Un guerriero non lascia mai l’isola del Tonal. La adopera.
(Carlos Castaneda)
Questi uomini! Quale potenza! Abbracciano le diecimila cose
per trasformarle in una sola; ma anche se la gente
li prega per venire a ristabilire l’ordine,
perché mai dovrebbero darsi pena degli affari del mondo?
(Chuang-tzu, I, 28)
Nel 1856 il narratore francese Théophile Gautier scrisse il racconto Avatara. Il protagonista, Octave de Saville, è perdutamente innamorato della contessa estone Prascovia Labinski che non lo corrisponde. Ridotto in fin di vita dalla passione inappagata, il giovane Octave conosce il medico Balthazar Cherbonneau, che ha trascorso gran parte della sua vita in India, a contatto con i locali depositari della saggezza arcana. Uno di questi in punto di morte trasmette al medico francese il segreto della permeabilità dei corpi psichici ed una formula rituale, dicendogli: “Sono arrivato al punto di poter staccare la mia anima dal corpo quando voglio; essa ne esce e vi rientra come un’ape luminosa, visibile soltanto agli occhi degli adepti… Se, dopo aver fatto i gesti di rito, io pronunciassi quella parola, la tua anima uscirebbe da te per prendere dimora in qualunque uomo o animale io le indicassi”[1].
Il dottor Cherbonneau propone dunque a Octave de Saville uno “scambio di anime”, cioè di entrare in coscienza nel corpo del marito di Prascovia, il conte Olaf, il quale a sua volta e suo malgrado verrà trasferito mediante le arti magnetizzatrici del medico nel corpo di Octave; in tal modo egli potrà godere impunemente della donna e così lo scambio si compie. Tuttavia la contessa, grazie alla sua sensibilità di donna, avverte inconsciamente la trasformazione e si nega al falso marito. Octave a questo punto, interrompendo un duello col marito di Prascovia che non si era perso d’animo per la subita trasformazione, decide di rinunciare a svolgere un ruolo che non gli compete e si accorda col medico e con il conte per ripristinare l’originaria condizione.
Tuttavia, durante il rituale, l’anima di Octave de Saville, anelando la morte, riesce a sfuggire alla forza magnetizzatrice del medico e muore, mentre il conte riesce a tornare nel proprio corpo e a ricongiungersi felicemente con l’amata Prascovia. L’anziano Balthazar Cherbonneau invece approfitta dell’opportunità offertagli dalla morte del suo cliente per trasmigrare nel suo giovane corpo.
Fin qui il racconto fantastico del Gautier nel quale possiamo notare che il “trasferimento di anime” avviene sia mediante pratiche ipnotico-magnetizzatrici, essendo passivi i due soggetti, che con un atto di superiore volontà da parte del medico, attivo nel corpo appena defunto di Octave de Saville. Ma quella del Gautier – grande viaggiatore – è stata solo una fantasia oppure egli ha elaborato il suo tema attingendo a qualche insegnamento segreto[2]? Effettivamente l’Oriente è ricco di dottrine che compendiano la possibilità per una coscienza di trasferirsi nel corpo di un altro essere, eventualmente in maniera definitiva, spodestandone il legittimo incarnato.
Ad una di queste dottrine – precisamente quella della confraternita centroasiatica Tashu Maru, ricavata dalle frequentazioni avute con un loro membro europeo (noto con lo pseudonimo di Bô Yin Râ) – si è richiamato lo scrittore esoterico Gustav Meyrink in un celebre romanzo scritto nel 1917[3]:
“Non sono affatto un morto, come forse Lei potrebbe dedurre dal fatto che mi servo del corpo del signor Zrcadlo come di uno specchio per mostrarmi a Lei. Al contrario, io sono un… vivo. Nell’Estremo Oriente ci sono ancora molti altri… vivi, oltre a me” (…) “Quando un ewli vuole parlare per bocca di un altro, esce da se stesso ed entra in un altro. E fa così! Il Tartaro riflettè un attimo su come spiegarsi meglio, poi mise il dito sopra il diaframma, proprio dove le costole si attaccano allo sterno: qui sta l’anima. Egli la porta su – indicò la gola poi la radice del naso – da qui a qui. Poi egli esce dal proprio corpo con il respiro ed entra in quello del morto. Passa per il naso, la gola, fin giù nel petto. Il morto, se il suo cadavere non è ancora decomposto, si alza e vive di nuovo… Fintanto che lo spirito dell’ewli è nel corpo di un altro, il suo è come morto. Ciò viene chiamato aweysha. Un fachiro può fare aweysha anche con uomini vivi, ma può entrare in loro solo quando dormono profondamente o sono tramortiti”[4].
Quest’ultimo particolare spiega chiaramente che quando, nella pratica, si tratta di “allontanare l’anima” della persona nella quale ci si vuole trasferire, per anima si deve intendere la volontà e la coscienza della persona.
Ma rimaniamo in Europa, per esaminare il curioso resoconto di una vicenda analoga a quella narrata da Gautier, accaduta circa cento anni dopo. A dire la verità, c’è il sospetto che il resoconto che ora verrà illustrato possa essere un plagio del racconto di Gautier, a causa della curiosa somiglianza di certi episodi ma, lasciando al lettore ogni valutazione e indagine, lo riferiremo lo stesso perché ci sono anche motivi che si oppongono al sospetto di plagio. In quest’ultima evenienza si potrà quindi parlare del passaggio da un racconto fantastico ad un evento realmente accaduto.
Nel libro To anger the devil del
La seconda vittima è un giornalista belga, che viene “spodestato” per permettere al’universitario parigino di poter godere dell’amore della di lui fidanzata. Ma dopo qualche anno il rapporto va a rotoli. Il trasmigratore a questo punto – simile all’Octave de Saville di Gautier per essere mosso principalmente da una forte emotività caratteriale e da rimorsi di coscienza – si perde in un’esistenza sempre più avvilita finchè, in preda all’alcool, si imbarca su un volo per Damasco. Nella capitale siriana viene attratto dalla personalità di un mite islamico, la cui vita quieta e priva di squilibri, lo attira. L’arabo diviene la terza ma ultima vittima poiché, in queste stesse sembianti, dopo vari anni, ormai nel 1973, chiede ed ottiene dal reverendo anglicano di venire esorcizzato.
