INTRODUZIONE
Nel XV secolo, Giovanna d’Arco ci presenta la manifestazione più notevole e caratteristica di uno spirito religioso unito allo spirito militare e patriottico.
Questa figura incarna molto bene il cristianesimo particolarista e decadente dei moderni, tanto che quest’ultimi non hanno mancato di tributarle le più straordinarie testimonianze di un’ammirazione esagerata. Se ne è fatta una santa; si è elevata sugli altari una donna che ha indossato abiti maschili, indossato armi e tirato di spada; la si è posta sul pinnacolo dell’edificio cattolico; non si è temuto di paragonarla a Cristo; si è osato paragonare la sua missione a quella del Salvatore e vedere la sua apparizione come il fenomeno religioso più importante dalla morte del Dio-uomo; si sono paragonate le sue imprese belliche ad una seconda Redenzione, la si è chiamata Secondo Messia, Cristo femminile! Si è trovato anche un vescovo, ai nostri giorni, per raccogliere le Settanta parole di Giovanna d’Arco, come se si fossero raccolte le Sette parole di Cristo!
Che sia concesso ad un vero cristiano di contestare la missione divina di Giovanna d’Arco.
Se questa missione fosse stata autentica, si sarebbe compiuta senza spada, senza armatura, senza soldati, senza incitamento alla violenza e alla lotta.
Le opere di Dio sono contrassegnate da un’altra impronta. C’è un criterio infallibile col quale si riconoscono i veri inviati dal Cielo, è la loro attitudine pacifica e non violenta, ricalcata su quella del loro Maestro.
Ricordiamoci la straordinaria condotta, del tutto diversa e altrimenti gloriosa, che tenne papa San Leone Magno in simili circostanze, quando gli Unni di Attila tentarono di assediare Roma.
Questo è il senso indiscusso della missione celeste. Non ci sono prodezze guerriere, atti di valore, di resistenza coraggiosa e disperata che valgano quest’atto semplice, ammirevole, silenzioso, proprio ai veri imitatori di Cristo.
Lo si ritrova numeroso negli annali del cristianesimo: San Lupo, San Essuperanzio, Waltelmus, Sant’Antonio da Padova, Santa Chiara, papa Stefano III, papa Adriano I.
Ecco come procede Dio. Il gesto di questi eroi di cui si tace la gloria, supera, in splendore e magnificenza, quello di Giovanna d’Arco, incitatrice di vendette. Costoro avevano compreso meglio di lei lo spirito cristiano; sapevano soprattutto quale invincibile potenza si contiene nello stato di purezza assoluta, quando nessun pensiero di odio, quando nessuna influenza di militarismo venga ad alterarla e deformarla.
“Se avete fede muoverete le montagne”, disse il Maestro. Se abbiamo la fede, non abbiamo bisogno di armi per resistere ai nostri nemici e fermarne il braccio.
La fede di Giovanna d’Arco non era più la fede degli apostoli e dei martiri, fede che confidava unicamente nella potenza di Dio e nella protezione di Cristo.
Gli ultimi splendori del XIII secolo si erano spenti. Il grande ideale di internazionalismo religioso non era nemmeno che un vago ricordo nella memoria dei cristiani. Dopo le tenebre del XIV secolo, così messo duramente alla prova dagli orrori della guerra dei cento Anni, le ultime vestigia della vera società cristiana, internazionale ed unitaria, scompaiono. Da questo caos va sorgendo lo scetticismo del Rinascimento e, con lui, le nostre grandi entità nazionali, nemiche acerrime.
Giovanna d’Arco incarna dunque bene lo spirito patriottico, l’anima della Francia, ma non l’anima cattolica; è una gloria incontestabilmente nazionalista, ma non può essere una gloria cristiana. Essa appare al declino delle idee religiose come il fantasma velato dello Stato, quando in Lucano, e contemporaneamente nello stato d’animo dei Romani, gli uomini, non credendo più in Dio, si forgiarono un idolo ridicolo: lo Stato. Essa porta con sé il pregiudizio, tutto patriottico, della superiorità del concittadino sugli altri uomini.
Solo la vista del sangue francese l’affligge, e gli fa “rizzare, dice, i capelli sulla testa”; ma Giovanna d’Arco ha perso la nozione del “sangue cristiano”, così penoso veder scorrere in qualsiasi nazione ciò accada.
L’antagonismo del cattolicesimo e del patriottismo moderno si delinea nettamente con il suo processo.
“Dio odia gli Inglesi?” gli domandarono. Domanda imbarazzante per una cristiana che si diceva inviata da Dio e che eluse senza risolvere: “Non so nulla, rispose abilmente, ma so che saranno cacciati dalla Francia”.
Si narra che rifiutò di combattere, il giorno dell’Ascensione, per tema di profanare la santità di quella festa. Strano scrupolo! Che denota una ben misera concezione della morale religiosa. La morte non offende Dio nei giorni feriali? Ci si crede assolti per aver evitato l’omicidio durante le solennità religiose, mentre poi lo si commette gli altri giorni?
Giovanna d’Arco si volle discolpare dicendo che non aveva mai ucciso nessuno, né fatto uso della spada. Nondimeno la reggeva in mano, la brandiva con gesto energico di comando; era dunque, per essa, simbolo evidente e antipacifico di morte; e i guerrieri che trascinava dietro di sé sgozzavano con ardore, l’ardore del suo incitamento, da cui tuttavia diceva di prendere le distanze.
Essa fu, come Larochejacquelein, militarista in tutta la pienezza di questa parola.
“Beati i piedi di coloro che testimoniano la pace!” dice San Paolo. La gloria di queste parole non può appartenere a Giovanna d’Arco. Non si trova, in tutta la sua carriera, alcun pensiero pacifico, nessun tentativo di conciliazione e di appianamento, nessuno sforzo per una tregua o un trattato, nessun tentativo di esortare al modo di san Leone Magno, nessuna ispirazione a prendere in mano il crocefisso al posto della spada, di gettarsi tra i contendenti, di fargli deporre le armi mostrandogli il segno della speranza, della salvezza e della fratellanza universale.
“I Bardi, scrive Claude Fauchet, conferivano tale autorità alla loro Poesia, che alcuni poeti, interponendosi a volte fra due armate, addolcivano spesso il furore degli armati pronti a scontrarsi”.
Giovanna d’Arco, al contrario, non conosceva che l’uso della forza, il principio della rivalsa militare, dell’onore nazionale ad ogni costo, sia pure al prezzo del sangue di migliaia di uomini. Non possiamo dunque considerarla alla stregua di un secondo Messia; non sapremmo innalzarla al livello dei martiri che versarono solo il proprio sangue, né includerla fra le sante, a fianco di Santa Caterina d’Ungheria, santa Caterina da Siena, santa Chiara di Assisi, santa Teresa, santa Rosa da Lima ed altre ideali e pure figure che esercitarono tutte le virtù del loro sesso, senza mai partecipare alle follie militari degli uomini. Il fatto di liberare il proprio paese dagli stranieri, per mezzo delle armi, non ha nulla, in sé, che giustifichi la minima pretesa alla santità o al messianismo. Giovanna d’Arco ebbe delle imitatrici famose, oggi poco conosciute o dimenticate: Giovanna Hachette, che respinse i Borgognoni sotto le mura di Beauvais; Philis de la Charce, che combattè a cavallo contro l’invasione di Filippo di Savoia; e, tuttavia, nessuno ha mai pensato di elevarle sugli altari della Chiesa.
