uno dei “Mostri di Firenze” (Pietro Pacciani) protesta la sua innocenza esibendo un’immagine del Salvatore. Pacciani si è sempre rivolto ai Superni; nel Giugno ’92 scrisse un biglietto rivolgendosi ai santi del Paradiso (sic): “mi vogliono ammazzare”, biglietto trovato dagli investigatori tra le sue cose.

 

 

 

L'edizione fiorentina di Repubblica ha svolto una ampia recensione della prima edizione di questo lavoro, il 25/7/2001 col titolo All'ombra del mostro la "schola" dei misteri - Nuova ipotesi sul secondo livello all'origine dei duplici delitti”, a firma di Franca Selvatici.

 

 

Un Ordine occulto, una schola magica che affonda le radici nella tradizione esoterica di Firenze «città nera», e conta ancora dei seguaci. Potrebbe essere questo il «Mostro di Firenze», il «secondo livello» a cui gli inquirenti stanno dando la caccia. Non un singolo e neppure una banda, ma un ordine tuttora operante, che si tramanda da generazioni «pratiche illecite e cruente». La tesi è esposta in un volumetto uscito in marzo, edito da Carpe Librum, intitolato «I "Mostri di Firenze" e l'alchimia», scoperto con altra documentazione dalla giornalista Gabriella Carlizzi, che sostiene che i delitti del mostro sono opera di una setta satanica. Una ipotesi sulla quale lavora da tempo il capo della squadra mobile Michele Giuttari e ora dibattuta fra i cultori di esoterismo, che «leggono» i delitti con gli strumenti della loro «cultura» magica. «I mandanti di Pacciani sono alchimisti?», si chiede l'autore del saggio, Vittorio Fincati. «Più ci si addentra in questi mondi di tenebra - spiega - più ci si accorge che sono tante le coincidenze che collegano efferati delitti attribuiti a serial killer a certi riti criminosi, connessi alla magia sessuale». La premessa della sua analisi è racchiusa in alcune citazioni. La più sconvolgente è tratta da «Il mondo magico di Paracelso» di Hartmann: «I corpi dei morti di morte violenta ... hanno grandi poteri occulti. Essi non contengono vita, bensì il balsamo della vita...». Vittorio Fincati sostiene che Firenze ha una forte tradizione di magia nera. Ricorda il maestro di pratiche cruente Francesco Prelati, vissuto nel XV secolo, che fu chiamato a corte da Gilles de Rais (colui dal quale derivò il feroce personaggio di Barbablù). Ricorda l'atroce novella del Decamerone che racconta di una fanciulla trafitta e sventrata dal cavaliere fiorentino Guido degli Anastagi. Ricorda l'uso del sangue nell'alchimia di laboratorio, secondo le pratiche dei Rosa+Croce d'Oro. E si domanda: «Queste prescrizioni alchemiche riesumate dal profondo del tempo... sono lettera morta... oppure c'è chi le mette in pratica?».

 

 

FIRENZE CITTA’ NERA?

 

 

“sarà di molto tempo pervenuta alle orecchie di S.V. la voce comune che in codesta città et contado sia un numero grande di streghe che ogni giorno guastino molti fanciulli…”

 

(lettera del cardinale Millini al nunzio apostolico a Firenze Giglioli – dalle Carte strozziane del R. Archivio di Stato di Firenze, II, 148-150)

 

 

 

Numerosi riferimenti fanno ritenere che Firenze in epoca tardo-medievale e rinascimentale fosse un importante centro esoterico ma, parallelamente, anche un centro degli adepti della magia nera. Numerosi erano infatti i manoscritti di questa disciplina che circolavano sotterraneamente, tra cui il celeberrimo Picatrix ed il più inquietante Liber Vaccae – tutt’ora conservati nelle biblioteche cittadine. Da un punto di vista storico questa tradizione magica si impiantò a Firenze in seguito ai contatti con l’Oriente che erano stati stimolati dalle Crociate, con i contatti con quegli ambienti islamici che si riferivano alle ancora viventi tradizioni pre-islamiche di derivazione ellenica – tradizione che possiamo riferire alla scuola di Harran in Siria.

 

Francesco Prelati

 

La fama di Firenze in tal senso doveva essersi diffusa in tutta Europa se il famoso Gilles de Rais – colui da cui derivò il personaggio di Barbablù – inviò un suo uomo di fiducia alla ricerca in quella città di un mago capace di compiere i prodigi magici che egli voleva a tutti i costi conseguire, trovandolo nella persona di Francesco Prelati[1]. Da notare che entrambi gli individui appartenevano all’ordine ecclesiastico, ma ciò non deve stupire in quanto nei secoli passati l’attività ecclesiastica coinvolgeva nel suo ambito un numero veramente numeroso di esseri umani. Questo Prelati aveva frequentato anche la corte medicea, una corte che aveva favorito in maniera eccezionale lo sviluppo degli studi esoterici ed umanistici[2]. Il 14 maggio 1439 Francesco Prelati si insediò nella dimora di Gilles de Rais, a Tiffauges, in Francia.

 

Con sé aveva portato un misterioso libro, cioè un manoscritto, di evocazioni magiche e di alchimia. Di quest’ultima disciplina si dichiarava particolarmente esperto[3]. Si trattava probabilmente, come era il caso per tutti gli autentici grimoires, di appunti redatti da un mago per la sua cerchia di discepoli, scritto in modo allusivo e simbolico e certamente privo di riferimenti diretti a pratiche illecite e cruente. Quest’ultime dovevano costituire il patrimonio orale di ogni “scuola” che veniva trasmessa unicamente da bocca a orecchio con grande circospezione. Vedremo che solo in epoca contemporanea, in ambiente fiorentino, queste pratiche cruente sono state codificate in manoscritti riservati appartenenti a dei gruppi che uniscono lo studio della magia a quello, apparentemente diverso, dell’alchimia[4].

 

Gli atti esecrandi e sanguinosi commessi quindi di lì a poco dovevano quindi derivare dalla conoscenza personale che il Prelati doveva avere maturato nell’ambiente fiorentino in seno a cui si era “formato” e cioè la schola del medico[5] fiorentino Giovanni da Fontanelle, che era in rapporto di patto con un’entità chiamata Barron e che si manifestava, attraverso il sacrificio di un volatile, nelle possessione medianica di un grazioso giovanetto – cosa che rimanda sempre a pratiche di natura sessuale più o meno particolare.

 

In un primo momento Prelati aveva tentato di risolvere le pretese di Gilles attraverso delle pratiche di magia cerimoniale ma, a causa degli scrupoli religiosi di quest’ultimo e dei suoi terrori che facevano abortire tutte le operazioni, si risolse ad adoperare i segreti più riposti della sua tradizione. Disse infatti al suo Signore che se avesse voluto ottenere da Barron qualcosa di considerevole non poteva offrirgli qualche piccione ma una vittima umana. Gilles, già aduso all’omicidio omosessuale sadico di giovinetti[6], non si scompose e accettò la proposta. E’ chiaro che in ciò risalta tutta la responsabilità del mago fiorentino. Gilles portò a Prelati, in una coppa di cristallo, il sangue, gli occhi, il cuore di un ragazzo! In seguito Gilles procedè all’invocazione di entità infernali contemporaneamente allo stupro anale e allo smembramento atroce delle sue vittime, maschi e anche femmine (quest’ultime utilizzate solo quando c’era penuria di vittime maschili), facendo coincidere l’acme orgiastico con tali azioni. Ma agli atti processuali conseguiti a questa terribile vicenda risultò comunque che il Prelati procedeva per proprio conto, fuori della dimora di Gilles de Rais, nei suoi commerci omosessuali e nei conseguenti omicidi rituali. Si potrebbe ipotizzare che egli avesse intrapreso la sua orrenda via magica solo quando ne ebbe l’opportunità, con il viaggio in Francia sotto la protezione di un nobile, poiché a Firenze non c’erano evidentemente le condizioni favorevoli allo sviluppo di un tale progetto[7].