Lasciando da parte ogni valutazione e indagine di merito, sarebbe il caso di cercare in Oriente le basi dottrinali di una così straordinaria possibilità magica. Una prima traccia potrebbe rinvenirsi nel termine indù Avatara usato da Théophile Gautier per titolare il suo racconto. Tuttavia il novelliere francese non usa questo termine nel senso che più gli compete in India (“discesa” di un ente divino o semidivino) ma in una accezione subordinata, la magia della “discesa” in un individuo del principio cosciente di un altro individuo[8]. Non dobbiamo quindi fargliene una colpa, tanto più che dopo di lui, questo stesso termine verrà ripreso col suo significato secondario da Stanislas de Guaita nel 1891, intitolando “Moderni avatars dello stregone” il capitolo VI del suo: Il Tempio di Satana – e dall’occultista napoletano Ciro Formisano (in arte Giuliano Kremmerz). Anche nel caso del Kremmerz il termine avatarico è usato impropriamente rispetto al suo significato originale, per cui si potrebbe supporre anche una certa comunanza di fonti tra i personaggi, considerando che il Kremmerz visse a lungo in Francia: “…un Grande Arcano che permette all’uomo di eternarsi per Avatar, come dicono gli Indiani, cioè cambiando organismo fisico solamente, con l’entrare nel corpo più giovane di un adolescente”[9]. In pratica, il Kremmerz adombrava la possibilità per l’uomo, di “eternarsi”, cioè di conseguire una indefinita sopravvivenza fisica. Non aveva in vista il concetto originario indù della “discesa” di una divinità nel mondo materiale, ma proprio il sotterfugio magico o ipnotico-magnetico se si preferisce, riferito dal Gautier e dal reverendo Omand nonché caro alle più sviluppate pratiche stregoniche. Infatti nel racconto kremmerziano – si tratta di un brano tratto dai Dialoghi sull’Ermetismo pubblicati per la prima volta nel 1929 – egli metteva in bocca ad un suo “amico” il seguente solenne proclama:
“…vidi la luce molti secoli fa, quando i tempi non erano questi ma la verità la stessa. D’allora non sono morto mai definitivamente, e posso dire, come Ermete, che io sono come fui e sarò, non nascendo da un utero di donna, ma cangiando di corpo, rinascendo per mutare il corpo, nascondendo gelosamente la mia persona antica, la mia identità, e, pur conservandomi lo stesso, cangiando approssimativamente la figura esterna e non dicendo mai al profano quello che fui, che cosa pensai, ciò che penso, che cosa feci”[10].
Il proclama dell’amico del Kremmerz si differenzia però in qualità rispetto ai fatti narrati da noi in precedenza. Qui non si hanno delle motivazioni bassamente emotive ma la volontà di perpetuarsi nei secoli lungo l’esistenza materiale, cambiando veicolo corporeo, un veicolo già esistente e di migliori condizioni fisiche. Sarebbe comunque troppo oneroso mettersi a ricercare le radici dell’equivoco che è stato alla base di questo utilizzo secondario del termine Avatara, specialmente considerando che quello che conta è l’avere chiaramente in mente in cosa consistano teoria e pratica. Proprio alla luce di questa consapevolezza, l’Oriente sfuma o arretra in qualche modo per il nostro campo di indagine, poiché in Occidente c’è la rimembranza di qualcosa di simile. Già Cagliostro e Giacomo Casanova ne avevano accennato nel secolo precedente a quello di Théophile Gautier; anzi le parole che Kremmerz aveva messo in bocca al suo amico furono in realtà pronunciate proprio dal Conte di Cagliostro nel
“Non appartengo ad alcuna epoca né ad alcun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua esistenza eterna, e se mi immergo nel pensiero risalendo il corso delle ere, se allargo il mio spirito a un modo di esistere distante da quello che voi percepite, divengo colui che desidero. Partecipando coscientemente dell’essere assoluto, regolo la mia azione secondo l’ambiente che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione, perché io sono libero; mio paese è quello in cui arresto temporaneamente i miei passi”[11].
Lasciamo stare se l’amico di Kremmerz o Cagliostro o anche il Saint-Germain fossero veramente in grado di operare questo tipo di magia o non fossero, invece, dei ciarlatani di grossa taglia unicamente al corrente della teoria. Sta di fatto che il parlare di magia avatarica poteva significare che, da qualche parte, questa magia si praticasse davvero[12]. Si è espresso molto bene Julius Evola riferendosi all’attività di autentici adepti invisibili, scrivendo che “dietro le quinte della coscienza degli uomini e della loro storia, là dove lo sguardo fisico non giunge e il dubbio non osa portarsi, può esservi qualcuno”.[13] Per raggiungere l’ambito di questi maestri invisibili, di questi Erranti, bisogna tornare indietro proprio ai tempi dei citati Cagliostro, Casanova e Saint-Germain e forse, oltre le figure di tali grandi avventurieri[14] si potranno scorgere le terre stabili di qualche organizzazione arcana. Naturalmente il termine magia avatarica è inadeguato e d’ora in avanti utilizzeremo quello più pertinente di magia trasmigratoria, poiché di questo si tratta: trasferire la propria coscienza e memoria di corpo in corpo lungo il tempo.
Negli anni attorno al 1760, Giacomo Casanova, avventuriero, libertino ma anche iscritto alla Massoneria[15] con adempienze di agente segreto, ebbe una singolare avventura con l’anziana marchesa francese Jeanne d’Urfé. Costei, a detta dello stesso Casanova “folle solo per eccesso di intelligenza”[16], col nome iniziatico di Egeria, era una cultrice di magia, discepola dell’alchimista Benoît de Maillet, “ottima alchimista” lei stessa, possedeva un vero e proprio laboratorio alchemico ed aveva raccolto nella sua biblioteca una vasta messe di importanti manoscritti, specialmente paracelsiani. Era del resto imparentata con la famiglia Lascaris, tra cui si annoverava un celebre alchimista. Sosteneva di venire visitata in sogno dal genio Ormesius ed aveva la singolare idea fissa di voler trasmigrare in un maschio, al fine di poter poi riuscire a conversare direttamente con gli spiriti elementari. Casanova decise di assecondare le credenze della marchesa – ovviamente spinto da interesse materiale – ed anzi contribuì con del suo, predisponendo rituali e tecniche di magia sessuale. E’ molto curioso leggere in Casanova – che per sua ammissione scrisse “mi interessavo molto” di alchimia – di queste conoscenze magiche davvero singolari, derivantigli probabilmente dalle sue frequentazioni con le logge massoniche rosacrociane che all’epoca impazzavano in mezza Europa. Egli designa la magia avatarica col termine decisamente raffinato di realizzazione della “ipostasi”, che ben spiega il carattere di quella operatività. Ci sono troppi elementi, termini e riferimenti sospetti nel racconto di Giacomo Casanova per pensare che egli non abbia voluto mascherare con un trasparente velo di simboli qualche pratica sessuo-magica di cui aveva avuto sentore o fattane anche esperienza personale. Peraltro egli dichiara di essere a conoscenza dell’osceno giuramento segreto dei Rosacrociani suoi contemporanei: “tra uomini non è indecente scambiarselo, ma una donna come la signora d’Urfé doveva avere una certa riluttanza a farlo a un uomo che aveva conosciuto per la prima volta quel giorno. Il giuramento che leggiamo nelle nostre sacre Scritture è camuffato. ‘Giurò, dice il santo Libro – mettendogli la mano sulla coscia’. Ma non si tratta della coscia. Perciò non succede mai che un uomo presti giuramento a una donna in quel modo, perché la donna non possiede il verbo”[17]…
La conoscenza magica del Casanova emerge in modo del tutto particolare da un passo estremamente specialistico che – come vedremo – è presente anche in altri documenti di magia trasmigratoria. Casanova avrebbe dovuto procurare alla marchesa una ragazza vergine figlia di un adepto dell’arte magica ed avrebbe dovuto ingravidarla nel 14° giorno di lunazione. Una volta partorito il fanciullo magico, la marchesa avrebbe dovuto praticare su di esso una raccapricciante operazione, con la quale avrebbe trasferito il suo spirito nel corpo del neonato, “morendo” al vecchio corpo. Dopo tre anni avrebbe acquisito nuovamente coscienza di se stessa, spodestando quindi l’anima e la coscienza del fanciullo: “trascorremmo quelle tre settimane interamente dediti ai preparativi di quella divina operazione, preparativi che consistevano nel celebrare culti particolari ai rispettivi geni di ciascuno dei sette pianeti, nei giorni che erano loro consacrati. Finiti quei preparativi, dovevo andare a prendere, in un luogo che mi sarebbe stato rivelato per ispirazione dei Geni, una vergine figlia di un adepto [il Lascaris], che dovevo rendere feconda di un figlio maschio grazie a un metodo noto soltanto ai confratelli Rosacroce. Quel bambino doveva nascere vivo, ma dotato di un’anima sensitiva[18]. La d’Urfé doveva prenderlo tra le braccia nell’istante in cui fosse venuto al mondo e tenerlo per sette giorni accanto a sé nel proprio letto. Alla fine di quei sette giorni, la donna doveva spirare tenendo la bocca incollata a quella del bambino che, per quel tramite, avrebbe ricevuto la su anima intelligente”[19]. L’operazione però non va in porto poiché il Casanova, rendendosi conto dell’enormità della sua stessa trovata, fa in modo di defilarsi. Non rivedrà più la marchesa – che morirà molti anni più tardi – incalzato dal susseguirsi delle sue avventure in tutta Europa.