Si è voluto che la missione di Giovanna d’Arco dovesse condurre alla creazione di un regno palestinese, la cui capitale sarebbe dovuta essere Gerusalemme, su cui avrebbe regnato Carlo VII, arbitro di tutti i popoli, obbligandoli alla pace universale. Forse questa fu la sua ambizione; denotante un senso profondo dei destini del cattolicesimo, del suo significato occulto e delle forze che lo reggevano. Si trattava, evidentemente, di proseguire lo stesso fine delle Crociate, e percorrere la via della Verità e della Luce. Ma il mezzo impiegato era anticristiano; la guerra era stata il piedistallo di questa pace universale, e la fratellanza finale sarebbe derivata così da un’origine impura. Cristo non poteva accettare che l’integrità del suo Regno venisse restaurata col sangue delle battaglie; egli atterrò l’eroina nella sua gloria, rovesciò i suoi progetti, e Gerusalemme sfuggì, una volta di più, alle mire della cristianità. La missione di Giovanna d’Arco non si realizzò, segno evidente che non era di ispirazione divina; il rogo rimpiazzò, per essa, l’entrata trionfale a Gerusalemme, capitale del mondo; dura espiazione, crudele castigo per aver voluto mischiare l’impurezza delle armi all’immarcescibile purezza dell’idea cristiana.
Ma anche questo castigo fu messo in discussione, ed il rogo contestato.
Oggi generalmente si ignora che l’idea di una “sopravvivenza” di Giovanna d’Arco si diffuse, qualche anno dopo, nel regno, accompagnata da testimonianze e fatti ben più probanti di quella, così celebre, di un Luigi XVII!
Si credette che una donna di malaffare, forse una semplice effigie, fosse stata bruciata viva al suo posto, mentre mani caritatevoli l’avrebbero aiutata a fuggire dalla prigione. Questa credenza si propagò tra la popolazione di Rouen, il giorno stesso della presunta morte; la ridicola mitra che era stata posta sulla sua testa sarebbe servita, si diceva, a nascondere l’imbroglio, e gli Inglesi si videro costretti a spargere le ceneri del rogo per dimostrare che era stata bruciata, cosa che non dimostrava nulla, ma era un indice degli umori della folla. E’ sempre lei che venne ad Orléans nel 1439, otto anni dopo il suo supplizio; riconosciuta dalla madre, dai fratelli, tra gli altri da Pierre d’Arc du Lis che l’aveva accompagnata in tutte le sue imprese, e dal tesoriere Bouchier, presso cui aveva abitato; si fecero, in suo onore, magnifici festeggiamenti; e un atto, conservato negli archivi di Orléans, attesta che il 30 maggio 1439, fu abolita la cerimonia funebre che si teneva a Saint-Samson per il riposo della sua anima, poiché essa era viva! Si scoprirono pure, nel XVII secolo, altri documenti che specificavano che si era sposata in Lorena nel 1436, col nobile Robert des Armoises ed aveva formato una famiglia i cui discendenti esistevano ancora nella metà del XIX secolo!
E’ difficile discernere la verità tra tante incertezze; noi le segnaliamo per sottolineare l’impudenza con cui si è paragonata al Messia, una donna la cui missione non aveva il carattere pacificatore dei veri inviati dal Cielo.
L’idea di porre una guerriera sugli altari, nello stesso tempo in cui la Chiesa prescriveva delle penitenze a tutti quelli che avevano combattuto in una guerra, anche giusta, è un’idea davvero moderna, decadente e completamente degna di questo XIX secolo che ha sbalordito il mondo per il suo sciovinismo.
Essa sorge nel momento in cui il militarismo affonda; e sembra proprio che si tratti dell’ultimo sforzo del Maledetto contro il trionfo definitivo dell’antipatriottismo e contro la resurrezione e l’apoteosi prossima del nostro antico internazionalismo cristiano.
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Il 3 marzo 1430, nella sesta udienza del suo processo, fu chiesto a Giovanna d’Arco se le sue voci le avrebbero annunciato che sarebbe fuggita di prigione. Dopo aver eluso la domanda, si decise a rispondere: “Si, in verità, esse mi hanno detto che sarei stata libera, ma non conosco né il giorno né l’ora” (Ita veraciter; ipsae dixerunt mihi quod essem liberata, sed nescio diem neque horam. Verbale del processo).
Risposta imbarazzante per coloro che rivendicano un carattere divino alle voci misteriose di Giovanna d’Arco.
Se essa è morta sul rogo di Rouen, come vuole la storia ufficiale, essa non è stata dunque liberata. Le voci si sono così sbagliate, hanno mentito, hanno divinato male l’avvenire! Quale fiducia potranno accordargli i seguaci di tali voci?
Se, al contrario, esse hanno detto il vero, bisogna dunque ammettere, allora, che Giovanna d’Arco, essendo fuggita dalla prigione con mezzi che sapremo, a tempo e luogo, discernere, non è stata bruciata, ed un’altra donna ha preso il suo posto sul rogo che le era destinato.
Quest’ultima ipotesi, per inverosimile che possa apparire ad uno spirito prevenuto, è stata sostenuta da contemporanei di Giovanna, che l’hanno vista e conosciuta.
Dobbiamo dunque, in coscienza, prendere atto delle loro affermazioni e testimonianze, non respingerle, a priori, ma esaminarle, al contrario, accuratamente.
In una delle mie precedenti opere, sono stato portato a ricordare per sommi capi che l’autenticità del supplizio di Giovanna d’Arco non era sempre stato al riparo di contestazioni.
Ciò mi è valso delle amare risposte.
Critici che, loro stessi, non avevano affrontato il problema, mi hanno tacciato d’ignoranza, asserendo che confondevo un’avventuriera con Giovanna la Pulzella.
La confusione, come vengo a dimostrare, è da parte loro e non mia, ed avrebbero dovuto supporre che non avevo trascurato nulla per presentare la mia opinione, ed ero sufficientemente fornito di documenti per sostenerla al cospetto dei miei avversari.
Ecco gli episodi e gli argomenti a giustificazione di questa singolare avventura.
GIOVANNA DES ARMOISES E LE SUE IMITATRICI
Dopo il supplizio del 1431, furono quattro coloro che giuravano sulla sopravvivenza di Giovanna d’Arco:
In primo luogo Giovanna des Armoises, che tutti i documenti considerano come la vera Giovanna d’Arco.
Poi quelle che designeremo convenzionalmente così:
1) La falsa Pulzella di Mans;
2) La falsa Pulzella di Parigi;
3) La falsa Pulzella di Colonia.
Queste ultime tre vennero rapidamente smascherate come avventuriere; Giovanna des Aarmoises, al contrario, non lo fu mai.