 

Stranamente Prelati fu solo condannato all’ergastolo nonostante avesse ammesso la sua complicità nei delitti rivelati al processo e riuscì quasi subito ad evadere di prigione per essere accolto al servizio del duca di Anjou, che era interessato a conoscere le sue dottrine in tema di alchimia e gli dette il titolo di Capitano e l’appannaggio di un castello! Si può forse dire che il demone Barron lo avesse davvero protetto da ogni pericolo. Il mago fiorentino, infatti, terminò i suoi giorni solo cinque anni dopo, impiccato per un motivo del tutto profano: la falsificazione di importanti documenti contabili! In “Appendici” diamo il testo di un “elixir di vita” escogitato da Francesco Prelati ma, indubbiamente, a lui giunto dalla tradizione stregonica.

 

Guido degli Anastagi

 

Non possiamo passare sotto silenzio una vicenda rievocata dal fiorentino Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone (V, VIII) la quale, per i suoi contorni e a prescindere da qualsivoglia veridicità, rimanda a degli oscuri rituali di sacrificio muliebre cruento, così come questi sono stati seriamente documentati nel libro di un  studioso contemporaneo[8].

 

La storia narrata in sintesi è la seguente: il fiorentino Nastagio degli Onesti, profondamente depresso a causa dell’amore non corrisposto da una bella fanciulla, si ritira nella pineta di Classe, vicino Ravenna, a meditare in solitudine. Mentre vaga a caso ode all’improvviso delle strazianti urla di donna ed altri schiamazzi. Di lì a poco, scorge una bella giovane ignuda piena di ferite che corre inseguita da due cani e da un cavaliere. I cani infine la raggiungono e la bloccano addentandola ai fianchi. Nastagio si accinge a prestarle soccorso quando il misterioso cavaliere gli ingiunge di non impicciarsi e di assistere agli eventi. Questi dice che la scena cui sta assistendo non è altro che un portento divino, che loro sono tutti dei fantasmi e che altro non fanno che adempiere ad un decreto divino. Il cavaliere è anch’esso un fiorentino, Guido degli Anastagi[9], il quale si uccise a causa dell’amore non corrisposto della fanciulla adesso inseguita. Come punizione per una simile mancanza di compassione, Dio decise che l’anima di Guido dovesse perseguitare l’anima dell’amata ed ucciderla con la stessa spada con cui si era suicidato; ciò per tanti anni quanti erano stati i mesi  che era durata la loro storia.

 

Di fronte ad una simile apparizione preternaturale, Nastagio arretrò compunto e terrorizzato. Potè così assistere allo strazio della donna. Il cavaliere la trafisse da parte a parte indi la sventrò strappandole il cuore e gli organi interni che gettò in pasto ai suoi due famelici mastini. Scomparsa la terribile apparizione, - con la fanciulla che di nuovo “riviveva” fuggendo in lontananza tosto nuovamente inseguita -, Nastagio decise di convocare sul posto con una scusa la sua amata ritrosa la quale, assistendo in seguito alla stessa scena che si ripeteva ciclicamente ogni venerdì, presa da subitaneo sgomento decise di convolare a nozze con Nastagio onde evitare la stessa sorte della sventurata fanciulla della pineta. E vissero felici e contenti, conclude il Boccaccio…

 

Ora, se si sfronda la novella degli aspetti contingenti e comunque affatto “boccacceschi”, con l’aiuto dei dati comparativi forniti dal libro del Duichin, possiamo ipotizzare senza tema di sembrare azzardati che fosse ancora viva, in quel di Firenze, l’eco di qualche ancestrale e sotterraneo rito di ieropornìa cruenta, cioè la sottrazione dell’anima animale di una giovane donna per mezzo di stupri, tormenti, morte e cannibalismo, dopo averla “idealizzata” nel prototipo della Prostituta Sacra[10].

 

Il Duichin ha ritenuto di scoprire la causa del sacrificio sessuale delle donne. Una espiazione nei confronti del vincolo del matrimonio contrapposto all’uso comune e indiscriminato che della donna si faceva in tempi remotissimi. Noi riteniamo che questa spiegazione sia posticcia e risenta della mentalità moderna, con la quale non si può pretendere di spiegare il Mondo Antico. E’ la spiegazione dell’uomo moderno addomesticato che “rimpiange” le possibilità che altre epoche offrivano al suo sesso! Ci sembra più plausibile e conforme alla sterminata mole di dati sull’argomento (tra cui la spiegazione di Servio data in nota) la spiegazione che alla base di tutti questi racconti stava appunto una finalità di carattere magico-vampirico e praticata in esclusiva da selvagge organizzazioni iniziatiche maschili (Männerbund), come nello stesso libro del Duichin è ampiamente dimostrato:

Dietro un vasto complesso di disparati racconti, sembra dunque riaffiorare un torbido strato di primitive usanze che rinviano a orge cannibaliche e sessuali. Celebrati di notte nel folto della foresta, talo­ra nelle “case degli uomini”, talora in prossimità di sorgenti, fiumi o laghi consacrati a lugubri divinità sotterranee, questi orrendi festini dovevano culminare nello stupro collettivo della vittima e nella sua immolazione cruenta ad opera di confraternite maschili a carattere teriomorfo. Documentate fino ai primi del ‘900 — come vedremo più avanti — presso certe popolazioni etnologiche, tali usanze hanno lasciato delle tracce sernicancellate, ma tuttora visibili, anche all’inter­no del patrimonio mitico-fiabesco occidentale e del Vicino Oriente[11].

 

Su questi aspetti stabiliremo delle correlazioni quando esamineremo da vicino il comportamento del “mostro di Firenze”, cioè di quella oscura Männerbund fiorentina riaffiorata dal profondo dei secoli.

 

 

TANZANIA - Catturati scuoiatori di uomini

 

Da oltre due anni una regione della Tanzania vive nel terrore di un gruppo di trafficanti di pelle umana. E in que­sto caso non si tratta di una leggenda o di una diceria popolare, ma di episodi di cronaca real­mente accaduti, e che continuano a ripetersi ancora oggi. Cadaveri di persone del luogo, compresi ragazzi, era­no stati trovati a più riprese nella foresta completamente scuoiati. Dodici membri di quest’organizzazione che vende le pelli uma­ne per alcuni rituali magici sono stati ar­restati.

 

(Libero del 5 Aprile 2001)

 

la vicenda di Guido degli Anastagi illustrata per la prima edizione del Decamerone, Venezia 1492.