La concordanza di questa operazione stregonica con quella di alcune sette di pedofili del Belgio e con un documento alchemico segreto attribuito in questi anni – a torto o a ragione non importa – alla scuola kremmerziana è davvero stupefacente né è da pensare che quest’ultimo documento sia una ricopiatura fantastica del racconto del Casanova[20]. Siamo dell’opinione che quest’ultimo abbia voluto dissimulare in forma fantastica una operazione magica di cui fu a conoscenza almeno teorica. Un secolo dopo Stanislas de Guaita riportava nel suo tomo sulla magia nera un brano tratto dalla rivista francese L’Ininiziazione (J. Lermina: Elisir di Vita - Anno 2, tomo II, p.263) nel quale si poteva leggere una sfacciata teorizzazione dell’assorbimento fluidico omicida della vitalità dei bambini che forse sconfinava pure nella vera e propria pratica trasmigratoria[21].
Abbiamo dunque visto che nella metà del XVIII secolo circolavano in Europa delle strane dottrine di magia trasmigratoria e l’epoca ci pare decisamente troppo arretrata temporalmente per potere parlare di influenze giunte dall’Estremo Oriente, dove peraltro erano ben presenti per conto proprio. Il lettore ha già capito che occorre gettare uno sguardo sulle organizzazioni massonico-rosacrociane.
E’ bene precisare che
Tuttavia dietro la menzione di elixir di lunga vita e di pietra filosofale possono essere state nascoste nozioni di magia trasmigratoria e in tal caso bisognerebbe attribuire a molte di tali organizzazioni, come quelle napoletane dell’ Aurea Croce e dell’Aurea Rosa del 1678, un carattere avatarico. Ciò emerge dalla lettura degli statuti di queste fratellanze in cui si dice che se un fratello vuole “rinnovarsi” mediante l’assunzione della Pietra [filosofale], ha l’obbligo di farlo non nel posto dove vive ma cambiando residenza e portandosi in uno stato estero; qui dovrà attendere 30 anni prima di farvi ritorno![24]
Prima di esaminare analoghe dottrine indù e cinesi, bisogna registrare la presenza delle stesse dottrine, più o meno evidenziate, nelle Indie occidentali, cioè in America e precisamente nell’antico Messico, dove erano note sotto il nome di nagualismo. Nel 1891 il fondatore dell’Ordine Cabalistico della Rosa Croce, Stanislas de Guaita, scriveva nel primo tomo della sua opera Il Serpente della Genesi, che “il Nagual è un coccodrillo, un leone, un serpente, un uccello, un qualsiasi animale al quale l’indigeno si è attaccato, fin dall’infanzia, mediante un legame fluidico indissolubile”[25].
Quanto appena detto è confermato da un ritrovamento archeologico, effettuato nella grotta di Oxotitlan, Guerrero, Messico. Si tratta di un dipinto sulle pareti della caverna in cui uno sciamano olmeco emette dalla regione genitale il suo nagual sotto forma di giaguaro. Abbiamo già visto, nel brano di Meyrink, da quali parti del corpo può compiersi fisicamente questo passaggio trasmigratorio. De Guaita si è limitato a commentare il nagualismo come una possessione reciproca tra l’animale e l’uomo ma si tratta in realtà di una possessione monodirezionale: è l’uomo che riesce a possedere l’astrale dell’animale riuscendo a guidarne i movimenti e le azioni con comportamenti attivi anche sul piano onirico o fantasmatico. De Guaita afferma che il nagualismo differisce dalla licantropia perché quest’ultima è solo la “oggettivazione del corpo astrale vagante dello stregone in catalessi”. Il mago o stregone trasmigratorio è invece un essere che per prima cosa è riuscito a staccare la propria coscienza dalla sua compagine corporea, quindi è in grado di “vagare” a piacimento non venendo limitato da ostacoli fisici; in secondo luogo è in grado di “discendere” (Avatar) anche solo temporaneamente nel corpo di un uomo o di un animale, spodestandone momentaneamente o per sempre le facoltà. Ciò spiega la frase di un celebre libro di Castaneda: “Devo avvisarvi – mi disse don Juan -. Bisogna che stiate all’erta per accorgervi con sicurezza quando un uomo è un nagual e quando è semplicemente un uomo. Potete morire se entrate in diretto contatto fisico con il nagual”.
Pertanto l’affermazione di De Guaita che “il Nagual è un essere perfettamente distinto dallo stregone messicano, un essere di razza inferiore, ma al quale è legato da una catena di solidarietà ripercussiva, che sembra incontestabile”, è erronea. E’ curioso che de Guaita si sia espresso in questa maniera, poiché in altro tomo della stessa opera scriveva chiaramente, parlando del fatto che molti casi di alienazione mentale e di follia fossero il frutto di una pratica avatarica: “Parecchi casi di follia, di monomania, d’idiotismo, sono in realtà esempi di possessione da parte di un daimon potente e duraturo (…) non è inopportuno notare di passata, che il termine acquisito di alienazione mentale sembra contenere etimologicamente una tacita confessione notevolmente conforme alla tesi ermetica, in quello che sanziona la espropriazione dell’organismo umano, a beneficio di un estraneo, alienus”. Talvolta il despota straniero, il formidabile agente possessore che aliena a suo profitto un corpo umano, da cui egli espelle, paralizza o tormenta l’anima legittima, può essere generato da una suggestione o da un’operazione magica, di sortilegio morale (…) Due anime si disputano un solo corpo, ecco il fatto. E’ ormai un antagonismo continuo o ad intermittenza, tra l’antico proprietario ed il nuovo occupante”.[26] Il lettore tenga a mente il particolare operativo che fonda tutta la pratica: un “legame fluidico indissolubile”.