Su questo punto insistiamo in modo particolare, poiché coloro che hanno posto il problema prima di noi hanno dimostrato tutti, salvo forse Vergnaud-Romagnesi, di confonere grossolanamente, per un fine interessato, le quattro persone in una soltanto, per poter attribuire, a Giovanna des Armoises, le caratterisiche infamanti che appartengono alle altre tre.
Da parte nostra siamo soprattutto sorpresi di vedere che un archivista professionale, in generale esatto, come lo è stato Jules Quicherat, ha potuto sbagliarsi al punto di riunire notizie a casaccio, senza alcun discernimento, sul conto di Giovanna des Armoises, pur essendoci documenti così diversi, che caratterizzano le tre false pulzelle.
Ciò è divenuta la causa di una confusione che ha indotto in errore, fino alle critiche che ci hanno onorato del loro biasimo.
PRIMA APPARIZIONE DI GIOVANNA D’ARCO IN LORENA DOPO LA SUA EVASIONE
Nel 1436, il 20 maggio, dopo soli cinque anni dalla condanna di Rouen, Giovanna d’Arco riappare pubblicamente, da principio in Lorena.
Essa si fa riconoscere, a Saint-Privay, a Mareville, ad Arelon, dai suoi fratelli e da molte altre persone. Poi, prima del 7 novembre dello stesso anno, si sposa con Robert des Aarmoises, cavaliere, signore di Thiechiemont, in Lorena.
Questi fatti ci sono noti dalla curiosa cronaca detta del Priore di Saint-Thibaud di Metz.
Questo ecclesiastico, di cui non conosciamo il nome esatto, viene designato anche col nome di: Curato di Saint-Supplice (Sulpice). La sua cronaca comincia nel 1229 e termina nel 1445.
Il considerevole sviluppo che accorda ai fatti succedutisi nella prima metà del XV° secolo ci indica che egli parla come osservatore e testimone, e che fu contemporaneo, pertanto, della Pulzella.
Il testo completo di questa cronaca è stato pubblicato da Dom Calmet, nel V tomo della sua Storia di Lorena, secondo il manoscritto che possedevano allora i reverendi padri Tiercelins di Nancy, ed un altro appartenente a Guichard, di Metz.
I passi relativi a Giovanna d’Arco era già stati scoperti dal Padre Vigner, dell’Oratorio, che ne aveva dato dei frammenti nel Mercure Galant del novembre 1683.
Da questo importante documento, conviene assumere i fatti seguenti: la Pulzella è riconosciuta dai suoi due fratelli, da Nicole Lowe, da molti dignitari che avevano assistito all’incoronazione di Carlo VII a Reims, da molti abitanti di Mareville, e infine dalla Signora di Lussemburgo, Elisabeth di Gorlitz, nipote del duca di Borgogna, al cui fianco fece una parte del suo viaggio.
Nicola Lowe e Dex erano personaggi eminenti, perché, secondo la stessa cronaca, erano stati inviati, nel 1430, a Nancy, come commissari della città di Metz “per trattare sulla pace e la liberazione dei prigionieri”.
Tutti coloro che ebbero conoscenza di questo documento non hanno potuto avanzare che un’obiezione: “Giovanna des Armoises fu un’avventuriera e coloro che pretesero riconoscere in lei Giovanna d’Arco si fecero ingannare da una rassomiglianza”. Ciò che significa: “gli uomini del XV° secolo, che conobbero Giovanna d’Arco si poterono sbagliare, mentre noi, moderni, che non l’abbiamo conosciuta, non ci possiamo sbagliare”.
Bisogna che la versione ufficiale del rogo sia vera ad ogni costo, e non si vuole ammettere un fatto che distruggerebbe una pagina gloriosa della leggenda. Qui si manifesta tutta intera la parzialità dello spirito umano. Vedremo più avanti se è allo stesso modo facile eludere i documenti che stiamo per produrre.
IL MATRIMONIO DI GIOVANNA D’ARCO
La suddetta Cronaca ci informa che la Pulzella si maritò col Signor Robert des Armoises. Tale affermazione è corroborata dal seguente atto, del 7 novembre dello stesso anno (1436), che prova che a quell’epoca essa era già sposata. Si tratta del contratto di vendita di un quarto dei possedimenti di Haracourt e di dieci moggi di sale, concluso da Robert des Armoises e Jeanne du Lys, la Pulzella, sua moglie. Questo atto è trascritto da Dom Calmet nelle sue prove sulla Storia di Lorena (tomo VI, colonna clvij).
Non c’è affatto bisogno di far notare l’importanza di quest’atto, che conferma la testimonianza della Cronaca del Priore di Saint-Thibaud di Metz. Dobbiamo aggiungere, a riguardo del matrimonio, che il Padre Vigner, dell’Oratorio, apprezzato erudito, morto a Parigi nel 1661, nella casa di Saint-Magloire, affermò di aver visto e tenuto fra le mani l’atto di matrimonio della Pulzella con Robert des Armoises, che egli rinvenne tra le soffitte della famiglia des Armoises. Il fratello di questo erudito ha fatto il resoconto di questa scoperta nel Mercure Galant del 1683, che fu poi ristampato nel Mercure de France del 1725.
Il Padre Vigner non ha pubblicato il testo di quest’atto e quest’ultimo non sembra quasi essere stato visto da altre persone che dal di lui fratello e dal Padre Dom Luc d’Achery. Si è approfittato, naturalmente, di questa circostanza, per mettere in dubbio l’esistenza di questo documento. Il conte di Marsy ha anche pubblicato un opuscolo a Compiègne, nel 1890, per provare che il Padre Vigner fosse avezzo alle soperchierie. Le opere che ha lasciato: Genealogia dei Signori dell’Alsazia, Supplemento alle opere di Sant’Agostino, Concordanza francese dei Vangeli, Storia della Chiesa Gallicana, ecc., testimoniano, al contrario, di una solida erudizione, e gli errori che possono contenere sono gli stessi che si potrebbero rinfacciare a Baluze, a Mabillon, a Ellies Dupin e altri dotti della sua epoca.
D’altronde il contratto di vendita del possedimento di Haraucourt, che abbiamo pubblicato prima, fa assai bene le veci del mancante atto di matrimonio, poiché comprova che quest’ultimo c’è stato, e sarebbe più difficile attaccare la reputazione di Dom Calmet che l’ha trascritto e la cui sincerità e sapere sono incontestabili. Di conseguenza, non abbiamo nessun diritto di accusare il Padre Vigner di imbroglio e menzogna, con l’unico pretesto che la sua scoperta non farebbe piacere ai partigiani del martirio di Giovanna d’Arco. Egli ha potuto dire davvero la verità e aver avuto di fronte l’atto di matrimonio, perché molti altri documenti, che Padre Vigner non poteva conoscere, ci confermano della sua esistenza.
L’ESISTENZA DI GIOVANNA D’ARCO E’ ANNUNCIATA A ORLEANS NEL 1436
Nel 1436, l’araldo d’armi Cueur di Litz, o Fior di Litz, ed uno dei fratelli della Pulzella, Jean du Lyz, ed infine un’altro messaggero dil passaggio a Orléans, annunciarono in questa città la presenza della Pulzella. Questi fatti, come quelli che seguono, ci vengono rivelati dagli stessi registri contabili della città di Orléans. Questa serie di documenti, di capitale importanza, fu totalmente sconosciuta ai Vigner e ai Calmet, che non ne hanno neanche supposto l’esistenza: essa fornisce una conferma lampante a tutti gli atti che abbiamo visto prima.
