo, i miei degni predecessori non hanno osato sollevare questo velo, e, se l’hanno fatto, non è stato che a sprazzi, senza permettere di ricavarne delle conclusioni nel campo dell’operatività.
Ora, per scioccante che ciò possa apparire a chi si contenta di “castelli di carte”, ciò non basta, perchè l’amore non chiede solo di essere sognato, ma di essere realizzato.
Come? E’ ciò che mi sono sforzato di descrivere nelle pagine che seguono, cosciente di non aver riferito che il frutto di esperienze e meditazioni personali e certo che tale modesto apporto racchiude un’essenza universale che saprà venire in aiuto a tutti quelli che si sono imbevuti del mio stesso ideale, lasciando da parte ciò che è già stato ampiamente discusso da altri autori.
Caro lettore, cara lettrice la cui suprema ambizione è di ritrovare il vostro complemento, non per la transitoria esistenza di quaggiù, ma per l’eternità, di creare una felicità che non subisca l’azione del tempo non ricercando la soddisfazione di istinti bassi e transeunti, ma una felicità le cui basi siano imperiture, una felicità la cui voluttà cosmica abbia l’Universo per cornice, amalgamando l’egocentrismo con l’altruismo, abbracciando tutti gli esseri con la sua inesauribile carezza:
Possano queste pagine contribuire a farvi trionfare su prove temibili, spaventi mortali, sul Golgota sovrumano dell’Iniziazione d’Amore.
PARTE PRIMA
TEORIA
CONSIDERAZIONI SULL’OPERA DI WEININGER
Il filosofo moderno che ha forse colto più profondamente l’essenza stessa dell’amore mi sembra che sia incontestabilmente Weininger e, per quanto le deduzioni che si ricavano dalle sue premesse siano false dal punto di vista erotico, mi sembra indispensabile prenderle in esame; non volendo appesantire questo lavoro, prego il lettore - se la mia sintetizzazione non dovesse bastargli - di studiare scrupolosamente Sesso e Carattere, del che gli sarei riconoscente.
Weininger considera due tipologie femminili: la madre e la prostituta che, dal suo punto di vista, non vanno peraltro viste come opposte, essendo entrambe di natura materiale, bensì complementari.
Ora, poichè l’amore è espressione della più alta aspirazione spirituale, di possibile “realizzazione”, deve, secondo Weininger, condurre ad una caduta dato che essa deve allora per forza di cose materializzare ciò che, considerato dal piano supremo delle idee, corrisponde fatalmente ad un triplice peccato: cosmologico, logico ed etico.
E’ evidente che di primo acchito tale considerazione è incredibile; la realizzazione dell’amore implicherebbe pertanto ineluttabilmente un decadimento - in tutta l’ampiezza della parola - e per lo meno in tanto che essere incarnato noi saremmo durante l’esistenza terrestre condannati a non poter fare altro che sognare di quest’immortale anima-sorella.
Se questa conclusione dovesse davvero essere corretta, il nostro lavoro diverrebbe del tutto inutile, se non addirittura un atto di magia nera che ci attirerebbe gli strali di Eros.
Prima di arrenderci di fronte al muro che ci attraversa il cammino, cerchiamo di capire fino a che punto la conclusione di Weininger è davvero oggettiva e qual’è la sua parte soggettiva.
Sforziamoci prima di cogliere il suo modo personale di iniziazione. E’ incontestabile, se indaghiamo nel suo animo, che ebbe una vita magica e non mistica, cosa che si ricava indubitabilmente dalla sua predilezione per il protestantesimo in tanto che “forma cristica”.
Andrò più oltre nella mia analisi e non esiterò nell’affermare che la sua via doveva necessariamente condurlo alla “auto-disincarnazione” (il polo opposto del suicidio) e, esotericamente parlando, fu lasciato libero da parte sua di rinunciare dato che, volendo giungere al divino con la sola potenzialità del mentale, egli non poteva avere altro mezzo - per un essere come lui - che spezzare insomma l’ostacolo del veicolo fisico che si opponeva nel suo caso alla conoscenza integrale.
Non sta a me lodare o biasimare. Tuttavia, credo di poter affermare che chiunque ha veramente colto l’individualità profonda di Weininger non potrà fare a meno di ammirare la logica e l’etica impeccabile di cui dette prova agendo di conseguenza.
Ora, considerando che il tipo materiale della donna (che, ne convengo, rappresenta la quasi totalità del “sesso debole” sul nostro pianeta: la madre e la prostituta) ogni “realizzazione” d’amore non può essere considerata che sotto il punto di vista della caduta. (Si tratta, beninteso, di amore da essere a essere, in mancanza di un altro termine, e non di carità che, a torto, è considerata superiore essendo un’altra manifestazione totalmente differente di ciò che non si saprebbe designare altrimenti che come “volontà redentrice”).
E’ forse in questo ragionamento che risalta il genio di Weininger sia nella sua forza che nella sua debolezza, poichè è incontestabile che dal piano superiore, quello dell’increato, dell’en soph dei kabbalisti - ogni manifestazione, quale che sia la sua sottilità - è una caduta in rapporto all’idea che gli ha dato nascita.
Dualismo innegabile che nessun essere dotato di un minimo di coscienza iniziatica saprebbe contestare.
Non è men vero però che ciò che è giusto dal punto di vista dell’increato non può esserlo dal punto di vista del creato, perchè in quanto creature - essendo decaduti al momento stesso della nostra manifestazione - non c’è altro mezzo di ricollegarsi al divino che realizzando la nostra volontà di pervenirvi. Certo, la sua realizzazione non può che essere imperfetta nel nostro stato presente, considerata la caduta dovuta alla nostra incarnazione, ma questa caduta non inficia in tal caso che l’esteriore (l’azione) e non la vera scaturigine del nostro desiderio (l’intenzione).
Ora, è questa la sola possibilità di discernere se un’atto è morale o meno. Ancora una volta, dal punto di vista dell’increato, Weininger dice il vero, ma allora, se fosse stato coerente, non avrebbe mai scritto nulla, poichè non considera che il lato negativo della manifestazione e, di conseguenza, ciò che ha scritto, dal suo personale punto di vista, non può che essere una profanazione della sua vera idea.
C’è dunque in Weininger una “petitio principi” in ciò che concerne la caduta di ogni manifestazione. Il suo errore (o piuttosto la sua incoerenza tra un’esistenza vissuta ma non pensata) fu di non tener conto che della decadenza risultante dalla manifestazione dell’amore, poichè essa si esprime in uno stato materiale più denso rispetto ad un’opera intellettuale propriamente detta. Non crediamo di sbagliarci affermando che fu la “simbolizzazione dell’erotica” a scioccare Weininger e, considerato ch’egli la confondeva con il suo vero significato, gli fu fatalmente impossibile credere ad una realizzazione legittima dell’amore, lui che, peraltro, ne aveva colto così profondamente il mistero.
Non si insisterà abbastanza sulla comprensione di questo tragico dilemma senza il quale lo studio di quest’opera sarebbe priva di ogni fondamento.