Naturalmente in persone ignoranti o dalla mentalità religiosa accade invece di identificarsi in senso inferiore con l’animale e quindi di autodanneggiarsi come nell’esempio riportato dallo scrittore francese: “Un enorme coccodrillo aveva attaccato il Reverendo Padre Diego mentre stava cavalcando ai bordi di un lago. Assai abile e vigoroso da potersi disimpegnare, questo sacerdote dà di speroni e, brandendo la sua mazza ferrata, carica il mostro che si ostina ancora a volerlo trascinare in fondo al lago. I calci sferrati dal cavallo non sono di minore aiuto per il missionario in questo duello di nuovo tipo. In breve, può seguitare nel suo percorso, lasciando il coccodrillo come morto sulla sponda. Ma fatto rientro nella sede della Missione, la prima notizia che riceve il padre Diego, è l’inspiegabile agonia di un giovane indio, che lui ha punito pochi giorni prima, col massimo rigore… Compiuta un’ispezione, l’indio porta impresse tutte le ferite ricevute dal suo Nagual. Il giovane morì e alla stessa ora il coccodrillo spirò ai bordi del lago”[27].
Molto più interessante è la specificazione di questo termine, assieme al suo correlativo tonal, data lungo tutto il libro di Carlos Castaneda Tales Of Power.[28] Così come per i documenti segreti attribuiti alla scuola kremmerziana, anche sulla realtà dei racconti di Castaneda si può prescindere; quello che conta è la coerenza dei contenuti confrontati con il patrimonio delle dottrine esoteriche dell’umanità.
“El Nagual non è umano” disse poi.
“Cosa ve lo fa dire?”
“Il suo tocco cambiava le persone”, ella disse. “Lo sai questo. Ha cambiato il tuo corpo. Nel tuo caso, neppure sapevi che lo stava facendo. Ma lui entrò nel tuo vecchio corpo. Ci mise dentro qualcosa. Lo stesso con me. Lasciò qualcosa in me, e questo qualcosa si impadronì di tutto. Solo un diavolo può farlo”.
(…)
“Devo entrare nell’altro mondo. Dov’è ora el Nagual. Anche se, per arrivarci, dovrò distruggere Pablito”.
“Ma che dite, doña Soledad? Siete pazza?”
“No, non lo sono. Non v’è nulla, per noi esseri viventi, più importante che entrare nell’altro mondo. Ti giuro che è proprio così. Per arrivare in quel mondo io vivo come mi ha insegnato el Nagual. Senza la speranza di quel mondo, non sarei nulla, nulla. Ero una vecchia vacca grassa. Ora che la speranza mi dà una guida, una direzione – e anche se non sono riuscita a strapparti il tuo potere – ho purtuttavia uno scopo”.
(…)
“El Nagual mi aveva preparata per anni, a questo. Io conoscevo ogni dettaglio. Ti avevo nel sacco. El Nagual mi indicò persino le foglie che dovevo tenere a portata di mano, sempre fresche, per intontirti. Ci sei cascato, in ogni trabocchetto che ti avevo preparato. Eppure il tuo lato terribile ha vinto, alla fine”.
“Cosa intendete per il mio lato terribile?”.
“Quello che mi ha colpita e che mi ucciderà stasera. Il tuo orrendo doppio che è venuto fuori per finirmi. Non lo scorderò mai; e, se vivo – cosa che non credo – non sarò più la stessa di prima”.
(…)
“Mi misi ad ululare come un coyote, come mi aveva insegnato el nagual. Più ululavo, più era facile sentire il calore protettivo della terra. Io volevo, allora, essere un coyote. Mi guardai le braccia, che posavano in terra innanzi a me: avevano cambiato forma ed erano le zampe di un coyote. Erano coperte di peli e così pure il mio petto. Ero dunque un coyote! Ciò mi riempì di gioia e mi misi a ululare come avrebbe ululato un coyote. Mi sentii i denti da coyote e il muso lungo da coyote. In qualche modo sapevo di essere morto, ma non me n’importava” [29].
L’Oriente è però il luogo dove si sono conservate in forma scritta, almeno fino a un certo punto, le tecniche per realizzare la magia trasmigratoria o, per dirla come Casanova, la realizzazione dell’Ipostasi. In Tibet questa pratica è contenuta all’interno della dottrina del Phowa, e venne fatta conoscere in Europa nel 1935 da W.Y. Evans-Wentz nel libro Tibetan Yoga and secret doctrines. Ecco l’autore come commentava il testo tibetano tradotto: “La perfetta conoscenza dell’Arte del Phowa conferisce per prima cosa la capacità yogica di causare in chiunque quando si vuole, quel medesimo processo che in condizioni normali viene chiamato morte, essendo l’unica differenza che nella morte naturale il principio di coscienza si stacca per sempre dal corpo umano, laddove nella morte yogicamente provocata il distacco non è che temporaneo. Di poi, esso conferisce la qualità yogica di dirigere il distacco del principio cosciente di un’altra persona, ovvero di influire sul principio di coscienza di una persona da poco deceduta, in modo tale da offrirgli una guida spirituale nello stato post-mortem e nella scelta della matrice nel momento della sua rinascita”[30]. Dal punto di vista tecnico, il Phowa non è stato rivelato nei dettagli dai tibetani se non in termini generici, poiché gli era ben noto, scrisse Evans-Wentz, che “di esso possono abusare discepoli privi di scrupoli e disonesti”.
Come si è visto si tratta di una disciplina che non è finalizzata alla sopravvivenza dell’Io lungo una serie di esistenze umane – il suo scopo principale è infatti quello di avviare il discepolo verso la conquista di stati trascendenti – ma solo in via subordinata. Infatti l’Evans-Wentz aggiunge che la pratica trasmigratoria vera e propria è detta Trongjug [scritta anche Drongjug] “che vuol dire trasferenza e ispirazione. Grazie a questa arte yogica, si ritiene che i principi coscienti di due esseri umani si possano reciprocamente scambiare, ovvero, in altre parole, che la coscienza che anima, o ispira, un corpo umano possa venire trasferita e rendere animato un altro corpo umano; e, pure, che la vitalità animale e l’intelligenza istintiva possano venire dissociate dagli elementi umani di coscienza e temporaneamente immesse in forme sub-umane [nagualismo dei Messicani] e dirette dai mana offuscanti della personalità disincarnata. Un seguace del Trongjug è pertanto ritenuto capace di attuare la revulsione del proprio corpo ed assumere il corpo di un altro essere umano sia con il consenso di quest’ultimo sia contro la sua volontà; nonché di penetrare in, e resuscitare, e, dopo di che, possedere il corpo di una persona appena morta [zombismo caraibico][31]. Impossessarsi del corpo di una persona contro la sua volontà è, naturalmente, un atto di magia nera, perpetrato soltanto da uno yogi che segue il sentiero delle tenebre”.