 

 

 Quella riportata dal Boccaccio non è una tradizione isolata[12] ma, per non debordare dalla nostra indagine esclusivamente fiorentina, non ci addentreremo nell’addurre prove più significative del rito maschile primitivo ed orrendo della “Caccia selvaggia”[13], il cui mitologhema era proseguito in tutta la sua violenza ancora nel 1499, allorchè il frate domenicano Francesco Colonna scrisse la Hypnerotomachia Poliphili [combattimento erotico in sogno][14], con una ricchezza di particolari sadici sorprendentemente analoghi e ben più ricchi dei crimini commessi dal “mostro di Firenze”. Ma, cosa che è davvero notevole, la motivazione delle crudeltà inflitte alla donna è motivata dal suo rifiuto a concedersi all’istinto libidinoso della propria sessualità, confermando così l’opinione del Duichin sull’origine del sacrificio cruento femminile.

 

Del resto, pare che la stessa città di Firenze, fondata dai Romani,[15] fosse stata posta sotto l’inquietante egida del dio Marte, divinità della guerra e della morte cruenta, così come delle selvagge comunità iniziatiche maschili, e da una simile divinità tutelare non è che ci si potesse aspettare gli stessi esiti di quelli di una città come Assisi. Il più antico storico fiorentino, il cronista Giovanni Villani (Cronica III, 1) ci ha lasciato a riguardo una testimonianza estremamente grave: “dicesi che gli antichi avevano oppinione che di rifarla non s’ebbe podere, se prima non fu ritrovata e tratta d’Arno l’immagine di marmo, consecrata per li primi edificatori pagani per nigromanzia a Marti[16], la quale era stata nel fiume d’Arno dalla distruzione di Firenze infino a quello tempo; e, ritrovatala, la puosero in su uno piliere in su la riva del detto fiume, ov’è oggi il capo del Ponte Vecchio”.

 

Nel 1333 una inondazione strappò dal piedistallo questa antichissima statua che non venne più trovata. Tuttavia la rimozione di quel supporto eggregorico non aveva più effetto sul corpus psichico che ormai si doveva essere svincolato – causa la cessazione dei riti tradizionali – e vagava irrazionalmente nell’inconscio collettivo della città.

 

 

 

 

 

 scene di strazio femminile dall’Hypnerotomachia Poliphili

 

 

 

 

 

“Il mostro di Firenze è un personaggio molto noto e potente, con una doppia identità, e fa parte di una terribile setta satanica. Mi ha confessato che i membri della setta uccidono l’uomo e la donna nell’atto di accoppiarsi, per uccidere l’amore e colpire Dio. Mi ha detto anche: io strappo il pube o il seno con un coltello milleusi, e lo faccio non solo per odio, ma perché, secondo la setta, durante l’atto sessuale il corpo libera energie di cui ci si può servire anche per curarsi o per aumentare la forza fisica

(M. Caravella su "Visto", n.46, novembre 1990).

 

 

 

ALCHIMIA DI LABORATORIO E USO DEL SANGUE

 

 

Orbene, chi penserebbe che il vero magnete vivente[17] di questa perla così nobile e mercurio universale proviene da un uomo vivo?

(L’alchimia dei Rosa+Croce d’Oro Roma, Mediterranee 1994, vol.II, p.113)

 

Per quanto riguarda l’altro tema centrale dei manifesti rosacrociani, vale a dire quello della società segreta di iniziati, senza dubbio esso fu ispirato sia dalle confraternite tedesche medievali e dagli ordini dei cavalieri… che dalle accademie fiorentine rinascimentali

(C. McIntosh, I Rosacroce, Nardini, Firenze 1989)

 

…tutti sanno che Faust deve sottoscrivere col sangue il patto scritto con Mefistofele. In un primo tempo Faust crede che si tratti di una buffonata, ma Mefistofele dice a questo punto la frase presa senza dubbio sul serio da Goethe: “il sangue è un succo molto peculiare”.

Rudolf Steiner[18]

 

 

L’addizione di sangue alle operazioni alchemiche non deve stupire, poiché si tratterebbe di unire a delle materie apparentemente inerti quella forza vitale naturale che è indispensabile, secondo molti sperimentatori, affinchè in essa materia si possano verificare le modificazioni auspicate dall’alchimista[19]. Nella stessa Bibbia è scritto che nel sangue c’è la vita (e quindi bisogna astenersi dal cibarsene in quanto ciò terrebbe legati alla vita tellurica) ed è stato dimostrato che questa sostanza possiede delle caratteristiche davvero stupefacenti[20]. Il sangue impiegato è quello dell’alchimista stesso ma, nelle numerose interpretazioni devianti o parziali della scienza alchemica, si tratta del sangue di un altro essere umano (vedi Appendici).

 

Queste interpretazioni devianti dell’alchimia – quella stessa che secondo Renè Guénon sarebbe degenerata a partire da Basilio Valentino e Paracelso – sono ben evidenti nelle opere manoscritte e a stampa di un gran numero di scritti di derivazione paracelsiana, in cui primeggiano quelli che parlano della confezione di elixir di lunga vita o nel famoso Testamentum Fraternitatis Roseae et Aureae Crucis[21], nel quale si afferma senza possibilità di interpretazione allegorica, di impossessarsi di parti di cadaveri, umani e/o animali e di aggiungervi sangue umano e/o animale al fine di ottenere delle realizzazione di ordine magico-stregonico:

 