Solo il lettore preparato comprenderà lungo il cammino cos’è davvero l’introspezione dell’anima di Weininger, quella stessa che ci fornisce gli elementi necessari alla ricostruzione di un mistero a lungo sepolto nell’oscurità del dubbio e dell’ignoranza.
LA CONCEZIONE FEMMINILE DAL PUNTO DI VISTA DELL’EROTISMO ESOTERICO
La via iniziatica di un Weininger non può essere definita “magica”. Quale sarà dunque quella dell’erotista esoterico?
Conformemente alla sua natura androginiforme, l’iniziazione, di cui ci sforzeremo di ritrovare la chiave, non saprebbe essere nè completamente magica (procedente dalla ragione) nè completamente mistica (procedente dal sentimento), ma non può derivare che dalla sublimazione della loro sintesi totale. E’ apposta che insistiamo con questa definizione, poichè si ha per troppa abitudine di considerare l’armonia dei due opposti come un loro “slavamento” in cui perdono ogni propria individualità. Così non sapremmo dare miglior simbolo al nostro concetto che considerando il triangolo.
Di conseguenza, contrariamente a Weininger, apparirà chiaro che l’erotista esoterico guarderà all’essere femminile in tutta la sua triplicità o per esprimersi più concretamente discernerà tre tipi diversi di donna:
a. La Madre (Materiale)
b. La Prostituta (Astrale)
c. La Vergine o ragazza (Spirituale)
A. LA MADRE
Non ci diffonderemo a lungo su questo tipo poichè ripeteremmo le parole stesse di Weininger che ne ha fatto un’enunciazione perfetta dal punto di vista esoterico nella sua opera geniale.
Aggiungeremo soltanto che l’erotista, desideroso di ritrovare in ogni manifestazione femminile “la perla” degna di figurare nel suo esoterismo, si sforzerà di agire allo stesso modo anche di fronte al tipo femminile più inferiore (e più diffuso) perchè completamente attaccato alla materia. Questa sublimazione verrà esposta al terzo comma consacrato all’introspezione della Vergine.
B. LA PROSTITUTA
Per molto tempo ho considerato questo tipo come la realizzazione diabolica femminile. Ma lunghe e pazienti meditazioni, confermate da certe esperienze, mi hanno persuaso dell’errore o per lo meno dell’inesattezza di questo giudizio.
Poiché la prostituta, per formidabile che sia l’abisso che le separa, è proprio molto più vicina alla “vergine” che alla “madre” di cui è il perfetto “riflesso antropomorfizzato”, cioè la deformazione del proprio ideale derivante dalla materialità crescente dell’uomo incapace di vibrare all’irraggiamento dello spirito puro.
Chiunque studi obiettivamente la storia della prostituta sarà colpito per la sua crescente decadenza nel corso dei tempi, ma pure per la sua origine “extra-terrestre”, se così si può dire.
In effetti, anche considerando “esotericamente”, beninteso, il corteggio dei vizi e delle depravazioni che accompagnano la prostituzione, non si può mettere in dubbio la sua vera origine che appare nettissima nel satanismo, nella magia nera in cui l’elemento in questione ha sempre svolto il ruolo primario caratterizzato dal fatto che, contrariamente all’animismo terrestre il cui tepore ne permette unicamente l’utilizzo per il soddisfacimento di uno scopo meschino, egoista e personale, la stregoneria corrisponde veramente all’apologia del male con l’unico proposito di servirgli obiettivamente, “eccentricamente”, vorrei dire, senza preoccupazione di benessere individuale.
Queste righe stupiranno senza dubbio molti di coloro che non hanno visto nel diavolo altro che la celebrazione dell’egoismo. Ma colui che considera in questo modo non è che un piccolo terrestre indegno dei grandiosi misteri dell’iniziazione, in quanto incapace di concepire ciò che non lo tocca nella sua “obiettività” più materiale.
Certo, convengo sul fatto che le “messe nere”, forse quasi tutte, non hanno apparentemente avuto in vista altro che soddisfazioni egoistiche e personali.
Se anche ciò fosse vero non si tratterebbe altro che della conferma della mia tesi comprovante ancor più “la mediocrità innata” del nostro pianeta.
Ciò che differenzia il profano dall’iniziato, è che quest’ultimo non giudica dalle apparenze esteriori, ma secondo la realtà interiore, in altre parole: non secondo l’azione transitoria e passeggera, ma secondo l’intenzione originale e conseguentemente immortale.
Mi rendo chiaramente conto che queste righe stupiranno chi, “iniziaticamente”, è assai evoluto per capire, ma non sufficientemente per vivere integralmente.
Che essi possano sforzarsi di trionfare sul loro errore e di non girare a vuoto su una via herissee de ronces e spine e che accorda al palma solo al vincitore.
Del resto, le linee che seguono li rassicureranno se la loro aspirazione è degna e sincera, perché, fin qui, noi non abbiamo che considerato che l’aspetto malefico “cosmico” della prostituzione.
Non si può che concordare con la logica della Chiesa, beninteso solo dal suo punto di vista terrestre, che ha combattuto con tanto accanimento il diabolismo. Ciò è la prova efficace che essa ha visto in esso un avversario superiore e incapace di conseguenza di distruggerne l’essenza più intima, perlomeno di sforzarsi di distruggerne, per quanto radicalmente fosse possibile, le manifestazioni.
Ma come la sua “cosmicità” si appalesa nel male, essa si svela anche nel bene.
Le parole che Cristo rivolse ai farisei quand’essi si stavano accingendo a lapidare Maria Maddalena sono di una profondità insospettata che secoli di ipocrisia borghese, del resto più perniciosa per quanto più essi accumulino morali e religioni per fargli da alibi – ingrassando a dismisura l’opaco “bozzolo terrestre” -, sono state relegate nell’ombra.
Pertanto occorre dapprima impartirsi un rude “scossone” affinchè cadano per sempre le scorrerie della “pseudo-morale” borghese in cui siamo spesso più invischiati di quanto non crediamo.
Ebbene! Non esito a proclamare che colui che avrà avuto l’eroismo di liberarsi da ogni pregiudizio comprenderà le parole di Cristo, cosicchè ogni prostituta diviene una Maria Maddalena e che coscientemente o meno in essa risiede l’essenza di ciò che noi andiamo cercando in questo nostro studio.
Senza voler discernere con eccessiva sottigliezza queste due specie di prostitute così radicalmente differenti, mi ritengo in dovere di comuinicare al lettore il risultato delle mie esperienze personali e soprattutto delle mie meditazioni.