In Tibet, comunque, questo insegnamento sarebbe stato rivelato in origine agli uomini dalle Dakini (analoghe in qualche modo alle Ondine del nostro Medioevo), a testimonianza che le prime pratiche trasmigratorie avvennero come eventi avatarici di impossessamento da parte di entità elementari. Storicamente parlando, però, la pratica proviene dall’India anche se sarebbe più giusto accennare all’antica religione tibetana pre-buddhista, il Bön. Un cenno allo scambio di anime è contenuto nella biografia di Milarepa, tuttavia lì il discorso si interrompe misteriosamente, quasi che l’autore di quel testo abbia voluto osservare la regola del silenzio, dopo aver accennato di aver “trasmesso l’intero Tantra delle Dakini sussurrato nell’orecchio”[32].
In India la dottrina della magia trasmigratoria (parakayapravesha) è stata adombrata in alcuni testi tantrici e di alchimia, ma ciò testimonia che le due cose sono abbastanza connesse tra loro. La pratica è mascherata nella cosiddetta “iniziazione mediante penetrazione” (Vedhadiksha) che viene descritta succintamente nel Tantraloka di Abhinavagupta[33] e in altri testi. Abbiamo detto succintamente in quanto “poiché tali pratiche devono restare segrete, i Natha utilizzano un linguaggio detto ‘intenzionale’, fatto unicamente di allusioni, che ha senso solo per un discepolo iniziato. Di conseguenza i testi sono di solito molto brevi, volutamente ermetici e di difficile accesso”.[34] Si tratta “della penetrazione, da parte della shakti del guru, del corpo sottile dell’iniziando”[35], penetrazione o “perforazione” che può avvenire secondo Abhinavagupta in 15 modi diversi, tra cui quello sessuale. L’esame particolareggiato di questi contatti sessuali, a base di penetrazioni, rapporti orali e… insufflazioni pneumatiche è curiosamente riecheggiato in un testo riservato pubblicato recentemente in Occidente, in margine proprio a pratiche “avatariche”[36]. Nei testi indù la pratica – hamsa, il cigno e visuvat - viene però illustrata come il metodo utilizzato dal guru per conferire al discepolo particolari poteri o stati di coscienza, anche se nel Tripurarahasya è invece il discepolo che penetra nel mentale del maestro per attingerne gli insegnamenti o i poteri; con il che si vede bene trattarsi di pratiche di non difficilissima realizzazione. In realtà - poiché nulla si ottiene nel campo magico se non mediante una conquista individuale -, si tratta di veri e propri fenomeni di impossessamento avatarico (simboleggiati ritualmente in alcune sette indù dalla perforazione delle orecchie[37]), che solo raramente possono assimilarsi a forme disinteressate di compartecipazione di stati iniziatici, come invece sostiene A. de Dánann[38]. Ulteriore conferma di ciò è il tradizionale ricorso a giovani, maschi o femmine, per l’evidente motivo che è più facile rispetto ad un adulto stabilire un rapporto di soggezione psichica e ancor di più se ci si avvale del sesso[39].
Addirittura in due antiche Upanishad è menzionata la pratica detta sampratti, con la quale il figlio cerca di rendersi permeabile alla psichicità del padre morente: “Ecco ora quella che chiamano trasmissione da padre a figlio. Quando il padre sta per morire, chiama il figlio (…) Appena arrivato il figlio si corica su di lui, toccando con i suoi organi di senso gli organi di senso del padre. Oppure il padre può compiere la trasmissione con il figlio seduto di fronte. Egli quindi gli trasmette: “Voglio porre in te la mia voce” dice il padre. “Ricevo in me la tua voce” risponde il figlio. “Voglio porre in te il mio soffio” dice il padre. “Ricevo in me il tuo soffio” risponde il figlio. (La stessa cosa avviene per la vista, l’udito, il gusto, le azioni, il piacere e il dolore, la procreazione, la deambulazione, l’intelletto, e il figlio li riceve…)”[40].
Anche nell’antica Cina la dottrina della trasmigrazione del principio cosciente dell’uomo si è conservata, sempre in forme poco esplicite, con la dottrina dell’Immortale (Hsien), anche qui confusa con l’alchimia e le tecniche di ricerca della longevità. Il più famoso Immortale delle narrazioni contenute nel Canone Taoista fu Lü Tung-Pin che venne iniziato da un Immortale di 600 anni, Chung Li Ch’üan. Entrambi conducevano una vita misteriosa caratterizzata dal continuo vagabondare – del tutto analoga alle esistenze dei maghi avatarici europei – e all’iniziazione sporadica che conferivano a qualche raro individuo. A Lü Tung-Pin, che ancor’oggi è ritenuto avere circa 1000 anni, è attribuita questa significativa poesia:
Arrivo tutto solo e tutto solo mi siedo.
Non ho alcun rimpianto che gli uomin d’oggi non mi conoscano.
C’è solo lo spirito del vecchio albero, a sud della città,
Lui sa con certezza che sono un Immortale di passaggio
Un altro Immortale, Lan Ts’ai-ho, possiede aspetto di giovane dal sesso indeterminato. Le connessioni con la trasmigrazione in altri corpi sono sfumate ma non inesistenti: “Molto popolare è anche Li T’ieh-kuai, che dopo una scorribanda estatica un pò troppo lunga volle tornare nelle sue spoglie, ma le trovò morte e decomposte. Se ne procurò altre, che si rivelarono quelle di un mendicante appena morto. Questo corpo non era molto bello, secondo i criteri comuni: zoppo, pidocchioso, coi capelli irti e gli occhi esorbitanti, ma era perfetto per compiere senza ingombro evoluzioni in questo mondo. Per camminare, Li tiene un bastone d’acciaio, al quale è attaccata una zucca. Di giorno cammina e di notte entra in questa zucca per riposarsi nell’altro mondo, lontano dagli uomini”[41]. Ogni dettaglio di questo brano è significativo. In un racconto popolare invece, si parla della Signorina Immortale Ho e di come divenne tale in seguito ad una iniziazione sessuale da parte di Lü Tung-Pin.
Gli adepti della magia trasmigratoria possono discendere come avatar in altri esseri ma possono anche scegliere una via extraumana, indiandosi in pure forze della natura: “si integrano al paesaggio sino al punto di divenir essi stessi spiriti della vegetazione. Presiedono al ciclo ecologico della montagna, perché fanno bruciare le foreste e poi cadere la pioggia. Sono assorbiti nella natura e nessuno sa dove si trovano. Lo stesso è per tutti gli altri Immortali leggendari o storici. Sono semplicemente partiti. Alcuni hanno conosciuto una morte apparente, trasformandosi in cadavere – bisogna seguire fino a un certo punto l’ordine del mondo – ma poi sono evasi”[42].