“Per quanto riguarda la revolutio (reincarnazione artificiale) degli spiriti, questi, quando si trovano prigionieri delle tenebre, sono pronti ad assumere di nuovo una forma. Infatti amano l’uomo, e poiché l’uomo come anima e come spirito è capace di accoglierli, essi gli ob­bediscono di buon grado, perché sanno che così facendo partecipano alla propria redenzione.(…)Ora, quando possiede questo potere l’uomo può muovere tut­te le forze, sia superiori che inferiori, e creare, insieme a Dio, tutti i prodotti dello spirito. (…) È evidente che nella natura ha luogo una continua metamorfosi, che la natura trasforma incessantemente una cosa in un’altra. Sappi quindi che questo è il segreto più grande della divina magia magnetica. (…) Perciò prendi una terra da un corpo decomposto del quale non è andato perduto nulla e mettila in un grande lambicco di vetro. Questa terra però deve provenire da una vergine o da un adolescente, perché con la terra di un uomo o di una donna adulti l’operazione non riesce; troverai una grande differenza. Con una vergine otterrai una ninfa di bell’aspetto e che diventa anche molto intelligente, più di altre perso­ne. Quando hai messo la terra in un lambicco, mettici dentro anche 2 drammi (1/4 d’oncia) di sal sapientiae microcosmi. Poi fatti aprite una vena, prendi una sola oncia di sangue e versala immediatamente sulla terra; chiudi il lambicco e fallo stare al calore moderato per quat­tro settimane. Trascorso questo tempo, aggiungi un’altra oncia di san­gue appena uscito dalla tua vena, così il tuo spirito entrerà nella terra, si unirà magneticamente ad essa e si condenserà in una sfera rotonda. Quando vedi questa sfera, fà entrare dall’alto un po’ d’aria nel vetro, affinché la vita non soffochi ma possa attirare influssi dalla regione superiore come pure dalla natura. Dopo altre quattro settimane prendi un’altra oncia del tuo sangue, versalo nel lambicco finché è ancora caldo e tappa il medesimo col cotone. Poni il vetro su una stufa porta­tile e capace di mantenere un calore moderato; quando c’è il sole, met­tilo al sole, e di notte, se il cielo è sereno, mettilo all’aperto.(…) Metti nella bocca 1 grano di un lapis medicinalis che sia stato preparato con 1 grano di terra o 1 grano d’acqua piovana, pene­tra in Dio con la forza del tuo spirito e manda il tuo fiato nel vetro sette volte con tutta la forza; così dopo non molto nel vetro si muove­rà qualcosa. Tappa il vetro col cotone e bada che dentro non ci cada nulla. Dopo quattro settimane fatti aprire nuovamente una vena, prendi di nuovo 1 oncia del tuo sangue e versalo nel lambicco finché è ancora caldo. Fa’ stare il tutto a calore moderato per altri sei mesi. Trascorso questo tempo, al frutto mancherà il nutrimento e comincerà a piangere. Allora rompi il vetro, estrai il frutto, lavalo e puliscilo con l’acqua calda…(…) Prendi la terra da un animale, quale che sia, putrefatto e decompo­sto. Mettila in un lambicco pulito, salàssati, unisci alla terra 1/2 oncia del tuo sangue ancora caldo, e lascia il vetro a un calore moderato per quattordici giorni e quattordici notti. Poi aggiungi un’altra 1/2 oncia del tuo sangue. Ripeti questa operazione quattro volte. Trascorsi due mesi, prendi 1 dramma (1/8 d’oncia) del lapis medicinalis preparato partendo dal tuo sangue, macinalo per bene, mettilo nel lambicco e lascialo agire per altri quattro giorni e quattro notti. Indi preleva da animali come quello dal quale hai preso la terra all’inizio tanto sangue quanto ne oc­corre a un animale per vivere. (…) Se invece vuoi usare la terra di un uomo decomposto e il sangue di un animale, fà così: Procurati la terra di una persona che sicuramente non è morta in grazia di Dio. Prendi questa terra, mettila in un lambicco e aggiungi ad essa I dramma (1/8 d’oncia) di lapis microcosmi e 1 dramma di lapis macrocosmi frantumati sottili. Poi preleva da cani grandi o da animali consimili tutto il sangue che le loro vene contengono e versalo sulla terra finché è ancora caldo.(…) Dopo quattro mesi puoi già servirti di lui. Imparerà la tua lingua e potrai mandarlo in tutti i luoghi nascosti. Infatti è capace di passare attraverso tutte le porte chiuse ma anche attraverso le montagne, e a lui nessuno spirito può nascondersi ma deve cedergli il passo. Un’anima rinata in questo mo­do va anche, per amor tuo, se lo desideri, in terre lontanissime e fare in esse ciò che tu vuoi. Con questo genius puoi parlare di cose future; inoltre esso è pronto a servirti in tutto, sempre però che tu non ne fac­cia uso contro la giustizia del grande Iddio. Allo stesso modo puoi prepararti una colomba. Prendi una colom­ba morta di circa un anno di età, mettila in un vaso di pietra, coprilo e sotterralo in un posto in cui nessuno possa trovarlo. Dopo quattro anni anni scava ed estrai il vaso di pietra; in esso troverai una terra. Prendi questa terra e mettila in un lambicco, versa su di essa 1/2 lib­bra del tuo sangue e procedi in tutto e per tutto come ti ho insegnato. Dopo qualche tempo, durante il quale avrai imbibito la terra col tuo sangue e avrai operato esattamente come ti ho insegnato nella seconda operazione, versa di nuovo sulla terra il sangue ancora caldo di una colomba come quella da cui hai preso la terra. Continua così finché ottieni ciò che desideri. Gli antichi si servivano di queste colombe per molte cose segrete. Adesso ti insegnerò cosa deve fare un mago per trasformarsi e mo­dificarsi, o meglio per ringiovanire in modo naturale tutta la propria persona, per avere capelli e unghie nuovi e quindi per cambiare tutto il suo corpo facendolo diventare perfettamente uguale a quello di un giovane di vent’anni, anche se ne ha già novanta. In questo modo i nostri vecchi si rinnovavano spesso per centinaia d’anni”.

 

Ma anche prima di Paracelso la “materia prima” veniva indicata, per esempio in testi attribuiti a Raimondo Lullo, essere presente anche nel “sangue umano, capelli, urina, latte e altre sostanze viscose”.[22] Ora, queste prescrizioni alchemiche riesumate dal profondo del tempo, e che al di là di enunciati apparentemente semplici e irrazionali contengono tutto un corpus di dottrina e pratica operativa certamente più complicata, sono lettera morta e costituiscono solo un monumento editoriale per studiosi intellettuali, oppure c’è chi li mette in pratica e li studia operativamente? Leggendo la Prefazione che Archarion scrisse qualche anno addietro sembra proprio che valga la seconda ipotesi, poiché dice di appartenere ad un “Illuminato Ordine” che continua la tradizione della confraternita dei “Rosacroce d’Oro” istituita nel 1710, aggiungendo che chi verrà in contatto con il suo Ordine “riceverà ulteriori indicazioni e rivelazioni che nel presente scritto non è stato possibile rendere note” [23].

 

Sarebbe certamente curioso sapere se l’impiego di “terra di cadavere” o di sangue di animali vivi rientri tutt’ora nelle pratiche di questo “illuminato Ordine” e cosa potranno mai essere queste indicazioni e rivelazioni che non è stato possibile rendere note! Certo che noi, leggendo il testo antico paracelsiano, ci siamo convinti che quando si parlava dell’uso di cadaveri umani, lo si faceva per la semplice ragione che non si poteva certo scrivere apertamente di prendere il sangue di una persona viva… ma chi voleva capire capiva![24]

 

Qui di seguito tre raffigurazioni molto emblematiche tratte da un codice alchemico, lo Zoroaster, edito dall’editore Nardini di Firenze nel 1989. Altrove, abbiamo tratteggiato un’ampia sintesi di questo documento e delle relazioni che esso ha con l’uso del sangue. Da notare la didascalia che accompagna un’immagine: solo nell’athanor dell’alchimista l’odio antico [tra uomo e donna] in amore è sublimato! Sul tema dell’odio occulto tra i sessi ha scritto l’esoterista austriaco Gustav Meyrink ne L’Angelo della Finestra d’Occidente.

 

 

 

 

 

Quest’odio “metafisico” potrebbe essere alla base delle pratiche cruente contro il sesso femminile. Forse nessuno tranne noi che scriviamo ha dato della Rosa+Croce l’interpretazione seguente: la rosa è un esplicito simbolo del sesso femminile, della vitalità femminea: ciò è riconosciuto da tutti, oltre alle sue interpretazioni più rarefatte e sfumate. La croce, nelle sue varie foggie, è uno strumento di supplizio, oltre alle sue interpretazioni metafisiche di cui Renè Guénon dette un esauriente esempio nel suo Il Simbolismo della Croce. Ma proprio Guénon ci ha detto che l’alchimia degenerò con Paracelso… e guarda caso questo tipo di alchimia degenerata, del sangue, con il nome di Rosa+Croce d’Oro era prettamente paracelsiana. L’Ordine Illuminato di cui parlano alcuni sarebbe quello dell’alchimista Sincerus Renatus, al secolo il pastore protestante Samuel Richter “seguace di Paracelso”[25]. L’Ordine, che non poteva contare su più di 63 membri aveva regole di gran segretezza e ad ogni membro veniva – particolare significativo – consegnata una porzione di Pietra Filosofale che gli avrebbe consentito di protrarre la sua vita fisica di ben 60 anni! Inutile chiedersi a base di quali ingredienti fosse composta tale pietra filosofale…

 