Per quanto strano ciò possa sembrare, mi è sempre parso che la “gallina di lusso”, la moderna cortigiana di bar e dancing corrisponde all’idea della “prostituzione nera”, allorchè la “garza”, la “semplice figlia de trottoir, il cui fascino è così spesso annegato nella miseria, corrisponde alla “prostyituzione bianca”. Non è infatti contestabile che quest’ultima, quanto alla sua idea platonica, corrisponde perfettamente alla Sorella di Carità di cui è il prototipo (psichico). Analogamente alla sua simile, essa fa, (temporalmente) astrazione dal su desiderio complementare, al fine di votarsi esclusivamente al benessere (erotico) dell’umanità militante. Grazie alla sua “percettività intenzionale”, la prostituta bianca giunge alla transustanziazione (relativa) dell’ideale a cui aspira il “militante erotico”. Questo miraggio costituisce dunque in realtà un atto simbolico, il cui valore risulta dal suo effetto terapeutico (psico-teurgico). La prostituta nera può adottare un’attitudine similare, ma al solo scopo di seminare il dubbio e la disperazione, il suo vero scopo essendola distruzione dell “eterno femminino”. Ciò è ancor più comprensibile se si considera l’impressionante silenzio dell “albergo a ore” il sui sentore di solitudine, che trapela da tutte le parti, acquisisce quasi un carattere monastico. Che contrasto con la sordida atmosfera del bar, del dancing, del bordello o di altri luoghi caldi e febbrili, rspiranti incessantemente l’alito della collettività!
Forse questo è un segno della crescente materialità che l’unica prostituzione realmente “legittima” sia stata proibita in tanti paesi, mentre la sua caricatura, facendosi beffe della legalità, mostra il suo spettro hideux in tutti i “luoghi di piacere”.
Sfortunato errore le cui funeste conseguenze sociali termineranno solo il giorno in cui si comprenderà la vera essenza della prostituzione che non potrà mai essere soppressa poiché nasce dal dramma stesso della ricerca complementare, pur domandando sempre di venire purificata da tutte le sue scorie (specie europee), al fine di “ri-scoprire” il suo significato originale.
Poiché, come sto per dire, essa è intessuta dalla ricerca dell’eterno benessere verso cui noi tutti tendiamo ardentemente, coscienti del suo valore universale.
E’ incontestabile che in non importa quale ambito, salvo qualche rarissima eccezione (del resto solo apparente avendo compiuto questo lavoro in precedenti esistenze), la vetta non viene conquistata al primo assalto, ma richiede continue scalate, consistenti in lunghe e pazienti progressioni.
Ogni uomo di senno riconoscerà questa verità per i più svariati mestieri, ma quando si tratta di amore ogni logica scompare per far posto al più capriccioso degli azzardi.
Nulla è maggiormente falso delle aprole di Carmen (l’amore è nato zingaro) che si riferiscono non al cuore, ma solo alla carne, ciò che prova bene la prostituta “nera”. Sfortunatamente, anche quando si tratta di amore e non di istinto, la quasi totalità dei terrestri – anche evoluti – tende a credere, malgrado tutto, al capriccio di un Cupido miracoloso che, un bel giorno, ci accorderà d’improvviso il benessere sognato.
Lungi da me l’idea di negare il concetto del “colpo di fulmine”, del miracolo, che corrisponde nient’altro che all’anticipazione dell’erotismo esoterico, ma non è men vero che questo gli si rapporta come un grossolano idolo di tribù selvagge al concetto della “divinità inconoscibile” di una razza civilizzata.
Con tale immagine possiamo misurare lo stadio evolutivo della nostra umanità (europea) che, in materia di erotismo esoterico, non mi pare molto più avanzata degli ottentotti o dei Boscimani!
E’ dunque chiaro come il giorno che se il più primitivo dei mestieri richiede l’esperienza, ciò sarà vero a maggior ragione per quell’amore il cui vero scopo è quello di ritrovare il nostro eterno complemento. Ma vi si perviene solo attraverso tentativi.
“Chi cerca trova”, recita il proverbio. Cristo stesso non ha detto: “Cercate e troverete”?
Ora, è innegabile che nell’ambito dell’erotismo ciò implica necessariamente l’esperienza amorosa. Ma ecco presentarsi appunto il tragico dilemma della ricerca del complemento che Weininger ha così profondamente compreso senza tuttavia giungere a risolvere, poiché se si ricerca l’unico non è forse sacrilego il volerlo trovare attraverso il multiplo?
Come abbiamo detto prima, incontestabilmente, visto dal punto finale, c’è qualcosa di sacrilego in questa concezione, ma ancora una volta questo “qualcosa” è solo nell’accessorio e non nell’essenziale, perché risulta dal fatto stesso della nostra incarnazione, direi pure, per essere il più preciso possibile, dalla nostra manifestazione poiché, ammettendo che verremo liberati dal nostro veicolo fisico e del pari che il nostro involucro abbia acquisito una sottigliezza inconcepibile per i nostri sensi materiali, il dilemma permarrebbe anche se fossimo manifestati e non si risolverebbe che quando avessimo nuovamente conseguito lo stato integrale di “non-manifestazione”, cioè l “increato”, il “nirvana”.
Di conseguenza, non si può parlare di peccato nella ricerca erotica che quando vi sia confusione tra il mezzo ed il fine, vale a dire quando il culto simbolico che ci ha ispirato un essere – di cui sappiamo benissimo nel profondo della nostra coscienza che non corrisponde al nostro ideale unico, ma non è che un’apparizione transitoria necessitata dalla nostra evoluzione erotica – quando questo culto, affermo, diventasse assoluto o, cosa molto più grave, degenerasse in antropomorfismo egoista e sensuale.
Essere maestro del proprio declenchement amoroso, conoscere in coscienza, vorrei dire quasi eticamente, se dicter il più appassionato, il più vibrante degli amori, affinchè in caso di errore metafisico sia immediatamente possibile rinunciare, senza il menomo rancore, supplendo l’affetto soggettivo con una carità nobile e disinteressata, perché desideroso esclusivamente dello scopo della propria ricerca che non tollera e non ammette alcuna bassezza, tale è il tour de force che deve compiere l’erotista esoterico se vuole realmente conquistare la palma dell’eterno benessere.
La prostituzione nel senso più profondo del termine corrispèond edunque all’obiettività del desiderio di sperimentazione erotica che solo permette di giungere all’eterna felicità.
Ora, espressa in linguaggio esoterico, è la più esatta traduzione di ciò che corrisponderebbe alla prova erotica. Certo, mi rendo conto del fatto che questa traduzione è spinta, qui, fino al più assoluto cinismo, tanto da poterla tacciare di “esagerata”.
Ma, in realtà, non si saprebbe mai sottolineare abbastanza il valore di una prova che cresce in misura della sua intensità ed è per questo che noi affermiamo che il tipo della prostituta – inerente ad ogni donna (nel senso weiningeriano) – è l’agente indispensabile di ogni iniziazione erotica.
E’ il motivo profondo della sua indistruttibilità stante la sua origine mistica, e quale che sia la sua deformazione moderna che legittima fino a un certo punto l’indignazione della morale borghese. Ed è ciò che spiega i tentativi infruttuosi per abolirla (assieme a tutti i suoi derivati), ma che non fa che “diabolizzarla” davantage, essendo allo stadio attuale l’obiettività più perfetta di ciò che funge da aspirazione primordiale inerente in ogni essere vivente.
Il malinteso che regna in quest’ambito proviene molto semplicemente dal fatto che la maggior parte degli umani sono inconsapevoli del desiderio che li anima.
Ignorando l’origine e la fine divini, essi devono forzatamente misconoscere il vero senso dei loro mezzi.