Abbiamo preferito consultare gli originali stessi di questi documenti, per non riprodurre le trascrizioni inesatte che ne sono state fatte. Ci siamo recati a Orléans e, nella sala degli archivi dipartimentali, abbiamo preso cognizione di questi manoscritti conosciuti sotto il nome di Racconti di forza della città di Orléans. Sono degli stupendi e venerabili registri in pergamena, in -4°, straordinariamente leggibili, pur essendo del XV° secolo, e conservati con quella accuratezza, con quella minuzia, con quella proprietà che non hanno mai cessato di appartenere alle qualità innate di tutti gli Orleanesi. Scorrendo questi resoconti così curiosi, si rimane sorpresi dalle spese considerevoli che faceva la città per ricevere degnamente i personaggi illustri che le facevano visita. Cardinali, prelati, ambasciatori, cavalieri, principi di sangue e gran signori erano accolti con prodigalità gastronomiche che dovevano pesare considerevolmente sulle finanze della brava città. Si trattava di pinte di vino, vivande e capponi di prima qualità, offerti a questi personaggi e al loro seguito dalla municipalità.
Dai dati sopracitati, risulta che Jean du Lys, fratello di Giovanna d’Arco, era di passaggio a Orléans il 5 e il 21 agosto del 1436, rendendo nota l’esistenza in vita di sua sorella; e che il 9 e il 25 agosto, il 2 settembre e il 18 ottobre, i messaggeri Fleur de Lys e Coeur de Lys fecero del pari lo stesso viaggio per la stessa ragione. Essi sono forse un solo ed unico personaggio, il cui nome può essere stato differentemente ortografato, è davvero singolare che porti il nome stesso dei fratelli di Giovanna d’Arco. Coeur de Lys era l’araldo di Orléans, e fu lui che si recò a Melun a recare la notizia della caduta di Lagny.
GIOVANNA D’ARCO E’ RICEVUTA NEL 1439 DALLA MUNICIPALITA’ DI ORLEANS
Tre anni più tardi, Giovanna d’Arco, altrimenti detta Giovanna des Armoises, arrivò lei stessa ad Orléans, accompagnata dai suoi fratelli. “Essa ebbe l’audacia di venire a Orléans”, dissero i suoi detrattori. Ebbe tale audacia, infatti, e nessuno, in quella città dov’era così ben conosciuta, si alzò per smascherare l’impostura, se impostura ci fu.
Al contrario, la si festeggiò, la si accolse con gioia, le vennero fatti regali importanti.
I racconti di Gilles Morchoasne, del registro CC 655, f° 56 e 74, ci riferiscono i dettagli.
Così Giovanna des Harmoises soggiornò a Orléans dal 18 luglio 1439 al 4 settembre dello stesso anno, cioè per un mese e mezzo.
La testimonianza di quest’ultimo documento è sorprendente rispetto a quella del rogo di Rouen, e la sua importanza non è sfuggita ai più fieri detrattori di Giovanna des Armoises, in particolare all’abate Cochard e a Vergniaud-Romagnési.
“Se questi fatti non fossero sostenuti da documenti autentici, non sarebbe possibile crederci”, afferma ingenuamente quest’ultimo.
E l’abate Cochard dopo aver azzardato, contro questi racconti, alcune obiezioni che riassumeremo, conclude dicendo che sono “inspiegabili”.
E’ tutto quello che conveniva dire. Sono infatti inspiegabili perchè non si vuole ammettere l’unica spiegazione plausibile, la sola possibile e ragionevole, quella che riconosce l’identità di Giovanna d’Arco e Giovanna des Armoises.
I contraddittori non apportano altro che i loro argomenti senza valore, che nessun documento giunge a sorreggere; come sempre, essi ripetono: Giovanna des Harmoises era un’avventuriera.
Bisogna supporre che l’intera cittadinanza di Orléans è stata preda di allucinazioni per un mese e mezzo, il che è un’ipotesi molto più audace di quella di un’evasione dalla prigione di Rouen, che non avrebbe nulla di straordinario, considerati i numerosi esempi.
Quando Giovanna des Armoises giunse ad Orléans, dieci anni dopo l’assedio della città, c’erano ancora molte persone che l’avevano ben conosciuta, tra i notabili o tra chi aveva combattuto al suo fianco, come il presidente Bouchier, presso cui aveva alloggiato; sua moglie e sua figlia Carlotta; Saint-Aignan e molti altri.
Le cronache della città ci informano che fu lo stesso Jaquet Leprestre che, nel 1429, prima dell’assedio, aveva donato sette pinte di vino a Giovanna d’Arco, ed un’altra volta cinquantadue pinte nel 1430. Pierre Baratin aveva saldato le spese di guerra di Chauvin e Thomas d’Ivoy, compagni d’arme di Giovanna d’Arco. Jehan Luillier era un mercante di tessuti che le aveva fornito, nel 1429, “della fine stoffa vermiglia per farne un abito ed una tunica”.
Ci sono poi tutti quei borghesi di Orléans che deposero al processo di riabilitazione del 1455, e testimoniarono dei loro ricordi dell’assedio del 1439; si trattava di: Jean Hilaire, Gilles le Saint-Mesmin, Jacques Lesbahy, citati nelle cronache; Guillaume Le Charron, Cosma de Commy, Martin de Mauboudet, Jean Volant, Guillaume Postiau, Denys Roger, Jacques de Thou, Jean Carrelier, Aignan de Saint-Mesmin, Jean de Champeaux, Jehan Maçon, Pierre Jongault, Pierre Hie, Jean Aubert, Guillaume Rouillart, Gentianus Cabu, Pierre Vaillant, Jean Coulon, Jean Beauharnays, Robert de Forciaulx e una dozzina di ecclesiastici.
Costoro avevano tutti quanti conosciuto bene Giovanna d’Arco; pertanto nessuno di loro sollevò la minima protesta, nessuno gridò all’imbroglio e, lungi dal cacciarla vergognosamente come non si era mancato di fare in parecchi casi, le si donò una cospicua ricompensa per i servigi che aveva reso alla città durante l’assedio!
Inoltre, la madre di Giovanna d’Arco, Isabelle Romée, era stata ad Orléans nel 1439. Le stesse cronache della città ci informano che vi era divenuta residente nel 1431. Aveva chiesto un aiuto alla municipalità, che le corrispose una pensione annua di 28 lire e 16 soldi tornesi. Cadde malata nel 1440 e fu affidata alla custodia di Henriet Anquetil e Guillaume Bouchier; le si dette come infermiere il chambrier de feu messer Bertrand, fisico; le medicine le vennero fornite da Geoffroy Drion, farmacista. Non morì che nel 1458, in una casa di via des Pastoureaux, tra i 70 e i 75 anni. Nel 1439 aveva dunque 55-60 anni.