Cristopher McIntosh, autore del libro citato in nota, riferendosi ad un precedente Ordine dal quale avrebbe tratto ispirazione Sincerus Renatus, scrive, dimostrando in tal modo che noi non ci inventiamo le cose, che “quando un membro raggiungeva il grado più alto, veniva ammesso a un ordine interno dove la croce dorata diventava l’aurea e rosea croce, e dove l’aggiunta della rosa stava a significare l’iniziazione a un insegnamento speciale derivante da fonti orientali, forse connesso con delle pratiche sessuali – un fatto che spiegherebbe l’estrema segretezza dell’Ordine” – e aggiunge: “le testimonianze finora raccolte indurrebbero a ipotizzare l’esistenza di una Confraternita alchemica chiamata Rosa+Croce d’Oro largamente diffusa ma che operava nella clandestinità”. Nel suo libro Archarion riporta integralmente (o quasi) il contenuto di uno dei libri dell’Ordine, quel “Testamento” da cui abbiamo preso larghi brani di cui McIntosh rileva che “descrive una serie di processi alchemici, che includono la preparazione dell’elisir di vita [pietra filosofale o similare] ricavato da fluidi corporei quali il sangue e l’urina”. Per dare un’idea del genere di “pratiche” in cui si impegnavano questi inquietanti alchimisti, McIntosh riporta la seguente manipolazione che fa intravedere da vicino come si possano impiegare anche altri tipi di secrezioni oltre al sangue (o insieme al sangue…): “Prendi del sudore  e pestalo in un mortaio con qualche foglia d’oro fino a che non diventi nero. Versalo in un recipiente di vetro e lascialo posare. Cambierà di colore molte volte fino a che non diventerà di color rosso sangue. Lascialo per un mese a putrefarsi, poi distillalo in una storta. Quando ne avrai distillato cinque grammi avrai una sostanza con cui potrai compiere grandi meraviglie”. Comunque le testimonianze accertate su una sorprendente longevità di alcuni personaggi storici, come il rosacrociano conte di Saint Germain, possono essere giustificate solo alla luce del possesso di elisir del genere, che venivano ricavati, nell’alchimia tradizionale da sostanze più ortodosse, come certi tipi di rugiada anche se McIntosh aggiunge “…si riteneva infatti che la rugiada derivasse dalla traspirazione delle stelle e contenesse un ‘fluido vitale’ presente anche nelle secrezioni corporee”. 

 

Come utilizzare questi cinque grammi? E quanto sudore occorreva procurarsi? E per “sudore” siamo sicuri che si trattava di sudore o di qualche altra secrezione? Quesiti che meritano di venire investigati. Sentiamo ancora McIntosh: “Il processo di trasformazione comportava una riduzione ad una ‘materia prima’, una sostanza elementare liberata dalle sue caratteristiche inessenziali. Questa sostanza aveva la capacità di ‘crescere’ nell’oro o in altri metalli quando erano ‘impregnati’ da un ‘fluido vitale’ universale corrispondente al concetto induista di prana, il respiro che anima l’universo. Questo ‘fluido vitale’ era attratto da certi ‘sali’ presenti nel corpo e anche da altre parti. Nel corpo questi sali erano presenti nelle secrezioni corporee, e secondo gli alchimisti, se tali secrezioni venivano distillate, l’essenza contenente il prana poteva essere estratta: dietro le formule per ricavare l’elisir dal sangue, dal sudore, dall’urina e dallo sperma, c’era dunque questo tipo di concezione” (p.93-101).[26]

 

Il prete fiorentino Marsilio Ficino, noto per i suoi libri di valore trascendente, non era comunque così raffinato e si accontentava di pratiche più pedestri, consigliate ad  un amico per lettera: “…perché non anco i nostri vecchi, che si trovano quasi d’ogni aiuto abbandonati, sugheranno il sangue d’un giovanetto, dico di gagliarde forze, che sia sano, allegro, temperato e che abbia ottimo sangue e per aventura soverchio. Suggine dunque a guisa di mignatta, o vuoi dire sanguisuga, dalla vena aperta del braccio manco… e nel crescere della luna[27].

 

 

OMICIDI RITUALI E MAGIA SESSUALE

 

 

Un mistero d’amore nel metallo riposa

Gérard de Nerval (Vers dorés)

 

…Pertanto l’alchimia, una delle rare discipline esoteriche ancora viventi in Occidente, veicola un gran numero di dottrine concernenti l’erotismo sacro.”

(E.C. Flamand: Erotique de l’Alchimie. Le Courrier du Livre, Paris 1989)

 

“Ora, è nota l’equivalenza sessuale che, sin dall’antichità, sussiste fra maialini e fanciulle”

(M. Duichin, Cit. p.253)

 

Il 22 agosto 1968, Barbara Locci, 32 anni, si era appartata in macchina con l’amante per fare l’amore. Sul retro della loro macchina dormiva il di lei figlioletto, avuto dal marito legittimo, di 6 anni. Il “mostro di Firenze” uccideva entrambi a rivoltellate, risparmiando il piccolo. Per il delitto veniva condannato Stefano Mele, marito della vittima. La pistola del delitto sarà usata per compiere i crimini successivi.

 

La Mezzanotte di sabato 14 settembre 1974  è una notte di luna nuova. Stefania Pettini, 18 anni giace esanime al suolo con le braccia allargate a croce ed un tralcio di vite infilato nella vagina! La si è estratta con la forza dall’auto del fidanzato, ferita al braccio dai colpi di rivoltella indirizzati al fidanzato ucciso subito prima, e selvaggiamente trafitta da ben 96 colpi di coltello che si concentrano in prevalenza nella zona pubica. Il “Mostro” ha agito con tutta calma, come fa intendere il fatto di avere avuto la cura di infilare il tralcio di vite in vagina, e si può supporre che abbia infierito con “calma” nel dare le coltellate nella zona pubica (quelle riscontrate altrove potendo essere state deviate dal corpo della vittima negli spasmi del dolore o in un estremo tentativo di difesa). Gli autori del libro Compagni di sangue[28] parlano di corpo “violato e orrendamente torturato a colpi di coltello”. Qualche anno dopo la tomba di Stefania viene manomessa e danneggiata…

 

Sabato 6 giugno 1981, notte di luna nuova, Carmela De Nuccio, 21 anni, viene trovata uccisa a breve distanza dall’auto del fidanzato, anch’esso ucciso. I due stavano per consumare un rapporto sessuale, lei era ancora vestita, lui si era abbassato i pantaloni. Il “Mostro” l’aveva estratta esanime dall’auto e portata in un vicino fossato dove col coltello le aveva lacerato  jeans e slip, scoprendole la zona genitale. Dopodichè, con tre tagli netti, le aveva “strappato” il pube!

La notte del 22 ottobre 1981 viene trovato il cadavere di Susanna Cambi, 24 anni, assieme a quello del fidanzato, crivellati di proiettili. Alla donna “la regione pubica risulta asportata mediante dei tagli che partono dall’inguine e terminano nella zona anale”, cioè, interpretando l’espressione eufemistica degli autori del libro, il “mostro di Firenze” ha portato via la vagina e il vello pubico, così come aveva fatto per il delitto precedente. Al fatto aveva assistito, non si sa quanto casualmente, un “guardone” della zona.

 

La notte di sabato 19 giugno 1982, Antonella Migliorini, 19 anni, è uccisa a rivoltellate assieme al suo fidanzato, con l’identica arma dei delitti precedenti. L’approssimarsi di passanti impedisce al “mostro” di compiere il suo macabro rituale.