Ecco perché gemono, si lamentano, maugreent contro le pene che gli impone l’amore, benchè, in fondo, lo implorino avidamente, sapendo che solo la loro unzione purificatrice li condurrà alla felicità.
Come in ogni ambito, si vede dunque anche in materia erotica ciò che differenzia l’iniziato dal profano: lo stadio di coscienza superiore.
E’ lo stato di coscienza che permette al primo di amare in completa pienezza di causa, da cui consegue un’altra più sicura direzione, un’altra più pura costanza (perché anche nel caso “sperimentale”, risulta da un’accettazione liberamente e volontariamente consentita) e, contrariamente all’opinione pubblica che si compiace dell’incostanza amorosa, di un’altrettanto maggiore intensità, perché non si potrebbe amare veramente se non chi si consce, ciò che si aspira a “riconoscere”.
Quando questà verità verrà compresa a fondo, quando tutti gli uomini ameranno sapendo “perché”, quando tutte le donne si serviranno dei lro attraits per un nobile scopo, esoterico, la prostitutzione ritroverà da sola la propria originaria purezza, perché essa non sarà più dettata che dalla volontà femminile di provare per il proprio bene colui verso cui provano senso di carità e vuole incamminarsi lungo la via della gioia.
C. - LA VERGINE
I due tipi di cui abbiamo trattato compendiano tutta l’anima femminile?
In altri termini, Weininger, aveva ragione nel discernere solo una dualità, che incontestabilmente ha valore, se non in ogni esistenza manifestata, almeno sul nostro pianeta?
Ma non c’è solo il piano della materia, c’è anche quello dello spirito.
Ora, se è da quest’ultimo che derivano i prototipi precedentemente considerati, come ciò sarebbe più esatto del tipo contemporaneamente sintetico e perfetto.
Esiste davvero nella vita pratica questo tipo ideale o bisogna dare ragione a coloro che alzano sdegnosamente le spalle parlando di una chimera?
Benchè metafisicamente questa concezione sia inesatta, dato che nella vita di tutti i giorni non incontriamo mai, per così dire, dei “tipi puri”, ma solo delle amalgame affaiblis, se non pure ridicolizzate e che, di conseguenza, ogni concezione puramente teorica può esser detta chimera da chi non ne avverte la necessità, ciò è “praticamente” vero a maggior ragione per il tipo del quale non esiste in verità che un solo esemplare per ciascuno di noi.
Solo chi trema dalla testa ai piedi di fronte a questa tragica constatazione, solo chi sente la sua anima in preda alla più dechirante detresse di fronte all’unica possibilità reale che gli offre la via erotica, può essere degno di incontrarla.
Mi rendo perfettamente conto che per coloro che non hanno ancora compreso l’essenza di quest’opera lo choc che gli causeranno queste pagine sarà davvero crudele.
Tanto peggio per loro; l’iniziazione non è fatta né per i deboli, né per i pigri, né per gli ipocriti.
Ma chi è compenetrato da un’aspirazione degna e sincera, rinvigorito da un’indicibile energia, come potrà risolvere il dilemma?
Ebbene! Potrà cominciare riandando alle parole della Sacra Scrittura: l’Eterno, tuo Dio è uno, e trasporle nella sfera erotica, il che darà: la Vergine, tuo complemento eterno e immortale, è una e unica.
E’ così che Dio può venire conosciuto materialmente?
In nessun caso, poiché significherebbe sottrargli i veri attributi e costringerlo in una sfera inferiore, completamente estraneo alla sua vera essenza.
Dal nostro punto di vista di “incarnati”, ciò non può che essere considerato dal punto di vista psicologico, come oggettività della nostra suprema aspirazione.
Diremo pertanto, analogicamente, che la vergine, nostro complemento individuale ma anche universale, microcosmico e macrocosmico (espressione personale dell’aspetto erotico della divinità) deriva psicologicamente parlando da un intimo postulato:
“Dare corpo al nostro desiderio di conseguire la felicità complementare eterna o, in altre parole, anticipare soggettivamente la sua realizzazione tramite la creazione di una forma-pensiero adeguata al suo dharma”.[1]
Evidentemente ciò sembrerà assolutamente chimerico al non-teosofo che, incapace di intravedere l’utilità di questa “illusione”, non potrà mai credere alla sua potenza, ignorando le realtà spirituali.
Solo chi vi crede realmente, chi ha fede nel suo ideale, sarà capace di comprendere l’importanza capitale di questa “forma-pensiero” che, creando degli “eggregori” tanto più potenti per quanto sia più precisa, è la sola che potrà poermettergli di attirare le vibrazioni della sua convoitise suprema: l’eterno completamento.
Ma volere non basta; bisogna sapere prima di tutto ciò che si vuole e la riuscita non dipenderà solo dall’intensità della programmazione, ma anche dalla sua elevazione spirituale e morale.
Prima dunque di avviarci sulla via spinosa della “pratica”, dobbiamo quindi sforzarci di costruire una forma-pensiero dell’essere ideale del quale vogliamo con tutte le forze l’incontro.
Sarebbe evidentemente possibile farne una descrizione “planetaria” come questa è stata definita da altri autori. Ritengo tuttavia questo un lavorìo inutile, sia perché è già stato fatto sia perché è secondario dal punto di vista erotico esoterico.
Perché se davvero noi aspiriamo alla concezioni iniziatica dell’Eros, ciò di cui ni ci sforzeremo in primo luoco di fare, è di creare un “fondo oggettivo” della nostra forma che non corrisponda solo ai nostri gusti attuali – transitori ed effimeri - , ma che risponde prima di tutto al dharma intimo della nostra epoca.
Ora, siccome in ultima analisi qusto dharma è di essenza universale, non solo si conviene esotericamente a tutti gli esseri, ma, in più, la sua conseguenza morale e che tutti questi parteciperanno in varia misura della nostra “raggiante felicità”, in grazia del suo stato di perfezione.
Procederemo dunque secondo lo schema stabilito precedentemente: essendo un dato che la vergine corrisponde al vertice in alto della “trinità femminile”, essa deve necessariamente contenerne la sintesi trasfigurata dei due tipi precedentemente considerati.
Questa conclusione non sbalordirà chi è partecipe dell’adagio iniziatico: prendere di tutto il meglio al fine di universalizzare la propria aspirazione e di comprenderla meglio.
Il tipo che abbiamo posto in testa a questo capitolo è stato studiato per sommi capi. Certo, il più delle volte ci appare come l’opposto di ciò che cerchiamo, ma dobbiamo per questo affermare che è del tutto inutilizzabile dal punto di vista dell’erotismo esoterico?
Non lo credo, visto che contiene un elemento degno non solo di venire elevato alla sfera iniziatica, ma del tutto indispensabile al suo ambiente intimo: mi riferisco a quell’insieme delle migliori facoltà materne che non si saprebbe chiamare meglio che con lòa parola tenerezza. Ciò ci indica chiaramente ciò che dobbiamo estrarre dal tipo “madre”, cosa che può essere incorporato nel nostro ideale: l’anima.