E’ poco verosimile che non intese parlare dell’arrivo di sua figlia a Orléans, che non la vide e non gli parlò. Nessuno, meglio di lei, era qualificata per riconoscerla, non avendola lasciata durante le sue spedizioni militari e accompagnandola, in particolare, alla consacrazione di Reims.
Un’antica incisione intitolata: “Disegno di un arazzo eseguito duecento anni fà dove si raffigura il re Carlo VII mentre fa il suo ingresso nella città di Reims per esservi consacrato” ( Biblioteca Nazionale. Gabinetto delle Stampe, album Qb 16), ci mostra, infatti, il padre e la madre di Giovanna d’Arco che si recano a Reims contemporaneamente alla loro figlia, per una strada secondaria; ed il terzo resoconto delle concessioni patrimoniali della città di Reims, 1428-1429 (Bibl. Naz. Ms. 659. Du Puy), ci informa che alloggiarono “da Alis, vedova di Raulin Morian, ostessa dell’ Asne Rayé”.
Ora, Isabella Romée non sollevò la menoma protesta nel 1439, di fronte a Giovanna des Armoises, e non la sconfessò!
Infine i fratelli della Pulzella, che non l’avevano quasi mai lasciata, non si sarebbero fatti ingannare da una rassomiglianza. All’età che aveva Giovanna d’Arco, il viso non subisce alterazioni così sensibili tali da permettere una confusione. In più, una semplice contraddizione, parlando del loro passato comune gli avrebbe rivelato l’imbroglio.
GLI ORLEANESI ABOLISCONO LA CERIMONIA FUNEBRE IN ONORE DI GIOVANNA D’ARCO
La città di Orléans aveva conservato un ricordo assai vivo di Giovanna d’Arco, e gli avevano tributato un vero culto di riconoscenza, il che ci fa dire, ancor più, che se Giovanna des Armoises non fosse stata proprio Giovanna d’Arco, in questa città vi sarebbe stata senz’altro smascherata.
Si istituì, in suo onore, la grande processione commemorativa dell’assedio di Orléans. Ebbe luogo nel 1435, 1436 e 1439, l’8 Maggio.
Due mesi dopo questa festa, Giovanna des Armoises faceva il suo ingresso in città, e fu accolta con l’entusiasmo di cui abbiamo già riferito. La processione si fece l’anno seguente, e non cessò nemmeno in seguito.
Ma, oltre a questa cerimonia, gli orleanesi avevano istituito una cerimonia funebre per la pace della sua anima, che si celebrava il giorno anniversario della sua morte, nella chiesa Saint-Samson.
Ora, le cronache di Gilles Marchoasne riferiscono di nuovo dell’acquisto di articoli per la cerimonia, nel 1439, un mese e mezzo prima dell’arrivo di Giovanna des Armoises.
Ma nel 1440 e negli anni seguenti cercheremmo invano notizia di simili articoli. La cerimonia venne abolita. Essendo stata vista in vita Giovanna non poteva più essere ricordata come defunta. Questa cancellazione unitamente al dono di 210 lire fatto a Giovanna dalla municipalità, ci sembrano la prova più schiacciante che nessuno contestò l’identità di Giovanna des Armoises con la Pulzella.
GIOVANNA SI RECA A TOURS
Sembra che Giovanna des Armoises, lasciando la città di Orléans, si sia recata a Tours dove venne anche lì bene accolta. Fece scrivere al re, dal balivo, e scrisse anche ad Orléans, come risulta da un articolo del registro dei conti della città di Tours, per l’anno 1438-1439, conservato negli archivi municipali di Tours:
TENTATIVO DI SPIEGAZIONE DEI DOCUMENTI PRECEDENTI
La difficoltà o, per meglio dire, l’impossibilità di conciliare i documenti precedenti con la versione ufficiale del rogo di Rouen ha fortemente messo in imbarazzo gli avversari dell’imparziale verità.
Non è senza interesse esaminare la pochezza delle ragioni che hanno cercato di addurre.
Abbiamo già visto che l’abate Cochard, autore assai erudito, circa le ricerche sulla donna di Orléans, aveva definito “inspiegabili” le cronache di quella città.
Ma, per parare l’effetto disastroso di questo aggettivo, egli entra, come gli altri, nella via della negazione assoluta, e fa uso, per esprimere il suo pensiero, di una frase assai infelice e che non può essere esente da una punta di malafede:
“E’ davvero tutta Orléans - afferma - che riconosce Giovanna la Pulzella in Giovanna des Armoises? Ci ripugna ammetterlo. A dieci anni di distanza i Boucher, i Saint-Aignan non si sarebbero potuti sbagliare così grossolanamente”.
Ecco dunque, ben chiaro, il sistema dei nostri contraddittori: “ci ripugna ammettere ciò; dunque non lo ammettiamo, e facciamo strame dei documenti. Dunque Giovanna des Armoises è un’avventuriera!”
I Boucher, i Saint-Aignan non potevano sbagliarsi così grossolanamente; è anche la nostra opinione, e poichè essi non hanno protestato, è per il fatto che ebbero per davvero Giovanna d’Arco di fronte.
Lo stesso autore crede di aver rinvenuto due prove che attestano che gli Orleanesi esitarono a riconoscere Giovanna des Armoises: 1° perchè la cerimonia funebre di Saint-Samson non venne soppressa che dopo il 1439, sebbene Giovanna fosse riapparsa dal 1436; 2° perchè la municipalità non le donò le 210 lire di ricompensa che il 1 Agosto, mentre era arrivata a Orléans il 18 Luglio, cioè dodici giorni prima.
Ma queste due pretese prove potrebbero essere anche la prova del contrario e rivolgersi contro il teorema del nostro autore.
L’abate Cochard dimentica che, se Giovanna comparve nel 1436, non per questo giunse ad Orléans in quello stesso anno. Soltanto suo fratello vi giunse con la notizia della sua sopravvivenza; e, per quanta autorevolezza potesse avere la sua parola, gli orleanesi rimasero scettici.
Ma nel 1439, essi videro Giovanna d’Arco di persona, e, tolto ogni dubbio, abolirono la cerimonia funebre che non aveva più ragione d’essere.
La seconda obiezione dell’abate Cochard è davvero una buffonata che non ci aspettavamo da un autore così serio.
Dodici giorni di tempo per ottenere, nel 1439, da una amministrazione municipale presa probabilmente alla sprovvista, un’importante ricompensa ma affatto dovuta, è dunque eccessivo? Non è piuttosto, a nostro avviso, estremamente celere? Non ci vorrebbero, ai giorni nostri, dodici anni? Non conosciamo quante difficoltà si frappongono, quante lungaggini, dilazioni, quando si tratta di far uscire un quattrino da una cassa pubblica?
Per prendere 210 lire tornesi dalle finanze orleanesi, come mai non sono occorse pergamene, sigle e controsigle, sigilli e controsigilli? “Per deliberazione del Consiglio della Città”, è scritto nell’atto. Non è sufficientemente eloquente, e non vediamo con quale gravità e solenne rotondità venne presa una così importante decisione? Eppure non ci è permesso di concluderne che questa delibera ruota attorno alla questione dell’identità di Giovanna des Armoises, poichè occorreva discutere, ammessa questa identità di persona, se bisognasse o non bisognasse dargli una ricompensa, e a che cifra questa dovesse assommare.