Il mondo greco-romano sembra il più lontano possibile da certe vedute esoteriche, ma ciò solo in apparenza, poiché la religione venuta a predominare in Occidente ha cancellato moltissimo delle tracce di quel mondo. Un accenno enigmatico lo troviamo in uno scrittore di epoca imperiale, il quale cita il brano di un anonimo poeta:
Mentre che a labbra schiuse bacio il fanciullo mio
e per l’aperto tramite succhio il suo dolce spirito,
a me ferita e misera corre alle labbra l’anima,
e per l’aperta bocca del mio fanciullo, per le sue molli labbra,
un transito aprendosi al viaggio, si sforza di introdursi.
Or se nel chiuso bacio un poco più d’indugio vi fosse stato,
spinta dall’amoroso fuoco, oltre sarebbe andata,
me lascerebbe e proprio sarebbe il gran prodigio
che, a me stesso morto, vivrei dentro il fanciullo.[43]
Se si tratta di semplice poesia - null’altro potendosi dire - è davvero un riferimento assai curioso, considerando l’uso (e l’abuso) dei fanciulli nel mondo classico e nella magia. Il tema della trasmigrazione era peraltro ben noto con Callimaco nei miti greci mentre i latini Ovidio e Apuleio, rispettivamente con i 250 episodi delle Metamorfosi e con L’Asino d’oro ce ne hanno dato un’ampia traccia, anche se nessuna riferibile alla trasmigrazione da individuo a individuo, ma solo verso entità superumane o infraumane. Tuttavia il cristiano Gerolamo di questa arcana sapienza ne aveva perlomeno il sentore, stando ad una significativa affermazione contenuta nella lettera che il santo scrisse a Demetriade: “Fin dai tempi antichi, la dottrina della trasmigrazione è oggetto di insegnamenti segreti, a esigui gruppi di persone, in quanto verità tradizionale da non divulgarsi”!
In un trattato ermetico andato perduto – ma citato da Tertulliano (De Anima, 33) – era ben presente l’esigenza della conservazione del proprio principio cosciente oltre la morte del corpo fisico da parte degli iniziati pagani. Infatti in un altro trattato, conservatoci dallo studioso bizantino Stobeo (I, 49,69), si parla del ruolo fondamentale svolto dalla Memoria (Μνήμη) che “ha come compito suo proprio fare sì che la natura si prenda cura e assuma il controllo di ciascun tipo [di anima] fatto discendere dal Principio e dalla mescolanza prodotta in alto”. Da notare che il termine greco per designare la discesa dell’anima (καταπέμπεσθαι) è l’equivalente del significato del termine sanscrito avatar, nel suo senso più metafisico, reso anche da Virgilio nelle Bucoliche (IV, 7): caelo demittitur alto.
Tra i presunti maghi trasmigratori greci o vicini al mondo greco si possono citare Aristea di Proconneso, Ermotimo di Clazomene, Empedocle, Epimenide di Creta, Abaris e Zalmoxis[44]. La pratica arcana era comunque custodita all’interno dei templi e delle scuole iniziatiche, anche se ci è giunta notizia solo delle pratiche più spiritualeggianti: “mentre la τελεστική cercava di inserire la presenza di una divinità in un ricettacolo inanimato, un altro ramo della teurgia mirava ad incarnare temporaneamente la divinità in un essere umano (…) Si riteneva che la divinità penetrasse nel corpo del medium, non per uno spontaneo atto di grazia, ma rispondendo alla chiamata dell’operatore o addirittura subendo la sua costrizione”.[45]
Ma è nell’Egitto faraonico che la magia trasmigratoria – forse nota nel simbolismo degli scarabei (kheperou) – sembra abbia le sue basi, anche se paiono mancare del tutto i documenti letterari che la comprovano, a prescindere dai vari libri liturgici che venivano posti nella tomba accanto al defunto (vedi Appendici).
Non essendo questa prima parte dedicata alle tecniche, ci soffermeremo su alcune considerazioni di fondo. La dottrina della reincarnazione è la stessa della magia trasmigratoria o avatarica? No, in quanto la reincarnazione viene sempre intesa come una fenomenologia che appartiene ineluttabilmente all’intera umanità mentre la magia in questione, proprio perchè magia, pertiene ad una ristretta cerchia di privilegiati e può compiersi solo per il particolare lavoro applicativo che questi pochi vi consacrano. In ogni caso la trasmigrazione non è una reincarnazione neanche per il privilegiato che la attua e se ne differenzia per le seguenti peculiarità: colui che la realizza compiutamente non rinasce ma continua a vivere, cioè non muore mai a differenza del “reincarnato”, il quale non ricorda le vite passate – se non presunti frammenti ed episodi – per il semplice fatto che perde la vecchia personalità assumendone una nuova ad ogni presunta incarnazione. L’avatarico invece mantiene sempre la sua prima identità, la sua coscienza e memoria cambiando solo il corpo fisico; il reincarnato invece la perde, subisce la crescita di una nuova personalità e coscienza che, talvolta, ricorderebbe vite precedenti. Alcuni autori hanno portato a sostegno della reincarnazione l’esempio di taluni individui i quali hanno potuto dimostrare tangibilmente il ricordo di episodi di una vita precedente che, sottoposti a verifica, l’hanno confermata senza alcuna ombra di dubbio. In realtà il conservare porzioni di memoria - oppure il fenomeno dei cosiddetti bambini prodigio - di una vita passata effettivamente dimostrabile non è prova di reincarnazione ma soltanto del recupero magnetico da parte di un nato delle componenti psichiche disgregatesi con la morte di un individuo, che i Cinesi conoscevano col termine di “influenze erranti” e i Cabalisti ebrei come “qliphot”. Il termine reincarnazione andrebbe sostituito con quello di metempsicosi, trattandosi appunto della sopravvivenza di elementi psichici cadaverici vaganti nell’astrale. La reincarnazione è in contraddizione con le leggi che governano l’universo e in accordo solo con i bisogni emotivi dell’umanità. La concezione “volgare” della reincarnazione era comunque una credenza diffusa più fra i filosofi che nel popolo - i quali la appresero (o la malcompresero) dagli Egiziani, secondo la testimonianza di Erodoto (II, 123) -, tanto che furono i primi a coniare, tardivamente, i termini che vi si riferivano, come metempsicosi, adoperato per la prima volta da Diodoro Siculo in riferimento alle dottrine pitagoriche[46], o metensomatosi, adoperato dai cristiani.
Neanche il vampirismo può essere identificato con la magia trasmigratoria. Il vampiro infatti, essere umano deceduto a tutti gli effetti, avrebbe la sola capacità di far sopravvivere un corpo astrale assai densificato che sugge magneticamente la vitalità delle persone cui riesce ad attaccarsi[47]. Tuttavia sotto la menzione di vampiri si sono indebitamente accomunate alcune personalità che da vive perseguivano istintivamente o in modo stregonico la ricerca dell’elixir di lunga vita. Esse ritenevano, forse non a torto, che questo potesse risiedere nella vitalità animale e organica delle persone. Non è qui il luogo per trattare l’argomento, ma anche costoro non sono né vampiri né maghi avatarici, poiché hanno come fine – e come limite intellettuale – l’ostinata ricerca dell’immortalità corporale, ben diversa da quell’immortalità naturale, perseguita con la magia trasmigratoria, che promette la sopravvivenza del principio cosciente in nuovo e diverso corpo umano contemporaneamente vivente da cui si spodesta il principio cosciente altrui[48].