Ma prima dobbiamo cercare di imbevere la nostra forza-pensiero in questa unzione soave, concependola sia come dono che come grazia, poiché ciò dev’essere l’espressione della nostra infinita gratitudine per la divina giovane ragazza che si è voluta abbassare fino a noi -, mentre noi dobbiamo sforzarci di eliminare, fin dal principio, il più scupolosamente possibile, tutto ciò che è estraneo al nostro ideale. In seguito più noi metteremo “i puntini sulle i”, più noi saremo sinceri con noi stessi e ciò ci gioverà, poiché non si tratta d’altro che di eliminare tanto fisicamente che psichicamente ciò che costituisce il nostro desiderio di primogenitura, cioè, in termini filosofici, il nostro desiderio di farci immortali fisicamente.
Lerotismo esoterico esige di conseguenza da noi la rinuncia alle “gioie della famiglia”, a ciò che comunemente si dice l’oeuvre de chair e più questa mortificazione sarà completa meglio sarà, perché non si possono servire al contempo due maestri, come dice il Vangelo. Riteniamo con piena cognizione di causa che ciò che costituirà la nostra rinuncia liberamente scelta, riferita a Cesare, ci sarà resa centuplicata da Dio.
Come la sublimazione della “madre” fornirà i materiali necessari all’anima di ciò che non è ancora che la nostra “forma-pensiero”, così la trasfigurazione della “prostituta” ci fornirà il corpo.
Tale metamorfosi apporterà la voluttà specifica per il tipo di amore cui aspiriamo. Come per la tenerezza “platonica”, non ne daremo al momento che una definizione negativa riservandoci di trattarne il complementarismo nella seconda parte di questo lavoro.
E’ pertanto indubbio che tutto ciò che attiene alla materia dev’essere eliminato con la massima attenzione. Nell’impossibilità di sopprimerla totalmente, cosa che tuttavia rischierebbe di farci deviare dall “amore all’amicizia”, l’ideale sarebbe dunque di tenere conto del veicolo fisico, solo, in ragione della sua potenzialità spiritualizzatrice.
Ora, poiché questa “trasposizione” non si può che attribuirla a quegli organi corporei che riflettono maggiormente la spiritualità, l’amante platonico si dovrebbe sforzare di concepire corporalmente dell’amata solo il viso, le braccia (eventualmente i piedi) e il collo. Ciò sembrerà certes saugrenu a più di un lettore che sarà, inoltre, scioccato dall’apparente dilemma che questo amore, non configurando tutto il corpo, contraddice il proprio postulato di universalità.
Ne convengo; idealmente, condividiamo questa obiezione, ma essa è insostenibile considerando la cosa in sé stessa.
Perché tutti coloro che, meditando sulla storia teosofica del nostro corpo, hanno vibrato per la profonda tragedia ch’essa comporta ed avranno scorto il riflesso ridicolo degli organi inferiori, saranno della nostra opinione. Diamo un esempio: l’origine del membro sessuale risiede naguère nella laringe. Chi oserà negare le gouffre che separa la sua purezza ortiginaria dall’aspetto immondo e nauseante che oggi assume e in cui lo stesso orifizio serve sia alla voluttà che alla deassimilazione?
Bisogna dire che ogni sublimazione di quest’atto sessuale nella sua forma attuale dev’essere rigettato come sacrilegio ipocrita?
Non lo crediamo, a lungo l’abbiamo creduto e solo con gli anni, sviluppando la tolleranza, abbiamo pian piano concepito la possibilità teorica del contrario, dato che qualsiasi materia, per ridicola che sia, contiene malgrado tutto una essenza divina.
Aggiungiamo che ne ammettiamo anche l’applicazione pratica ma sottolineando nondimeno che l’esoterismo di questa realizzazione ci pare ipotetico se non impossibile.
Per un milligrammo d’oro, quanta boue! E il rischio di perdere di vista il vero fine già così difficile da mantenere e di smarrirsi per sempre nelle ornieres del vizio e dell’ipocrisia!
Infine cosa chiediamo per la concretizzazione stessa di questo nostro ideale?
Ci sembra che non si potrebbe definirlo meglio che con la comunione, stato puramente spirituale, manifestantesi solo attraverso il silenzio, perché in questo mondo volgare e transeunte la devozione profonda al silenzio è l’unica espressione d’amore per la vergine ideale il cui complementarismo sia eterno che individuale, imperituro, costituisce veramente per l’erotista esoterico la personificazione dell’essenza divina.
COSMOSOFIA EROTICA
Sognare d’amore è certo bello, ma questo stato nebuloso e incostante è adatto solo ai primissimi neofiti dell’erotismo iniziatico, a coloro che si compiacciono della semplice aspirazione.
Al di sopra di questi si trova chi cerca con tutti i mezzi possibili e immaginabili di realizzare il suo sogno. Ammettiamo che questo stadio rappresenta già un grande progresso sul preceente perché, in questo, il sentimento si separa dalla volontà.
Ma per quanto si riconosca in tutta la sua ampiezza la necesità di questi due stati psichici, non ci rendiamo ancora conto della loro insufficienza per poter creare quell’attitudine esoterica indispensabile per la messa in opera.
Quest’ultima non è compiuta che allorchè sentimento e volontà siano separati dalla conoscenza, quando l’erotista non solo aspira ad amare, vuole amare, ma indaga sulla causa profonda del suo amore. Questo spiega ancor meglio ciò che abbiamo detto in precedenza e che non potremmo sostenere con più forza: chi vuole davvero vivere l’esoterismo erotico deve bandire una volta per sempre il suo “giuramento di carbonaro”. Certo, deve credere alla validità del suo ideale, ma non in una mistica nebulosa, soggetta a tutti i venti, ma come razionalista convinto, solido come una roccia. Inoltre, questa stessa attitudine deve potersi riflettere nelle sue azioni; sempre cosciente della portata esoterica di ogni suo gesto, si deve comportare in tutto e per tutto come un militare avvezzo ad ogni disciplina, pronto verso tutte le sorprese che potrebbe comportare la sua missione, affinchè il caso sia bandito per sempre dal cervello e dal cuore. Non deve avere altra guida che il suo “piano strategico” e questa guida dovrà sempre ispirargli una fedeltà ed un’obbedienza costanti.
L’erotista esoterico deve possedere solo virtù militari?
Abbiamo insistito apposta su quest’aspetto della disciplina facendo uso di un linguaggio marziale, perché sappiamo per esperienza che in ciò sta la difficoltà maggiore.
Chi ci ha capito pienamente non si può ingannare sul vero senso delle nostre parole, perché solo sotto l’egida della fede, più solida di una roccia, diffidente verso tutte le insidie del mondo esteriore, affiancata dalla protezione di questa spada prometeica che è la ragione, di questa lama a due tagli capace di annientare i nemici esterni ed interiori che può sbocciare la rosa sublime del sentimentalismo esoterico la cui invulnerabilità è garanzia di intemporalità.
E’ a questi esseri che noi ci rivolgiamo, coscienti che solo loro potranno seguirci nel divino santuario dell’amore.
Perché amiamo? Perché ci incamminiamo sul sentiero dell’erotismo iniziatico, se non per ritrovare la nostra immortale metà?