 

La sera del 9 settembre 1983 vengono crivellati di proiettili due giovani campeggiatori tedeschi. Uno dei due, però, biondo e con capelli lunghi, induce in errore il “mostro di Firenze” che lo scambia per una donna.

 

La notte di luna nuova del 29/30 luglio 1984 viene ritrovata un’altra giovane coppia uccisa. Pia Rontini, di anni 18, a cui il “mostro” ha totalmente asportato il seno sinistro e la zona genitale!

 

Verso la mezzanotte di domenica 8 settembre 1985 una coppia di campeggiatori francesi viene uccisa con le modalità dei delitti precedenti. Nadine Mauriot, 36 anni, subisce anch’essa l’amputazione del seno sinistro e della zona genitale. Un lembo di pelle del seno della vittima viene spedito per posta alla donna magistrato che fa parte del pool d’indagine…

 

Le indagini svolte dal Dott. Michele Giuttari ed esposte nel libro Compagni di Sangue, hanno consentito di accertare che i delitti del “Mostro di Firenze” sono l’opera di un consorzio di persone le quali hanno partecipato, anche in maniera estremamente indiretta e inconsapevole, alle finalità criminali di alcuni. Sembrerebbe di capire che questo gruppo di persone di bassa estrazione e di infima intellettualità si riunisse nella casa di un “mago”, un certo S. Indovino (nomen est omen), casa nella quale avvenivano delle cerimonie rituali, a base di sedute medianiche e orge sessuali. Testimonianze raccolte hanno permesso di appurare che questo gruppo ed in specie il “mago” avessero una particolare predilezione per la sessualità, tanto da impegnarsi fattivamente nella composizione e realizzazione di “filtri d’amore” che necessitavano dell’addizione di parti sessuali umane, ed in specie secrezioni genitali femminili e peli pubici![29] I vari personaggi che componevano questa combriccola si conoscevano bene tra di loro. Si può quindi ipotizzare che dietro gli omicidi ci fosse o la commissione per procurarsi delle “parti sessuali” da adoperare nella composizione di filtri d’amore o che questi fossero il frammentario e necessario elemento per il compimento di oscuri e raccapriccianti riti stregonici fatti anche a distanza e in più lungo arco di ore.

 

Forse tutte e due le ipotesi sono legittime. In un gruppo che si occupa di magia gli “adempimenti” spaziano per forza di cose in diversi ambiti. Se si prescinde dai delitti nei quali non c’è stato oltraggio sessuale – in seguito a fattori di disturbo – noi vediamo che in tutti gli altri casi c’è la presenza di uno o più fattori che configurano i delitti nel senso dell’omicidio rituale e non della semplice pulsione sessuopatica (che è stata certamente presente come elemento secondario non determinante)[30].

 

Estremamente interessante è l’elemento dell’inserzione del tralcio di vite nella vagina della sventurata seconda vittima. Nel simbolismo tradizionale la pianta della vite è quella da cui si ricava il vino, considerato come bevanda “simbolo dell’estasi bacchica, stato di coscienza superiore al normale”[31]. Negli antichi misteri iniziatici il vino veniva impiegato per il conseguimento di superiori condizioni della coscienza con conseguenti poteri psichici. La vite è stato un inscindibile corollario nelle raffigurazioni dell’arte dionisiaca e Dioniso ha sempre rappresentato il prototipo del dio (e dell’uomo) dell’estasi e dell’orgia, ciò che in Oriente veniva detto “Via della Mano Sinistra”, ovverosia il conseguimento di una superiore condizione spirituale attraverso dei mezzi che violano le regole e i condizionamenti che le varie società si sono imposte. Nel caso della donna così oltraggiata (ma dal punto di vista rituale così…“dignificata”) dobbiamo vedere il seguente significato: la donna è come la vite, da essa procede il Succo della Vita, in lei è la forza da cui tutto discende. Il fatto che fosse stata adagiata con le braccia a formare una croce, accentua questo significato simbolico, poiché è il suo sacrificio, la sua “potatura” che permette di secernere in abbondanza e qualità questo Succo Vitale. Chi lo “raccoglie” e se ne ciba opera in se una sorta di comunione mistico-magica che lo rende consustanziale di questa stessa forza vitale.

 

Questa raccolta di energia avveniva chiaramente in forma cerimoniale, probabilmente a distanza nella casa del “mago” e sede della congrega stregonica, gli omicidi essendo solo un fatto esteriore, scatenante un processo di sviluppo di eventi. Secondo delle testimonianze accessorie, non prese in considerazione nella prima fase del processo al “Mostro di Firenze”, il Dott. Giuttari aveva appreso dai testi che in quella sede si compivano dei cerimoniali a base di sesso e alcool con la probabile presenza di organi animali o umani sanguinolenti[32]. Che fine potevano avere fatto i seni sinistri e le “zone pubiche” – mai più ritrovati - amputati alle vittime? Non è difficoltoso immaginarlo né per questo vogliamo spingerci a ipotizzare anche un atto cannibalico, che peraltro è stato documentato altrove[33].

 

Tutti o quasi tutti i delitti sono stati commessi verso la mezzanotte – ora in opposizione col mezzogiorno, in cui più alto sull’orizzonte rifulge il sole – e in novilunio, cioè nel periodo astronomico in cui la luna è assente o va scemando dall’orizzonte. La mancanza di luna è data come prescrizione categorica in tutti i manuali di magia nera. Anche l’oltraggio alla tomba di una delle vittime femminili, può essere posto in relazione con un tentativo di porsi in contatto necromantico con l’astrale della defunta per assolvere ad un misterioso ed oscuro rito magico[34]. Anche la tarda serata del sabato – più che da ricercarsi nel fatto che le coppiette si appartano con più frequenza nel fine settimana – può essere essa in relazione con Saturno, simbolo delle azioni oscure, tenebrose, omicide[35].

 

Pare inoltre che i delitti/amputazioni avvenissero nel momento in cui i partner stessero facendo l’amore – ecco una spiegazione al perito medico-legale che si domandava perché il “Mostro” non colpisse donne sole – poiché in quel momento, come ha illustrato G. Medail nel suo libro, in partibus si concentra una maggiore quantità di energia vitale polarizzata che può essere manipolata successivamente. L’episodio dell’inserzione del tralcio di vite nella vagina, stando all’opinione di un anonimo G.B. intervistato da Medail[36] “…E’ l’inizio di un cammino per raggiungere una Grande Opera. Nei casi successivi c’è questa asportazione che può voler dire esperimenti anche chimici sulle secrezioni delle donne che qui in Occidente sono poco conosciuti[37].