Noi concludiamo all’opposto dunque dell’abate Cochard, dicendo: la rapidità e la fretta che misero gli Orleanesi nello stabilire una ricompensa per Giovanna des Armoises, è una prova che la sua identità non era stata oggetto di contestazione.
La tesi che vuole Giovanna come un’avventuriera della quale furono vittime tutti i suoi contemporanei, essendo palesemente insostenibile, si è pensato di addurre motivi un poco più verosimili, ma che non sono ancora delle prove.
Non tratterò qui della fantastica ipotesi di F.A. Bessonnet-Favre, che, in un autentico romanzo, supera l’ostacolo inventandosi su due piedi di una presunta sorella di Giovanna d’Arco, chiamata Claude, che si sostituì alla Pulzella. Ma ciò, privo di qualsiasi appiglio documentario, non è mai stato vero che nella sua immaginazione.
Un’altra spiegazione, più seria, consiste nel fare dei fratelli di Giovanna d’Arco dei complici nell’imbroglio; e la città di Orléans, vedendoli come testimoni convinti, non avrebbe osato contraddirli.
Questa versione è credibile per quanto non ci sia alcuna prova a sostegno; inoltre, è anche un atto d’accusa, il che è grave.
Certo essi non sembra abbiano sdegnato il denaro, i regali e le ricompense, non più, del resto, della stessa Giovanna d’Arco e della loro madre; ed è un segno distintivo della famiglia di aver saputo trarre partito dalla parentela con l’eroina per ottenere sussidi, donazioni e vitalizi.
Ma da qui ad architettare questa grande mistificazione, allo scopo di battere moneta e di estorcere i denari dell’ingenua comunità orleanese, ce ne passa. Ciò darebbe adito ad un sospetto di ignominia e disonestà su tutta la famiglia di Giovanna d’Arco, ma senza le prove non si può sostenerlo. I due fratelli di Giovanna d’Arco furono, insomma, due irreprensibili cavalieri, ma ecco che d’improvviso si trasformano in mendaci e scrocconi! E sarebbero questi personaggi che la Chiesa ascolterà più tardi, nel 1455, quando si recheranno assieme alla madre, ad invocare la riabilitazione della loro sorella da Papa Callisto III, facendosi i primi postulanti della sua causa!
Uno dei loro attuali discendenti, Pierre d’Arc, ha ben compreso la necessità di liberare da questo cattivo esempio la responsabilità dei suoi due antenati, ma l’ha fatto in termini che non depongono a favore della sua imparzialità e che ci spiace doverglieli addebitare.
“La loro semplicità rustica, scrive, fu vittima della rassomiglianza. Forse, senza fargli troppo torto, non sarebbe temerario supporre che, oltre alla gioia di trovare viva la sorella, la speranza di vedere aumentato ancora l’onore e i vantaggi che le azioni della vera Giovanna avevano procurato alla famiglia continuò a tenerli nell’errore in cui li aveva precipitati la loro credulità... E non ritenevano possibile che con il permesso di Dio, la santa ragazza venisse resuscitata?... Erano abituati ai miracoli!...”.
Che fascino di supposizioni e insinuazioni addolcenti e zuccherate. Un paragrafo così sembra essere stato scritto da Renan. E’ il suo stile, il suo modo di fare. Non certo il nostro, che non possiamo accettare l’autorità di una ipotesi contro quella di un documento.
Segnaleremo infine, per ricordo, il metodo di un altro Orleanese, Choussy, che suppone, anch’esso, e senza alcuna prova, come sempre, che il tentativo di Giovanna des Armoises fu ordito dai fratelli di Giovanna d’Arco, per ordine stesso di Carlo VII!
Tale opinione è sintetizzata nella frase seguente, dalla sintassi equivoca: “da un altro punto di vista, chi oserebbe affermare che non fu affatto per ordine di Carlo VII e per motivazioni politiche, che, ritenendo il momento opportuno, essi avrebbero fatto finta di riconoscerla?”.
Qui, i nostri contraddittori entrano di buon diritto nel campo dell’arbitrarietà e della fantasia. Per quanto l’opinione di Choussy non merita nemmeno di venire discussa, ci limiteremo a far notare che se i fratelli di Giovanna d’Arco hanno finto di riconoscere Giovanna des Armoises, per ordine del re o no, essi hanno ingannato e carpito la buona fede della gente, accettato ricompense per le quali non avevano alcun titolo; tale spiegazione, lungi dal giustificarli, non li renderebbe che maggiormente meritevoli della nostra riprovazione.
LA SOPRAVVIVENZA DI GIOVANNA D’ARCO CONFERMATA NEL 1443
Ci rimane da esporre un altro documento, che comprova tutti i precedenti, rendendoli ancor più inspiegabili per i nostri avversari.
Il fratello di Giovanna d’Arco, Pierre du Lys, si stabilì, come si sa, nei pressi di Orléans.
Il 30 gennaio 1442 egli prese la fattoria di Bahieux in affitto perpetuo, prendendone possesso il giorno di Tuttisanti del 1443.
Il 29 luglio 1443, ricevette, dal duca Carlo d’Orléans, il godimento gratuito, a titolo ereditario, dell’Isola dei Buoi, sul fiume Loira, vicino Salle, di fronte a Chécy.
L’atto di donazione, redatto nella Camera dei Conti da Robin Gaffard, è estratto dal Tesoro demaniale di Orléan. Lo si trova nelle Ricerche sulla Francia di Pasquier (l.VI, cap.5) e, più diffusamente, nel Trattato sintetico tanto del nome e delle armi che della nascita e parentela della Pulzella di Orléans e dei suoi fratelli, di Charles du Lis, avvocato generale alla Cour des Aydes sotto Enrico IV e Luigi XIII.
Questo testo è doppiamente prezioso.
Ci indica, intanto, che nel 1443, data della donazione, Pierre du Lys accompagnava ancora Giovanna des Armoises.
L’espressione è formale: “Sua sorella, con cui, fino al momento del suo assentarsi, e dopo fino ad oggi, ha offerto il suo corpo…”
D’altronde, il termine assentarsi, sostituito dalla parola: supplizio, o morte, o altra equivalente, è caratteristica, ed estremamente significativa.
Bisogna notare che quest’atto, emanato dal Duca di Orléans, è la risposta ad una istanza presentata da Pierre du Lys, come indica l’espressione: “Letta la supplica”.
In questa “supplica”, Pierre du Lys non ha temuto di ricordare che egli aveva sempre accompagnato sua sorella, e di presentare questo fatto come uno degli argomenti migliori per avere la ricompensa richiesta; il Duca di Orléans non ha avuto difficoltà nel riprendere le stesse espressioni di Pierre, assegnandogli la ricompensa.
Ora, se Giovanna des Armoises fosse stata smascherata quale avventuriera, e se Pierre du Lys fosse stato in obbligo di sbugiardarla, avrebbe osato ricordare in questa supplica tale spiacevole avventura ad un parente del re? Ed il Duca di Orléans non si sarebbe dispiaciuto che lo si supplicava in quei termini?