Per risolvere questo interrogativo, ci dobbiamo dapprima ricordare in cosa consiste il concetto erotico di femminilità. Insistiamo ancora sul fatto che tale discriminazione non si riferisce agli individui della vita ordinaria, ma corrisponde alle “tre possibilità” inerenti all’anima femminile.
Queste tre possibilità non esistono solo nell’anima della donna. Il fatto che l’uomo l’ha così dotata prova che queste devono ugualmente inerire alla sua stessa natura.
Ora, considerando che scriviamo un trattato di erotica e non di psicologia comparata, ci dobbiamo preoccupare principalmente del motivo profondo di questa differenziazione che è il progetto del “dramma faustico”, inerente ad ogni esoterista.
Il fatto di aver proiettato tre tipi così radicalmente diversi nello stesso essere deriva da una simultaneità interiore: la percezione del proprio dramma, cioè psicologicamente parlando l’incapacità di sopportare da solo il proprio dualismo e più precisamente il terrore d’essere lacerato tra i diversi elementi della propria vita interiore, prototipi dei tre tipi femminili e la coscienza profonda della loro sintesi originale, della loro “tri-unità”.
E’ in ciò che risiede la causa di quanto vi è di incomprensibile in questa misteriosa proiezione, di avere proiettato tutto nello stesso essere: il vizio e la virtù.
Senza voler risolvere in un trattato di erotica questo “nodo gordiano” – che pertiene alla metafisica -, esso ci prova psicologicamente che l’amore non è nient’altro che il ritorno all’origine di ciò che dev’essere alla base unica di tale proiezione, in altri termini la restituzione del suo stato originale in cui la triplicità non esiste che allo stato “latente” e non è pertanto che uno.
Ora, per realizzare in pratica questa restituzione, c’è un solo ed unico mezzo: strappare dalla sua proiezione (della donna) tutto ciò che c’è di male, incorporarne il contenuto affinchè in essa non vi sia che bene, altro che il riflesso di ciò che corrisponde al concetto di Dio.
Le condizioni dell’amore sono conseguentemente:
1° La proiezione del bene (in sé inerente) nell’essere amato visto come migliore di se stessi.
2° La conservazione in sé del suo male personale (anche la sua volontaria esagerazione), che equivale all’odio del proprio essere.
Considerato dunque dal punto di vista del magnete (dal polo positivo), l’amore implica come condizione essenziale il masochismo nel senso più profondo del termine. Più il masochismo sarà intenso, più l’amante avrà l’eroismo di disprezzarsi ad oltranza anche se cosciente del proprio valore, più il suo amore si rinvigorirà, ed il prezzo della sua proiezione verrà aumentato.
Non c’è dunque che una sola possibile attitudine per l’erotista esoterico: quello della perfetta umiltà (ma non cieca poiché deriva da una scelta volontaria, libera e cosciente), quella della rinuncia (in quanto amante) a ciò che costituisce il suo proprio valore affinchè irraggi molto più potentemente nell’essere scelto per rifletterlo, in quest’essere davanti al quale non si aspira a nulla più che restare eternamente prosternati, come il fedele di fronte alla divinità, sfolgorante di luce.
Ma per puro e nobile che sia questo culto – di cui il termine idolatria è solo una caricatura -, non corrisponde ancora che alla metà del dharma erotico esoterico, perché ciò che abbiamo indicato qui non concerne ancora che la trasfigurazione dell’egoismo in quello che definirei esotericamente “egocentrismo”.
Per quanto tale metamorfosi – a condizione beninteso che la sua realizzazione sia effettiva – soddisfaccia ai precetti dell’etica più rigorosa, non ne realizza ancora che la “parte negativa” (ciò che fece credere a Weininger, alla sua reprensibilità, dubbio che dovette condurlo fatalmente alla morte).
“Perché il compimento di questo dharma sia integrale, occorre che l’amante cerchi di comunicare la fiamma della sua devozione all’oggetto del suo culto, affinchè quest’ultimo diventi qualcosa più di un simbolo, più di un idolo, ma diventi realmente, oggettivamente una realtà, un dio, la cui esistenza non sia più un’ombra chimerica, ma la realizzazione di ciò che deve esotericamente significare.
“Ciò non significa dunque affatto che idolatrare un essere (in mancanza haimè di un’altra parola) implichi eticamente la partecipazione oggettiva al suo dharma, per contribuire alla sua elevazione spirituale”.
E’ evidente che ciò varrà essenzialmente per l’essere nel quale si verificherà l’intima persuasione di avere ritrovato la propria immortale metà (cosa che non implica assolutamente l’uguaglianza del suo stadio evolutivo), ma del pari in tutti gli esseri in cui avrà creduto di ritrovare il suo complemento, affinchè l’amaro rancore dei nostri fallimenti non comporti anche la nostra caduta, ma si trasformi in carità il cui beneficio si ripercuoterà un giorno su noi.
E, siccome le sue imperfezioni non sono da lungi che il riflesso delle nostre, dobbiamo inflessibilmente sforzarci di eliminare quei terribili corrosivi dell’amore che sono: l’amarezza, il rancore e la gelosia.
Il fine ultimo dell’erotista esoterico verte dunque nella ricomposizione dell’androginato primordiale, in quella direzione verso cui la maggior parte dell’umanità sospira inlassablement senza aver la forza di riconoscerlo e ancor meno di viverlo, effarouchee dalle sue condizioni morali e spirituali.
Insomma, l’erotista aspira ad un fine analogo a quello del mistico, ma con una sfumatura che dobbiamo precisare se vogliamo comprenderne meglio il carattere specifico.
Se consideriamo lo sviluppo della divinità come andante dal semplice al multiplo (al fine di realizzare nella sua “proiezione plurale” la redenzione irrealizzabile finch’essa non è conosciuta nel proprio stesso intimo), noi diremo che ciò che costituisce lo specifico del mistico, è quello di riconquistare lo stato primordiale della divinità “guardando indietro”, risalendo in qualche modo la corrente involutiva. In modo che la stessa via che l’ha condotto alla caduta è quella che lo conduce alla redenzione con l’unica differenza dell’opposta direzione, il che, geometricamente parlando, determina un cerchio perfetto.
L’erotista, al contrario, e diversamente dal mistico convinto dell’immutabilità formale del divino, non concepisce, quanto alla sua manifestazione, la popria attualità.
Ritiene che il dio originale si è “annullato” nella pluralità della suo manifestarsi, processo reso inevitabile dalla sua volontà redentrice, così come l’abbiamo spiegata prima.
Di conseguenza, l’erotista cercherà di ricreare lo “stato divino” – rispetto al quale la più alta manifestazione è l’androginato – “guardando avanti”, vorrei dire seguendo il corso normale dell’evoluzione.
Più consideriamo queso aspetto, più ci riteniamo in grado di restituire per quanto scrupolosamente possibile questo modo evolutivo che ci sembra il più adatto alla natura umana, perché è, a nostro parere, il solo che, conferendo la certezza di una perenne felicità, può far comprendere lanecessità immediata della sua ascesi.