La magia trasmigratoria ha invece molti elementi in comune con lo sciamanesimo, prendendo quest’ultimo termine nel suo senso proprio, cioè dalla parola tungusa shaman, che significa stregone. Infatti una delle caratteristiche precipue degli sciamani è quella di “recuperare” l’anima delle persone malate che a loro si rivolgono e che è andata a perdersi in qualche regione extraumana, generalmente infera. Ciò è più che sufficiente per testimoniare del genere di pratiche a cui deve essere aduso uno sciamano. E’ ben vero che la realtà delle fenomenologie che stiamo illustrando non può essere costretta all’interno dei rigidi schematismi concettuali creati dagli studiosi accademici (Mircea Eliade pretende che l’idea di abbandonare il corpo a volontà del mago sia “prettamente sciamanica”[49]) e a questo riguardo vogliamo dire che la magia trasmigratoria non è una disciplina in se conchiusa, come può esserlo l’astrologia o l’alchimia o lo yoga, ma è una tecnica operativa utilizzata da coloro che, impegnati in vie iniziatiche per le quali un’esistenza umana è solitamente breve – da cui il detto alchemico ars longa vita brevis – sono costretti ad intraprenderla per non correre il rischio di andare incontro all’estinzione!
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Per questo sacrificio è necessario poter soddisfare due condizioni:
“Il maestro deve poter liberare la coscienza dal proprio corpo
per introdurla in quella del discepolo, e quest’ultimo, da parte sua,
deve essere pronto a riprendere istantaneamente il soffio espirato del maestro”
(L. Silburn: Kundalini o l’energia del profondo)
Prima di accingersi alla pratica vera e propria della realizzazione dell’Ipostasi si deve padroneggiare una postura corporea (asana) meditativa, come Vajrasana, illustrata schematicamente nei testi indù e di impegnativa realizzazione per le articolazioni anchilosate degli occidentali, talchè bisogna preventivare un tempo di realizzo di alcuni mesi esercitandosi quotidianamente[50].
Controllando la postura corporea ci si deve esercitare preliminarmente nel trasferire la coscienza all’interno del proprio corpo, esercizio che comporta dei rischi relativi. Alexandra David-Neel non ne ha fatto menzione nel suo celebre libro e non certo perché ne ignorasse l’esistenza. A riguardo essa scrisse: “Lasciamo da parte i risultati più trascendenti dell’esercizio che consiste nel porre la propria mente in una parte qualunque del corpo…”. Questi risultati “più trascendenti” erano evidentemente quelli preliminari al Phowa o Trongjug. L’autrice preferì descriverne altri: “Un altro esercizio che però è più raramente praticato, consiste nello spostare la propria coscienza nel proprio stesso corpo (…) Il novizio dovrà dunque cercare di far uscire la coscienza-soggetto dal suo domicilio abituale, di trasportarla, per esempio, in una mano. Egli deve dopo sentirsi una cosa che ha la forma delle cinque dita ed una palma, situata all’estremità di un lungo attacco (le braccia) che la collegano ad una grossa massa che si muove (il corpo). Egli dovrà sentire l’impressione che si potrebbe sentire se, invece di avere gli occhi piazzati sul capo, li avessimo nella mano e che questa mano, provvista di occhi e sede del pensiero, si levasse e si abbassasse all’estremità di un braccio per esaminare la testa e il corpo, mentre che, secondo i gesti abituali, noi abbassiamo i nostri occhi sulla mano quando vogliamo guardarla”[51].
Anche la parziale riuscita di questo esercizio permetterà al praticante di constatare con mano che la coscienza è effettivamente “spostabile” e “permeante”; per non dover credere che si tratti di pura autosuggestione potrà averne anche un riscontro oggettivo. Con tale pratica è infatti possibile modificare alcune condizioni fisiologiche del nostro corpo, come per esempio accrescere o diminuire la temperatura di alcuni organi.
Come preliminare di queste pratiche, occorre cercare di porsi in una condizione di rilasciamento muscolare ed epidermico, in modo tale da non percepire la fisicità del corpo[52]; “udire” nell’orecchio la circolazione sanguigna ed utilizzare questo “veicolo” per spostarsi all’interno del corpo. Parallelamente si deve rallentare il ritmo respiratorio (ma ampliandone la portata) in modo tale da non avvertire più la sensazione di stare respirando ma quella del fluire automatico del respiro, il cui “centro motore” non devesi più avvertire sopra la glottide, nelle fosse nasali – come avviene comunemente – ma nella pancia, nel diaframma.
“Il respiro deve venire ridotto deliberatamente a un flusso lento e dolce, evitando una respirazione affannosa. Provatevi a concentrare tutto lo sforzo nel tranquillizzare e calmare il processo respiratorio. L’aria dovrebbe fluire con tale dolcezza da non agitare una piuma tenuta fra le narici: così descrivono il processo, con una immagine molto efficace, i mistici cinesi. A forza di esercizi corretti, la respirazione può diventare così dolce, che solo una tenue corrente d’aria si muova come un filo invisibile dentro e fuori dalle narici. Astraete la mente da qualsiasi altra attività e fissatela solamente sul movimento del respiro. Tenete la mente completamente occupata su esso, così da far diventare uniti mente e respiro; immergete completamente il vostro proprio io nel ritmo respiratorio. Mentre si compie l’esercizio respiratorio si diventa intensamente consci del battito del cuore, ma non lo si sperimenta come una palpitazione violenta, bensì come una dolce pulsazione”[53].
Pratiche analoghe sono poi state date da Franz Bardon nel
La perfetta padronanza di questi “esercizi” – in realtà un vero e proprio “allargamento” della coscienza – permette l’acquisizione di alcuni poteri, primariamente quello di autoguarigione da eventuali malattie o disturbi fisiologici. La base da cui partire è dunque questo spostamento/ampliamento di coscienza. Successivamente si deve tendere a portare la coscienza all’esterno.
Bardon prosegue poi – nella IX fase del suo “addestramento alle scienze magiche” – con la pratica della separazione dal mero corpo fisico di tutte le componenti superiori, in pratica come staccarsi per inserirsi in un altro corpo o veicolo; il nucleo della pratica verte sempre sul binomio respirazione-immaginazione, soltanto che in questo autore della trasmigrazione si fa appena menzione, essendo le sue finalità didattiche di genere diverso, per cui non vengono descritte partitamente le tappe che portano alla “penetrazione” nel corpo altrui. Vengono solo incidentalmente descritti (nella fase IV) una serie di esercizi che permettono alla coscienza di identificarsi – solo mentalmente - in oggetti inanimati e animali[55].