E ancora, per ottenere un favore da un grande del regno, la parola “assentarsi” offriva un’idea più pertinente di quella di supplizio? Nessun dubbio che, se Pierre du Lys avesse creduto vera la storia del rogo di Rouen, l’avrebbe adottata senz’altro.
Se Giovanna si fosse soltanto assentata, cioè data alla fuga, non avrebbe potuto versare il suo sangue per il regno, e così il suo sacrificio sarebbe stato meno importante, e di conseguenza anche i meriti della famiglia. Pierre du Lys preferisce tuttavia questa versione della storia perché la ritiene vera, e noi vediamo che il Duca di Orléans non la smentisce.
EPOCA PRESUNTA DELLA MORTE DI GIOVANNA DES ARMOISES
Questo atto del 1443 è il solo che ci permette di afffermare che in tale data Giovanna des Armoises era ancora viva e che suo fratello non l’aveva disconosciuta.
A partire da questo momento, noi perdiamo le sue tracce.
Tuttavia il de Haldat du Lys, che era, verso il 1850, uno degli ultimi discendenti dei du Lys, possedeva dei documenti che gli permettevano di affermare che sarebbe morta a Metz, in età avanzata.
D’altra parte, è a partire dal 1540 che Giovanna d’Arco viene chiamata, di nuovo, “la vedova Pulzella”, negli atti orleanesi.
Choussy ne conclude rapidamente che gli Orleanesi erano “tornati alla loro precedente e sbagliata opinione”, ma ciò non prova nulla. E’ molto probabile che Giovanna des Armoises sia morta a quell’epoca, e che il termine di “la vedova Pulzella” gli sia stato attribuito a ragione nel 1550, come glielo diamo noi oggi.
Questa pare la data più probabile della morte di Giovanna des Armoises. Doveva avere circa quarant’anni e ciò contraddice l’opinione della “età avanzata” espressa dal de Haldat du Lys. Se però consideriamo che, cinque anni dopo, nel 1455, i fratelli e la madre di Giovanna d’Arco fanno istruire, a Roma, il processo di riabilitazione della loro congiunta, siamo obbligati a concluderne che Giovanna era morta.
Una tradizione le attribuisce due figli. Forse è un documento relativo ad una falsa Pulzella, e che riferiremo più avanti, che ha permesso questa precisione. Tuttavia è certo che ebbe dei discendenti. La sua discendenza fu a lungo legata al ramo collaterale dei du Lys. Nel 1560 e nel 1645, la famiglia des Armoises si vantava di discendere da Giovanna d’Arco.
Verso il 1854, si demolì a Metz la casa che Giovanna aveva abitato. Essa vi aveva fatto scolpire e apporre le insegne di Giovanna d’Arco, che vennero staccate solo nel 1792, con la Rivoluzione.
Abbiamo constatato che il racconto di Saint-Thibaud pone questa casa di fronte alla chiesa di Sainte-Segolaine. La seconda edizione della cronaca di Metz (Biblioteca Nazionale. Coll. Pierre du Puy, ms. 630) aggiunge che questa era « in cima alla porta di Muzele ».
Ciò non è molto esatto. La porta di Muzelle o di Mosella, oggi porta Mazel, è all’inizio di rue Basse-Saulnerie, molto lontano da Sainte-Segolaine. La casa di Giovanna doveva trovarsi in Place de Maréchaux, all’angolo di rue Grands-Carmes.
Ricordiamo infine, per citare gli ultimi ricordi che abbiamo dell’esistenza di Giovanna des Armoises, che il de Holdat du Lys ne possedeva il ritratto, del tutto simile a quello di Giovanna d’Arco, eseguito all’epoca della sua ricomparsa in Lorena, e che Vergniaud-Romagnési seppe identificare, a causa dell’armatura del tutto diversa da quella che si vede sui ritratti conservati a Orléans.
L’EVASIONE DI GIOVANNA D’ARCO DALLA PRIGIONE DI ROUEN
Se Giovanna des Armoises, apparsa in Lorena e ad Orléans, è davvero la Pulzella, bisogna dunque ammettere che questa ricomparsa ebbe la necessaria prefazione con un’evasione dalla prigione di Rouen, e nella sostituzione, al posto di Giovanna d’Arco, di un’altra condannata.
La cosa non è impossibile.
Lo è molto meno quell’ipotesi, abbiamo detto, che vede gli abitanti di Orléans colpiti da imbecillità, al punto da non sapere riconoscere la donna che aveva salvato la loro città.
Al contrario, ci sono dei fatti strani, che sembrano corroborare la mostra tesi, delle coincidenze, delle oscurità che, lungi dal rendere la questione incontestabile, l’avviluppano in un velo sempre più enigmatico.
LA PRIGIONE DI GIOVANNA D’ARCO
Innanzitutto, conosciamo noi la disposizione esatta della prigione di Giovanna d’Arco e il modo in cui era custodita, tanto da poter dire che non vi si sarebbe potuta evadere?
Sappiamo che venne consegnata al connestabile Waleran di Lussemburgo, capitano di fanteria, zio di Giovanni di Lussemburgo, signore di Beaurevoir e di Choques.
Venne incarcerata nella prigione del castello di Rouen, “in carceribus castri Rothomagensis”, così come testimoniano numerosi verbali del processo. “La misero nel castello della città, in una grande prigione, ben munita, ben protetta e ben custodita”, scrive il traduttore in francese del processo.
Il castello di Rouen era nei pressi di porta Bouvreuil. Non abbiamo di esso una descrizione particolareggiata. Risultava già smantellato nella pianta di Gomboust, pubblicata nel 1665. L’unica vestigia che rimane è quella grande torre rotonda, detta il Torrione, che si scorge entrando in città da rue Verte, vicino boulevard Beauvoisine.
Ma questi particolari non sono precisi; occorrerebbe una pianta esatta del locale, del sistema di chiusura, delle uscite, e rispondere della vigilanza di ognuno dei guardiani, tutte cose difficili da accertare dopo cinque secoli!
Giovanna venne affidata alla custodia dei seguenti: Jean Gris, Jean Berwoit, e Guillaume Talbot; ma è certo che essa non fu sempre custodita nella stessa maniera.
Al processo di riabilitazione, uno dei suoi giudici, Jean Massieu, rese, a riguardo, la seguente deposizione:
Venne sorvegliata in quella prigione da cinque inglesi, di cui tre restavano di notte nella stanza, e due fuori della porta. So per certo che di notte essa veniva distesa e incatenata alle caviglie con doppia catena e legata molto strettamente con un’altra catena ad un grosso ceppo di cinque o sei piedi di lunghezza e chiusa a chiave.
Ma la deposizione di un altro giudice: Jehan Beaupère, è involontariamente contraddittoria, e ci rivela che questi cinque guardiani non le furono sempre addosso:
Per questo il signore di Beauvais, giudice, inviò me e il Mastro Nicolle Midy, con la speranza di parlare con Giovanna, per indurla e ammonirla a perseverare nel’intento che aveva avuto fino ad allora, ma non poterono trovare colui che aveva la chiave della prigione.