In qualunque punto di vista ci si metta, la superiorità sul mistico è incontestabile. Questi, anche se riesce a compiere il prodigio di “risalire la corrente involutiva”, perverrà solamente alla condizione originale della divinità. Nella sua evoluzione c’è solo un progresso relativo, condizionato dallo stadio esoterico (morale) della sua incarnazione attuale e, se si considera il tutto, si può nettamente concludere per la stagnazione o più precisamente per il movimento senza avanzamento.
Quanto all’erotista seguendo il moto della corrente evolutiva ed involutiva perverrà alla fine non ad una restaurazione, ma ad una resurrezione metamorfica della divinità. Di conseguenza, la figura che gli pertiene non è quella del cerchio (chiuso), ma della spirale (aperta) o, se si vuole dare un simbolo geometrico alla sua aspirazione, quella di due circonferenze brisant scambievolemnte la loro carcasse per formare un’ellissi i cui due fuochi, riuniti in un solo centro, daranno il “caso particolare” del cerchio (che si potrebbe stavolta denominare teosoficamente come superiore, perché la sua evoluzione gli ha consentito l’acquisizione dell’uno e dell’universale).
E’ evidente, per colui che ha colto il significato finale di questa geometria, anche ammettendo che abbia ritrovato il proprio legittimo ed unico complemento nel suo “stato incarnato”, che qui in basso non saprebbe ricreare che il riflesso di una felicità di cui non realizzerà la vera essenza che in rapporto con la sua disincarnazione.
Allo stesso modo solo a questo prezzo può avere la certezza sulla legittimità della propria scelta ed è qui la spiegazione profonda del desiderio di morte (di cui il suicidio non è che l’estrema conseguenza, per così dire “soggettivamente anticipata”) che si ritrova in fondo al cuore di ogni amante sincero, perché è basata sulla felice intuizione che solo la morte potrà liberarlo dal terribile corrosivo del dubbio e dargli quella confidenza indispensabile per ogni essere vivente, la certessa assoluta e irremovibile.
SECONDA PARTE
IL RITUALE
La nostra esposizione su ciò che crediamo di aver giustamente chiamato cosmosofia erotica si può prestare a un malinteso: quello di pensare che l’attitudine esoterica consiste nell’abbandonarsi passivamente all’influsso universale credendo “che un giorno o l’altro” questo la condurrà in porto grazie al corso delle cose.
Non siamo d’accordo.; se la nostra terra fosse rimasta quella che doveva essere, una tale attitudine sarebbe stata legittima. Ma nella situazione attuale in cui l’involuzione progredisce sempre più, superando di molto il limite che la divina saggezza gli aveva originariamente dato diventando decadenza, l’evoluzione non è più possibile che a prezzo della volontà individuale.
Ora, siccome malgrado tutto l’involuzione è indispenabile nella catena ininterrotta delle nostre esistenze perché è da essa che deriva lo slancio che ci permetterà di gravir l’autre pente (analogicamente alla legge “meccanica” in virtù della quale il rebondissement di un oggetto corrispond ealla forza che l’ha scagliato), è assolutamente necessario che sia cosciente e volontario se non si vuole dechoir.
Riteniamo pertanto che ciò che conta nella pratica è studiare scrupolosamente le diverse fasi dell’indispensabile involuzione da cui sola dipenderà la potenza della curva evolutiva.
Non preoccupiamoci di quest’ultima, perché è solo una risultante. Ricordiamo le parole del Vangelo: Raccoglierai il grano che seminasti. Preoccupiamoci solo del nostro sforzo e non della ricompensa.
NECESITA’ DI UNA MORTIFICAZIONE PSICO-MENTALE
Ciò che importa prima di tutto, se si vuol pervenire alla felicità, è sapervi rinunciare.
In linguaggio erotico esoterico ciò non significa solo saper regolare à l’arriere pla il proprio desiderio perso d’amore ma sapersi difendere da tutti i tipi di odio.
Intendiamoci, non si tratta evidentemente di hair veramente né i suoi simili né il suo vero essere (la sua anima), ciò che sarebbe assurdo e immorale, e annienterebbe contemporaneamente tutto ciò che con fatica siamo riusciti a echafaude fin qui.
Si tratta di assumere su di sé coscientemente e volontariamente il masochismo, in quanto finzione simbolica. E’ con intenzione che adopero questa parola per far ben comprendere che tale atto risulta dal libero arbitrio e non da un determinismo che corrisponde a una finzione – considerato dal piano del nostro vero essere -, ma ad una realtà riferita a questa fase particolare dell’erotismo richiesta dalla nostra evoluzione.
Quest’ascesi, liberamente scelta nel caso esoterico mentre in quello profano è subita passivamente e pertanto di “controvoglia” poiché ne ignora il vero senso, è peraltro necessaria perché crea lo “scranno oscuro” indispensabile per la riflessione di quel sole che è l’amore.
Per realizzare questa riflessione, bisogna pertanto sviluppare in sé quello che chiamerò il senso tragico.
Non è che quando l’essere ha preso coscienza del dualismo in sé e nel mondo esteriore che può veramente ressentir quella solitudien indispensabile per la comprensione della sua anima. Questo è il fine dell’ascsi proposta: imparare a sentirsi completamente abbandonati quaggiù – come l’uccello smarrito nell’oceano – in una parola prendere coscienza della propria inesorabile solitudine.
Occorre che, prendendo coscienza di tutta la grossolanità del suo essere fisico e psichico, egli non sperimenti altro che ignominia. Contemplando il suo corpo, sia mentalmente, sia fisicamente, cosa che costituerà l’esercizio ascetico dell’erotismo per eccellenza, egli dovrà letteralmente fremere di disgusto di fronte alla propria laidezza.
Ciò sarà particolarmente il caso per le “parti sessuali”; la nausea che gli ispireranno dovrà essere così energica e profonda da non sia mai guéri della loro ferinità.
Perché la mortificazione sia veramente integrale, è ugualmente indispensabile ampliare il masochismo in auto-misoginismo “esoterico”.
Ciò non significa che bisogna mettersi ad odiare le proprie simili, come già abbiamo detto. Ma quello che si deve è odiare ciò che nella donna vi è di “femelle”, e più ancora dell’ odio in sé, poiché accusare un altro essere della propria caduta è così assurdo che incolpare la pietra con cui si è stati colpiti.
Analogicamente con quanto andiamo ribadendo, occorre che la stessa ripulsa sperimentata di fronte al proprio corpo sia avvertita di fronte a quello della donna. Crediamo che questa seconda mortificazione sia più importante della precedente, perché il veicolo femminile è l’appat più potente della “femelle”, la proiezione più potente del proprio istinto.
Ora, fino a che questo mostro non sia stato sgozzato, reso per sempre inoffensivo, sarà impossibile penetrare nel giardino dell’eterna felicità, se non per sporcarlo.
Crediamo di aver detto a sufficienza per chi vuol davvero capire, perché ognuno deve trovare in se stesso la formula mortificatoria più confacente.
CREAZIONE COSCIENTE DEL DESIDERIO REDENTORE
(Introspezione del don-giovannismo iniziatico)
E’ solo quando l’essere ha preso coscienza del suo decadimento totale, quando si reputa la più vile delle creature, che la parola più divina che ci sia: redenzione diviene per lui realtà.