 

Altre testimonianze riferite al Dott. Giuttari parlano di “messe nere” che venivano celebrate in casa del “mago” e della percezione di “cose strane” in riferimento, evidentemente alla percezione extrasensoriale di forze evocate in quella sede. Altri gravi reati sessuali e omicidi furono commessi dal collettivo umano che possiamo designare come “Mostro di Firenze”, tuttavia non fanno parte della “storia” poiché gli organi di informazione hanno dato risalto unicamente ai fatti più eclatanti ed anche perché questi episodi “minori” facevano parte delle indagini in corso da parte della polizia[38]. Tra questi episodi cosiddetti minori, ci sono esempi di violenza carnale perpetrati attraverso l’impiego di falli artificiali e conseguente automasturbazione da parte del violentatore. Ebbene, presi in se stessi, questi episodi sono riconducibili alla patologia di un impotente criminale ma se ci riferiamo alle pratiche magico-sessuali cerimoniali compiute da questa Männerbund, vediamo che l’eventuale impotenza o difficoltà sessuale di uno o più membri del gruppo è puramente relativa. In base alle dottrina esposte in vari testi esoterici[39], sappiamo che il coito o la masturbazione magica è produttrice di conseguenze sul piano astrale (e consequentemente fisico), specie se uno dei partecipanti, anche “involontari”, emette una forte scarica nervosa in seguito ad una sofferenza![40]

L’efferata combriccola frequentava spesso prostitute di bassa lega in quel di Firenze e in altre città (Genova e Roma) e qualcuno ha detto che ci sarebbero anche dei filmati di scene turpissime. Il Dott. Giuttari ha segnalato l’omicidio di un paio di queste meretrici con le stesse modalità con cui erano state uccise alcune donne dell’inchiesta: numerosissime coltellate al basso ventre. Queste prostitute avevano tra i loro clienti proprio quel Mario Vanni, che verrà condannato all’ergastolo, ma per gli omicidi del “Mostro di Firenze”! Sarebbe interessante compiere un’analisi su tutti quei crimini che in qualche modo e in un vasto arco di tempo contenevano nella loro dinamica degli elementi analoghi a quelli compiuti dai sospettati…..[41]

 

 

I MANDANTI DI PACCIANI SONO ALCHIMISTI? IL SECONDO LIVELLO

 

 

“Più ci si addentra in questi mondi di tenebra, più ci si accorge che

 sono tante le coincidenze, che collegano efferati delitti

 attribuiti a serial killer a certi riti criminosi, connessi alla magia sessuale”

 

(Giuseppe Cosco)

 

“O potente Rehctaw! Tu che esisti in tutte le zone erogene, noi ti evochiamo! Per la forza dei significati che nascono dalle forme che io faccio. Noi ti evochiamo! Per i concetti sacri e centrali dacci la carne. Per la quadriga sexualis dacci l’eterna risorgenza! Per il sacro diagramma delle parole del cielo noi ti evochiamo!” (…) “Io sono interamente sesso!”

 

(Austin Osman Spare: Grimorio di Zos; The Focus of Life)[42]

 

 

Pietro Pacciani venne trovato morto la notte fra sabato 21 e domenica 22 febbraio 1998, nella sua casa di Mercatale, riverso sul pavimento, tra la cucina-salotto ed il bagno. Aveva 73 anni. La morte fu attribuita ad arresto cardio-circolatorio. Aveva le braghe calate ed i vestiti tirati su fino a coprirgli il naso. La porta di casa era spalancata. Cosa ci faceva in quella strana posizione? Subito si è pensato ad una morte procurata, come anche riferì la stampa estera : “The initial police report said he died of a cardiac arrest. However, an autopsy has been ordered. Many believe that he may have been killed by the real "Monster" in an effort to protect his own identity”!

 

“…sulla scorta degli accertamenti medico-legali, il cadavere di Pacciani potrebbe essere stato toccato, forse addirittura girato, da mano ignota nelle ore immediatamente successive alla morte, cioè in piena notte. Non si tratta di fantacronaca, ma di un’ipotesi tenuta in considerazione anche dalla squadra mobile di Firenze. Anche ieri, intanto, una decina di agenti e il capo della mobile, Michele Giuttari, hanno proseguito la perquisizione in casa del contadino, presente la figlia Graziella, alla ricerca di elementi utili alle indagini sui presunti mandanti dei delitti. Giuttari ha spiegato che il materiale sequestrato era giù conosciuto dal ’92, «ma è probabile, ha detto, che nell’ottica investigativa di allora non avesse interesse». Insomma, la figura del mandante incombe sull’inchiesta infinita. Potrebbe essere un medico, si è detto. E l’avvocato di parte civile Aldo Colao tuona in aula, durante il processo ai compagni di merende: «So chi è, conosco il suo nome». Il dottore, di cui ha parlato anche Giancarlo Lotti, sarebbe il Dott. Giulio Zucconi, primario di ginecologia dell’Ospedale di Careggi, un ginecologo morto nell’89, che in passato ha avuto in cura la moglie di Pacciani, Angiolina Manni. Secondo Colao, la donna bionda che il 23 gennaio ’96 entrò in casa del Vampa e narcotizzò Angiolina, lo fece «per cancellare tracce su quel medico». Il nome di questo ginecologo ha attirato l’attenzione degli inquirenti un anno fa, grazie ad una segnalazione anonima.[43] In aula, un altro avvocato di parte civile, Patrizio Pellegrini, ha fatto i conti in tasca a Pacciani: rivalutati secondo le tabelle Istat, i 157 milioni in buoni postali (acquistati fra l’81 e l’87), i due appartamenti e la Ford Fiesta valgono circa un miliardo, ha sostenuto.”[44]

 

Lo stesso Dott. Giuttari, si è domandato se esistesse un “secondo livello”, “gente insospettabile che ordinava i lavoretti, un modo di dire che Lotti aveva usato spesso quando spiegava gli accordi, presi con i suoi complici, per andare ad uccidere le coppie”[45]. Giuttari parla di “svariati elementi” che potrebbero condurre all’identificazione di “qualcuno ancora più perverso”, di “porte chiuse abitate da soggetti sconosciuti”, e del vero movente dei delitti poiché, nonostante tutto, un vero movente il tribunale giudicante non è riuscito a trovarlo. E’ vero che ciò che ha mosso al crimine gli imputati sono state delle gravi devianze sessuali – riscontrate sia dalle testimonianze che dalle perizie – ma è anche vero che se un mandante avesse voluto incaricare della bisogna qualcuno in chi se non in tali personaggi avrebbe trovato la manovalanza più idonea?

 

Questo mandante Giuttari lo ipotizza in “persone di elevata estrazione sociale e ottima cultura[46], ma con una sessualità disturbata al pari di quella dei ‘compagni di merende’ o forse ancor più gravemente disturbata”. Sta di fatto che il Pacciani, sicuramente il capo “carismatico” della combriccola, nel periodo in cui si consumavano i delitti stava diventando quasi ricco da poveraccio che era sempre stato![47] Ciò fa ipotizzare, dovendosi escludere compensi lavorativi mai avuti, che il contadino di Mercatale, detto il Vampa, venisse pagato per i crimini che commetteva. Il Giuttari non usa mezzi termini: “…lascia effettivamente pensare alla presenza di un secondo livello, che ordinava i delitti, e riceveva le parti asportate alle ragazze uccise”!

 

“Il Lotti, infatti, aveva riferito che Pacciani era in contatto con un dottore, un medico, che lui aveva visto una volta a San Casciano mentre parlava con Vanni. Era lui questo medico che dava a Pacciani i soldi in cambio delle parti asportate alle ragazze uccise. Le affermazioni di Lotti erano state confermate anche da Pucci”. Giuttari tuttavia, da persona che cerca di non scostarsi dalla realtà con ipotesi azzardate, dichiara peraltro che “Le indagini avevano consentito, anche, di scoprire uno strano mondo di squallidi personaggi, prevalentemente pregiudicati e prostitute, frequentati anche dai ‘compagni di merende’, che praticava i riti tipici della Magia Nera. Riti, che potevano fornire una spiegazione alla necessità, da parte dei partecipanti, di procurarsi i feticci delle ragazze uccise”. Ciò tuttavia sembra non convincerlo troppo così come non convince noi, che da anni studiamo questi argomenti e sappiamo che ci può essere un utilizzo di parti corporee sessuali e di sangue non solo per scopi di bassa fattucchieria ma anche di alchimia trasmutatoria, pertinenza obbligatoria di persone colte e preparate…

 

L’incredibile finale del libro Compagni di Sangue, che non è un romanzo ma il resoconto di anni di indagini redatto da un giornalista e da un alto funzionario di Polizia quale è il Dott. Giuttari, mi lascia davvero sorpreso. Ho avuto l’impressione che questo abile investigatore sappia ma non abbia le prove documentali e che voglia perciò additare ai lettori, in qualche modo, la verità intuita.