Questa prigione la cui unica chiave è in mano ad un guardiano che non si riesce a trovare, è necessariamente un carcere in cui i prigionieri sono rinchiusi singolarmente, altrimenti bisognerebbe ammettere che i tre guardiani che stavano all’interno, erano anch’essi rinchiusi, alla mercè del detentore della chiave!
La situazione della Pulzella era dunque cambiata, e, comunque fosse, si entrava molto facilmente e liberamente nella sua prigione.
Il 18 aprile, Guillaume Boucher, Jacques de Touraine (de Turonia), Maurice de Quesneio, Nicolas Midi e Guillaume Haiton entrarono nella sua cella, poiché essa diceva di essere ammalata.
Il 28 maggio, Nicolas de Vendères, Haiton, Th. De Courcelles, entrarono ancora nella sua cella.
Guillaume Colles, detto Boysguillaume, testimoniò che Nicolas Loyseleur e, più tardi, Guillaume d’Estivet, si erano introdotti nella prigione, proclamandosi prigionieri del re di Francia.
Egli aggiunge che la duchessa di Bedfort la fece visitare dalle sue matrone, e, cosa più grave, il duca di Bedfort poteva scorgere Giovanna da un certo luogo segreto, che sembra essere stato un passaggio sotterraneo che conduceva alla prigione (Et quod dux Bedfordiae erat in quodam loco secreto, ubi videbat eamdem Johannam visitari. Processo di riabilitazione).
Frate Martin Ladvenu depose, al processo di riabilitazione, “che un Milord inglese l’aveva violentata dopo la sua abiura”.
Lo stesso Martin Ladvenu era nella prigione con il frate domenicano Toutmouillé, il mattino che venne rinviata al giudizio secolare, quando il vescovo Cauchon li raggiunse.
Era questo l’intento di Giovanna, quello di evadere?
Lo affermò chiarissimamente di fronte ai giudici.
Oltre ad aver tentato già di scappare dal castello di Beaulieu, “nascosta tra due assi di legno” durante il suo trasferimento a Rouen, essa non mancava di mostrare, a diverse riprese, che non disperava di poter fare lo stesso a Rouen.
All’inizio del processo, le si ingiunse di non tentare di evadere, ma essa rifiutò di prometterlo. “Verum est – disse – quod alias volui et vellem evadere”.
Si soffermò molte volte, nel corso del suo interrogatorio, sulla promessa che le voci le avevano fatto di liberarla.
Il 24 febbraio, interrogata a riguardo, dette una risposta evasiva. Il 1 marzo, disse qualcosa di più:
“Ciò non riguarda il vostro processo, disse, ma non so quando verrò liberata”. Il 3 marzo, a questa stessa domanda: Sarete liberata dalla vostra prigione? Dette questa significativa risposta: “Non riguarda il vostro processo. Volete che parli contro me stessa? Poi aggiunse categoricamente: “Si, in verità, mi hanno detto che verrò liberata, ma non conosco né il giorno né l’ora, e lo farò ardimentosamente, a cuor contento”.
Infine, il 15 marzo, leggiamo, sulla minuta francese dell’interrogatorio che bisogna sempre preferire alla stesura latina di Guillaume Manchon:
Interrogata se si sarebbe allontanata, se fosse stata sul punto di andarsene: risponde: se vedesse la porta aperta se ne andrebbe che sarebbe il volere di nostro Signore.
Non si obietterà dunque che Giovanna d’Arco era così rassegnata alla sua sorte, troppo occupata ad obbedire alla volontà del Signore che l’aveva fatta prendere prigioniera, da non cercare di scappare.
Giovanna non dimostra, in nessun momento della sua prigionia, quella pia rassegnazione, quella dolce serenità, quell’altezza di sentimenti che si ammirano fino all’ultimo istante in un Luigi XVI, per esempio.
Al contrario, essa si lamenta della propria sorte che non accetta; resiste ai suoi giudici, li rimprovera amaramente perla propria morte.
Frate Jehan Toutmouillé, domenicano, nella deposizione che fece in suo favore al processo di riabilitazione, riferisce della visita che gli rese la mattina del supplizio:
Si trovava la mattina con Giovanna e con frate Martin Ladvenu che il vescovo aveva inviato per indurla ad un atto di contrizione… essa cominciò allora a strapparsi i capelli …. Sopraggiunse il detto vescovo a cui lei disse subito: “vescovo, muoio per colpa vostra”. Ed egli cominciò a schernirsi, dicendo: Ha! Giovanna, rassegnatevi per ciò che non avete ottenuto e che noi vi avevamo promesso… E la povera Pulzella gli rispose: Haimè! Se voi mi aveste fatto rinchiudere nel carcere ecclesiastico e posto sotto il giudizio di giudici giusti e appropriati, tutto ciò non sarebbe accaduto.
Nella notizia resa dopo il processo, il 7 giugno, Nicolas de Vendères riferì che essa aveva confessato, con amarezza, la mattina del supplizio, che le sue voci l’avevano ingannata: “vedo proprio che esse mi hanno ingannato”.
Così, fino all’ultimo minuto, la speranza di un’evasione era in lei presente, e non si può obiettare che ciò era contrario alle sue promesse o alle sue idee.
I COMPLICI DELL’EVASIONE
Si è supposto, non senza ragione, che quest’evasione venne facilitata dagli amici e dalla famiglia di Giovanna d’Arco, perché non si può concepire che chi l’amava potesse abbandonarla completamente. Noi pensiamo, del resto, che collaborarono i suoi stessi nemici.
E’ certo che la duchessa di Bedford si interessò a lei. Ancora, vediamo che nel processo, in data 3 marzo, Jeanne di Lussemburgo, sorella del conte di Waleran, divenuta contessa di Saint-Paul e di Ligny, grazie alla morte di Filippo di Brabante, “molto anziana”, dice Monstrelet, chiese al signor di Lussemburgo di non consegnare Giovanna agli Inglesi.
La voce non aveva mancato di diffondersi, poiché le simpatie di cui godeva mettevano in opera tutti i mezzi possibili per ottenere la sua liberazione, e l’Università di Parigi che ne aveva avuto sentore temeva che interventi altolocati la facesser sfuggire alla sua sorte.
Quest’ultima espresse molto chiaramente i propri dubbi nella lettera che indirizzò al duca di Borgogna, il 19 gennaio 1431 (1430 vecchio stile), domandandogli di affrettare il processo a Giovanna.
Come in precedenza, scriviamo e supplichiamo vostra altezza….affinchè la donna chiamata la Pulzella sia messa nelle mani della giustizia della chiesa…. Tuttavia non abbiamo avuto nessuna risposta in merito…. ma dubitiamo molto che… per la malizia e sottigliezza di persone cattive che pongono tutti i loro sforzi nel voler liberare quella donna con mezzi contorti, essa sia posta fuori della vostra giurisdizione.
Ma il comportamento più strano, più inspiegabile, fu quello del vescovo Cauchon, che sospettiamo molto di aver favorito l’evasione della prigioniera, e d’aver dissimulato, sotto l’aspetto di un’apparente severità, la simpativa che nutriva per lei.
Quest’uomo singolare, che Chastellain chiama “un grande e solenne sacerdote”, non si era rassegnato che a fatica ad istruire il processo alla Pulzella.