Facciamo qui notare che il punto più basso della “discesa agli inferi” (liberamente e volontariamente compiuta) corrisponde al punto culminante dell’attitudine esoterica, cioè l’umiltà. In altre parole, la legittimità del nostro tentativo è testimoniata dal fatto di corrispondere esattamente al precetto iniziatico essenziale: ciò che è in basso è il riflesso di ciò che è in alto.
E’ infatti ciò che si verifica o piuttosto ciò che deve verificarsi nel “curriculum erotico” considerato sotto i suoi due aspetti, ideale e reale. Quando l’essere crede dunque di essersi “sufficientemente” mortificato (indirettamente ciò non potrebbe che essere visto nel suo senso relativo, perché non ci potrebbe esse praticamente altra guida nell’evaluation ascetica che il dharma individuale), quando il sentimento e la conoscenza della sua solitudine hanno raggiunto il vertice supremo, in rapporto al suo ego, bisogna dedicarsi all’esercizio contrario (complementare).
Dal sentimento di degradazione assoluta deve nascere il desiderio redentore espresso dall’assoiffement di tutto l’essere sull’amore.
Una volta ancora, occorre che l’erotista si renda chiaramente conto di quest’intima metamorfosi e che sia lui a determinarne la nascita.
La riuscita dipenderà interamente dall’intensità di cui si sarà data prova nella mortificazione la cui aspirazione redentrice non è che la conseguenza.
Sied molto insistere sulla necessità di essere interamente coscienti all’inizio di questa fase. Perchè, a livello concettivo, che è quello originale, comincia la prima fase involutiva, cioè la sentimentalizzazione.
Opra, come un esperto chauffeur, si tratta di tenere bene il proprio volant per raggiungere felicemente lo “zenith” involutivo, affinchè un’irresistibile rimonta lo conduca ad uno stadio superiore a quello da cui era partito.
“In altri termini, bisogna che ogni manvantara erotico contrassegni una progressione sul precedente, come l’ampiezza di una vibrazione”.
Per reagire a questo dharma, l’erotista deve intensificare ulteriormente la rinuncia operata nella fase mortificatoria, per concentrare tutte le forze del suo essere sull’amata.
Il suo solo desiderio, il suo solo scopo, il solo ed unico motivo d’esistenza dev’essere quello di conquistare la dignità indispensabile al “consolamentum redentore” della vergine angelica, l’eterno complemento, restitutore dell’androginato originale.
Ormai, non avrà più requie, non oserà più conoscere prima di aver trovato la propria immortale anima gemella.
Così, più che mai, più a lungo di quanto gli sembri, l’esistenza terrena gli deve apparire come il più spaventoso degli inferni.
Nella sua disperazione, poiché è ancora da solo, tutte le forze del suo essere devono tendersi verso l’amata, supplicandola di apparire.
Così, analogicamente alla meditazione che caratterizza la “fase mortificatoria”, sarà lo stesso della preghiera per lo stadio “di insufflazione”.
Ma, siccome tutto si concatena, la preghiera condurrà logicamente all’esperimentazione ed è qui che l’rotista dovrà testimoniare tutto il suo eroismo.
Poiché come abbiamo ribadito nella prima parte del nostro lavoro, “Roma non è stata bati in un solo giorno”, con un solo attacco non si conquista la vetta.
Ora, in erotismo come in ogni altro ambito, la riuscita non deriva in ultima analisi che dall’esperienza.
Ed è in ciò appunto che ha la sua tragicità profonda: perché amare un essere diverso da quello che ci è legittimamente, metafisicamente destinato, in altre parole “sbagliarsi”, non significa bestemmiare il nostro ideale più sublime?
L’erotista non approfondirà mai a sufficienza questo dilemma derivante in fin dei conti dalla sua individua imperfezione.
E’ facile rendersene conto facendo il ragionamento inverso: il fatto di ritrovare la sua immortale metà sarebbe – in metafisica erotica – la prova di aver conseguito la perfezione. Ella è di questo mondo? Può aversi su un pianeta così inferiore come la Terra?
Senza volerne contestare la possibilità teorica, beato colui che ha già trovato, in questa incarnazione terrestre, il simbolo più adeguato al suo ideale.
Diciamo “beato”, ma potremmo dire altrettanto bene “sciagurato”, perché maggiore sarà l’illusione della felicità definitiva, più cocente sarà la deception di essersi ingannati sul vero significato dell’essere “divinizzato”.
Non sarebbe dunque meglio rinunciare ad ogni esperienza, e, sprofondandosi in solitaria meditazione, implorare il cielo di accordarci per miracolo l’ideale dei nostri sogni?
Lungi da noi il respingere questa attitudine che ben conosciamo per negarne l’innegabile valore.
Malgrado tutto, dobbiamo riconoscere che è una mezza verità o più esattamente la metà dell’attitudine erotica legittima.
Poiché, per sublime che posa essere una concezione, essa non può essere sufficiente a se stessa, per diventare veramente quella che aspira di essere, occore l’esperienza.
Ora, poiché in quanto esseri manifestati, soggiaciamo tutti al dualismo ed il solo modo per “risalire la scala” consiste proprio nel servirsi – in senso contrario – di ciò che è stata in origine la causa profonda della nostra caduta: il dilemma. Ora, in erotica, forse più di ogni altro ambito, poiché per quanto ne so non ce n’è nessun altro in cui la virtù frise davantage le vice, non ci può essere che una sola ed unica evaluation morale della nostra attitudine non quella basata sulle azioni, come pretende l’ignoranza umana, ma quella basata sulla vera intenzione.
Nell’ambito che ci concerne, ciò non significa altro che il valore morale delle nostre esperienze (indispensabili come stiamo per vedere) dipende esclusivamente dalla bellezza intenzionale, dalla purezza che vi è dietro, e non dalla “pseudomorale bastarda” di un mondo in completo sfacelo.
Mi sembra che il termine più appropriato per designare la “via sperimentale” dell’erotismo esoterico sia quello del “don-giovannismo iniziatico”.
Non mi rivolgo a degli ipocriti borghesi, pronunciando queste parole, ma a dei neofiti sinceri votati davvero alla causa del proprio ideale.
Non dubito che costoro comprenderanno il senso reale delle mie parole.
Lungi da me l’idea di lodare il tipo don-giovannesco che non è altro che una caricatura. Ma proprio perché è una caricatura e non un carattere, bisogna sforzarsi di distinguere la perla in mezzo alla sporcizia, cioè sforzarsi di ritrovare in esso l’essenza vera della sua origine.
Ora, costui, non effarouche dai pregiudizi borghesi, non temerà di seguirmi e si renderà presto conto che l’idea primeva di don Giovanni è quella che vorrei definire “espressione panteista dell’erotismo”.
Divinizzata, restituita al suo significato originale, quest’idea – che equivale a riconoscere in ogni essere femminile l’attributo della divinità – comporterà come logica conseguenza la carità conforme all’erotismo esoterico, sia d’amare nel solo fine di comunicare ad altri (donne nella fattispecie) il proprio ideale di contribuire all’evoluzione dell’essere amato, affinchè pervenga liberamente alla medesima concezione dell’amore.