 

Nel “secondo livello” quello dei mandanti o del mandante, Giuttari[48] ipotizza “una persona altolocata, appartenente ad una famiglia fiorentina ricca e potente. Una persona, per la quale hanno operato – e continuano ad operare – più persone che a quella erano vicini o per motivi affettivi o per semplice complicità criminale. (…) un professionista facoltoso, un medico[49] molto ricco con gravi problemi sessuali”.

 

Ora, Giuttari sembra voglia farci comprendere che questo enigmatico personaggio, o chi per lui, proprio alla vigilia del Processo Pacciani, abbia voluto chiudere la pietra tombale su tutta la faccenda – dato che non era più possibile perpetrare quei misfatti – incastrando il Pacciani e facendolo apparire anche come l’ideatore di tutto quanto. Cioè facendo mettere nell’orto del contadino di Mercatale una delle famose cartucce della pistola-killer, facendo spedire alla polizia l’asta portamolla della detta pistola e con il concorso stesso di persone vicine a Pacciani per altri elementi che l’avrebbero inguaiato definitivamente.[50] In questa ottica depistante andrebbe inquadrato anche il curioso episodio riferito dal Giuttari e che noi sintetizziamo qui appresso, col tentativo di far convergere i sospetti su un pittore nato in Svizzera nel 1937, tale Claude Falbriard[51], forse niente affatto estraneo alla vicenda ma, in qualche modo, ignaro di chi fosse il vero “Mostro”. Infatti non si riesce a capire perché fu portata a conoscenza degli inquirenti una serie di elementi da parte di persone che avrebbero avuto tutto l’interesse a tacere[52]!

 

Ecco la vicenda: Pacciani aveva lavorato nel passato come “giardiniere” in una villa di campagna tra San Casciano e Mercatale: Villa Verde. Ora, alla vigilia del suo processo, il 14 maggio 1997, le due donne, madre e figlia, proprietarie della villa, prendono la decisione di informare la polizia di avere trovato del materiale sospetto nell’alloggio che il pittore aveva occupato fino a qualche giorno prima. Gli inquirenti si recano sul posto – già a conoscenza del precedente rapporto di lavoro col Pacciani – e trovano, messa in evidenza dalle due “un’abbondante documentazione pornografica”. Fin qui, nulla di strano, specie per un artista. Ma come definire invece “un revolver calibro 38, alcuni coltelli particolari, foto raffiguranti scene pornografiche impressionanti molto simili ad alcune scene dei delitti (…) disegni e quadri[53] raffiguranti prevalentemente una femminilità violentata e deturpata”?

 

Il pittore, che aveva occupato l’alloggio per diverso tempo, se ne era andato via lasciando alle due donne una sua procura speciale per vendere due sue proprietà e così poter saldare il conto… ma lasciando quelle cose alla portata di tutti! E’ pur vero che gli “artisti” hanno una personalità ed un comportamento a volte sorprendenti ma in quel caso era davvero assurdo il pensare questo. Il fatto è che il personaggio fece perdere tutte le sue traccie e solo nella primavera del 2001 è stato rintracciato in Costa Azzurra, a Montelieu. Interrogato e condotto anche a Firenze per dei sopralluoghi dagli inquirenti si è dichiarato vittima di una subornazione, tanto che avrebbe fornito alla magistratura fiorentina degli interessanti elementi di indagine. Dunque il materiale osceno-magico trovato nella sua stanza sarebbe stato messo apposta per far ricadere la colpa su di lui? Sta di fatto che le due donne sono state indagate per sequestro di persona e truffa ai danni del Falbriard (che le ha accusate di averlo drogato e segregato e di essere le registe di una grave attività satanica, da esse gestita nella villa, una casa di riposo piuttosto inquietante)…ma il suo prolungato silenzio e “latitanza” può avere indotto  sospettarlo di contatti con settori dell’esoterismo franco-italiano che hanno una certa predilezione per l’alchimia, il vampirismo sessuale e il sadomasochismo…

 

Il racconto è strano e poco convincente” dice lo stesso Giuttari. In seguito, e chissà per quale dimenticanza, le due donne chiamano ancora per dell’altro materiale pornografico trovato. Perché? Per rincarare la dose? La polizia intanto non sta con le mani in mano e perquisisce una casa che il pittore (sempre introvabile) possedeva sull’Appennino tosco-romagnolo. E cosa ci trova? “Su tutte le pareti delle camere, ci sono murales raffiguranti animali e donne con evidenziati gli organi genitali, i cui temi ricordano i noti disegni di Pacciani”![54] Viene perquisita, a questo punto – dopo aver saputo che il pittore era anche stato l’amante della più giovane delle due donne: Ajmona Corrado[55] – la casa di quest’ultime e la polizia trova dell’altro materiale che, inspiegabilmente (o spiegabilmente?) non era stato consegnato, “…e lì c’è qualcosa di molto interessante”. Cioè si rinvengono gli indizi di una indubbio rapporto di conoscenza tra Pacciani e il pittore e “altri oggetti molto significativi e riconducibili proprio all’esercizio di pratiche di Magia nera. E proprio successivi accertamenti sui proprietari della villa consentono di appurare che si tratta di persone dedite ai riti di Magia nera (…) Pacciani aveva frequentato sia la casa di Indovino, che la villa”.

 

Il pittore, professionista di spessore internazionale, come testimoniano le mostre fatte in varie città euro­pee ed anche oltre oceano, realizzava disegni e quadri, aventi gli stessi temi di quelli di Pacciani. Tra il mate­riale sequestrato, c’era una rivista francese, di ottima fattura, destinata sicuramente ad una cerchia di clien­ti riservati, che riproduceva nudi femminili con varie menomazioni, come il taglio del seno sinistro e del pube. Proprio di quelle parti, che, nel concreto, la banda di “Mostri” aveva realizzato. Chi è, veramente, il pittore? Un ispiratore? Un ideo­logo di quelle torture sessuali, che rappresentava nei suoi quadri ma che venivano realizzate da altri? O sem­plicemente un ammiratore affascinato di quei delitti e di quei luoghi? Fa parte di quel secondo livello, appe­na sfiorato dall’inchiesta bis? La villa, che lo ha ospitato, è stata luogo di riunioni particolari tra le persone interessate a quegli omicidi, una specie di club riserva­tissimo composto da pervertiti con tendenze sadiche, dediti a riti satanici? Perché i proprietari della villa, alla vigilia dell’apertura del processo, hanno consegna­to quel materiale, che avrebbe potuto essere compro­mettente anche per loro? Per sciogliere gli interrogativi bisognerebbe rintrac­ciarlo. Ma il pittore fa subito perdere le proprie tracce, anche in Francia, dove risulterebbe essersi recato dop