Ma da che parte viene fatta uscire l’anima o, più precisamente, il principio cosciente, ammesso che vi debba essere una vera e propria via d’uscita? “Colui che esce”, si proietta dalla sommità del cranio, un punto che nelle tradizioni dei popoli è stato variamente simbolizzato: si pensi alla tonsura dei monaci, all’aureola dei santi, alla trapanazione postuma e ai colpi di martelletto che venivano inferti ai Papi defunti. “Colui che viene fatto uscire”, invece, viene fatto sortire dalla regione epigastrica, dall’ombelico, poiché in tal modo rimane relegato in una dimensione psichica infraumana da cui difficilmente può liberarsi. Infatti, poiché nulla si crea e nulla si distrugge, non si può pensare che il principio cosciente di un individuo si possa eliminare sic et simpliciter[56].
“Queste sostituzioni di anime magicamente condotte si compiono, sembra, molto gradualmente creando una corrispondenza graduale tra l’anima che si introduce e il corpo che è stato privato della sua propria anima [coscienza]”.[57] Si tratta di procedere con tecniche ipnagogiche già conosciute nell’esoterismo islamico coi termini di wiswas e nasnas: “…wiswas un certo stadio di confusione mentale che poteva essere provocato da qualcuno (…) nasnas…chiunque sia in grado di immagazzinare sufficiente energia nervosa, può agire sul sistema nervoso di un soggetto sensibile, al punto da suscitare in lui certe reazioni caratteristiche che possono prendere la forma di un fremito, di una scossa, e in seguito tradursi in impressioni di natura illusoria: per esempio il soggetto crede di essere un amimale oppure si comporta come tale”.[58] Sempre Alexandre de Dánann afferma che “in un tale stato di passività [della vittima umana], succede che lo spirito vitale si ritira dalla testa nella regione cardiaca: quando si è ritirato del tutto, è allora che l’anima dell’altro si sposta e penetra in quel corpo”[59].
L’ingresso nel corpo del soggetto passivo da dove si compie? Pare, leggendo alcuni passi del Tantraloka e specialmente dello Shaktavijnana di Somananda, che tale ingresso si operi nel corpo sottile a livello della zona ombelicale e precisamente in quello che gli indù chiamano “bulbo” (chakrasthana). Si agisce “in astrale” quindi, con sospensione dell’attività respiratoria e contemporanea attività visualizzatrice: “Avendo posto fine al soffio inspirato ed espirato, si fissi il pensiero proprio su questo punto. L’avere completamente padroneggiato il movimento del soffio, al punto di condurlo nella via mediana viene chiamato penetrazione”.[60]
Tutte queste sembrano delle fantasie galoppanti ma se si vanno a cercare dei riscontri nelle tradizioni dei popoli si trovano dei dati che, adeguatamente interpretati, confermano una realtà magica temibile e poco conosciuta.
APPENDICI
1-VASTIKARANA
Riportiamo un brano (la fattura, Vastikarana) tratto dalla versione francese di Alain Danielou dello Shivasvarodaya, per ciò che concerne una tecnica di magia sessuale con risvolti trasmigratori: l’impossessamento di una donna da parte di un uomo (o viceversa). Poiché l’edizione italiana possiede alcune divergenze con la versione francese, ci è parso importante confrontare i passi dubbi, i quali hanno una rilevanza specialmente dal punto di vista operativo[61].
A riguardo di questa versione il curatore del libro edito da Promolibri scrive che “la resa di Daniélou è spesso fuorviante e segue probabilmente un testo un poco diverso da quello proposto da Rai”. Come si potrà vedere dal confronto delle due versioni, il Danielou deve avere avuto accesso ad una versione più pura e originale di quella a cui ha attinto invece il Pelissero, e la cosa non è di poco momento… se segue “un testo un poco diverso”, infatti, in che senso sarebbe fuorviante? Nel testo di Danielou i paragrafi sono arretrati di un numero, cioè il 275 è il 276 nel testo di Pelissero. Noi li uniformiamo per comodità di comparazione. Ecco i brani tratti dalla versione francese. In neretto abbiamo interposto, dove l’abbiamo ritenuto, la versione curata da Pelissero; l’autore italiano sembra però non manifesti grande apprezzamento per il lavoro del Danièlou.
276.
Grande Iddio! Hai dimostrato come si possono combattere gli uomini e la morte. Spiegami ora come si possono tenere in proprio potere le dee degli stessi dei. [cioè le donne…]
277. Il Dio:
Come hanno detto i Saggi, quando con la forza del sole si attira la luna e la si posiziona nel centro vitale essendo stata attratta la luna della donna mediante il sole dell’uomo e avendola fatta restare nel cerchio del proprio respiro, ci si impadronisce di una donna per tutta la vita.
278. Per mezzo del proprio soffio di vita ci si impadronisce dell’infusso vitale di un’altra persona esalando il proprio soffio e sovrapponendolo al soffio di vita di un’altra. Il soffio di vita raggiunge il centro dell’influsso vitale ed è così che, per esempio, ci si può impossessare del centro vitale di una donna[62].
279. Quando le donne dormono, durante l’ultima parte della notte, l’uomo che gli aspira il soffio-principiale gli sottrae il principio vitale quell’uomo rapisce il prana della fanciulla.
280. Quando si pronuncia una formula magica, come il mantra di otto sillabe, al momento dell’atto sessuale e nello stesso istante in cui si fa aspirare alla donna il proprio soffio lunare, la si prende in proprio potere.
281. Coricàti, o durante l’atto sessuale, o abbracciando la donna, se il soffio solare dell’uomo aspira il soffio lunare della donna, si diviene ai suoi occhi simili al dio dell’amore.
282. Nel momento dell’atto se l’uomo si identifica con Shiva ed il suo soffio solare si mescola al soffio lunare della donna questa diviene Shakti, la potenza di dio. Quando il soffio lunare dell’uomo penetra il lato destro della donna, questi acquista in un attimo il potere di avere tutte le donne.
283. Colui il quale, facendo penetrare il proprio soffio solare nel soffio lunare della donna, compie l’atto sessuale sette, nove, tre o cinque volte, o meglio, se utilizza il suo soffio lunare, due, quattro o sei volte terrà in suo potere qualsiasi donna.
284. Unendo i soffi solari e lunari e attirando, con l’influsso solare, il labbro inferiore della donna avendo accostata con la velocità di un serpente la bocca alla sua vulva[63] si deve continuare ad aspirare il suo respiro a più riprese faccia così più e più volte.
285. Bisogna continuare così a tenersi uniti alle labbra della donna la vulva va succhiata sino a giungere al soffio vitale per tutto il tempo in cui questa dorme e, se si sveglia, bisogna baciarle gli occhi e il collo.
286. Così l’uomo di desiderio tiene le donne in proprio potere. O Suprema Dea! Questo modo di impadronirsi delle donne non deve essere svelato.
[da G. Kremmerz: LO SPUTO DELLA LUNA - documenti sulla magia sessuale. 5 vol. Libr. Ed. Letture S…consigliate, Bassano del Grappa 1998-99]
249) Terminata ora quest