La principessa, piena di grazia, la leggiadrissima, la degnissima d'amore e bellissima, colei che ha ricevuto la doppia corona, la sorella del re e moglie del re, la Filadelfo, la principessa del paese, Arsinoe

(stele di Mendes)

 

titolo originale
L'Apparition d'Arsinoë
roman d'un Frère d'Héliopolis
1948
traduzione dal francese di Remo Mangialupi


 

"Questo non è un racconto immaginario, ma una prodigiosa avventura vissuta. Suggestionato da un chimico bibliofilo, dai modi strani, collezionista di vecchi libri d'occultismo, ed alchimista pratico, l'Autore si decide di tentare l'evocazione dei morti. Il nuovo e misterioso amico, dopo averne abilmente suscitato la curiosità per l'al di là, gli fornisce, come per caso ma in realtà di proposito, gli elementi materiali necessari per l'evocazione magica. Il fantasma si manifesta. E che fantasma, ossessivo, incantatore! E' quello della regina d'Egitto Arsinoe, morta da quattordici secoli. Quest'ombra, cui l'Autore ha imprudentemente fornito forza vitale, gli si attacca, e lo avviluppa con le proprie oscure malìe. Comprende troppo tardi che, se non riesce a liberarsi da quell'ossessione, forse illusoria, ma non per questo meno pericolosa, rischia la morte o la follia. Ci narra così delle sue lotte e delle proprie angoscie; due preti lo confortano, uno con la fede e l'altro con l'esperienza derivata dalla conoscenza delle arti magiche. Un'ultima volta, la regina gli appare nella cripta della cattedrale di Chartres, lo coinvolge in una visione o piuttosto in viaggio fantastico. Sta per soccombere? No, il sortilegio verrà scongiurato da Arsinoe stessa. Ma è tutto finito? L'ambiguo e coinvolgente finale vede profilarsi in Egitto il ricongiungimento con i seguaci della tradizione necromantica. Diciamolo pure, bisogna ad ogni costo giungere alla fine di questo libro straordinario. Pur con la resistenza che oppone il lettore ad un racconto che rasenta l'incredibile, occorre che questi venga preso, catturato, sedotto, affatturato da Arsinoe. E quando, liberato infine proprio come l'Autore, egli riprenderà a respirare e pensare, sarà per riporre questo piccolo capolavoro nella propria biblioteca, a fianco del Diavolo innamorato di Cazotte se non addirittura prima. Ma, come per l'Autore, si sarà liberato davvero dalla ammaliante possessione di Arsinoe?"

 Diverse furono le donne che passarono alla storia col nome di Arsinoe ma la più celebre di tutte e la protagonista del romanzo qui tradotto fu Arsinoe II (316-270 a.C.), regina del regno di Tracia e infine sposa di Tolomeo II Filadelfo e regina d'Egitto.
Figlia di Tolomeo I e di Berenice, andò sposa, nel 298 ac a diciotto anni e per motivi di Stato, al generale Lisimaco, uno dei successori di Alessandro Magno cui era toccato in sorte il regno di Tracia-Macedonia. A causa dei suoi intrighi omicidi Arsinoe venne cacciata dal regno. Rifugiatasi presso Seleuco riuscì a indurre quest'ultimo a muovere guerra a Lisimaco, che perì nel corso di una battaglia campale. Messa però alle strette e frustrata nelle sue ambizioni, Arsinoe sposò il fratellastro Tolomeo Cerauno, che gli uccise i figli avuti da Lisimaco e tentò di sopprimere anche lei, per avere pieno dominio sul regno. Costretta a fuggire, riparò in Egitto, alla corte del fratello Tolomeo II che infine riuscì a sposare, grazie ai suoi intrighi, esiliando la legittima consorte, Arsinoe I, a Koptos, nella Tebaide. All'interno del romanzo, invece, l'accenno a Koptos è invece riferito, forse come licenza poetica, ad Arsinoe II.
"La si è ritenuta bruna, versatile e di umore mutevole; di carattere violento e geloso, seminò discordia e raccolse tempesta; natura appassionata e orgogliosa, la si conosce come dominatrice e donna di Stato. Di salute cagionevole, era soggetta a frequenti crisi epatiche; i suoi detrattori scrivono che vomitava fiele sia in senso materiale che in senso figurato. Morirà senza avere chinato il capo verso la cinquantina e rimarrà celebre per il suo amore per i profumi". Sotto l'influenza se non proprio il governo di Arsinoe l'Egitto ellenistico prosperò al massimo grado, riuscendo ad influenzare con la sua politica vasti territori fino alle isole del mare egeo. La celebrò il poeta greco Teocrito così come Callimaco che ne pianse la morte in un'elegia, La deificazione di Arsinoe, di cui ci rimangono pochi frammenti; la chiama "Arsinoe cinta di viole" ne la Chioma di Berenice. Ad Arsinoe vennero tributati onori divini già in vita e numerose città vennero fondate in suo onore. In particolare era venerata in un tempietto a Canopo, sul promontorio Zefirio, a este di Alessandria, col nome di Afrodite Zefiritide, protrettrice dei naviganti, cui le donne portavano conchiglie come ex voto; identificata anche con Iside, in un'iscrizione di Cipro veniva invocata come Naiade Arsinoe. Sempre ad Alessandria gli venne edificato (ma rimase incompiuto) un Arsinoeion in pietra magnetite al cui interno una sua statua in ferro avrebbe dovuto librarsi a mezz'aria per l'attrazione magnetica!
Alla sua morte Tolomeo II ne introdusse il culto nella religione egiziana e in special modo nelle regioni di Pithoum e Timsah, sulle sponde del lago Kémouer, dove tutti gli anni, nei santuari a lei consacrati, si tenevano cerimonie augurali. Pierree Noël de la Houssaye così ne parla nel "prologo storico ad uso dei lettori" presente nell'edizione in francese del romanzo: "Gli storici sono concordi nel riconoscerle un grande ingegno; essa fu allo stesso tempo il capo e l'amministratore dello Stato, senza per questo disdegnare le Arti. Da un corpo fragile seppe estrarre una volontà di ferro che fu all'altezza di situazioni tra le più tragiche e sfortunate della propria vita. Quando la morte colse questa donna ignara dei primi inverni, la sua folgorante esistenza si stava avviando verso la cinquantina. Io la propongo qui nel pieno splendore della sua maturità... la cui apparizione incantò e terrificò tre mesi della mia vita".

(il traduttore)

 

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA


Pierre Georges Maurice Louis Noël nacque a Blois il 3 Ottobre 1895, da Maurice Jacques Alexandre Noël, professore di musica, e da Marthe Marie Delahoussaye. Noël de la Houssaye fu il nome d'arte che si scelse fondendo il cognome del padre con quello della madre. Scrisse opere di poesia, letterarie, tra cui delle Odi Pindariche. Accanto agli interessi letterari coltivò una profonda passione per il collezionismo e la numismatica: la moneta d'oro di cui si parla al cap.13 esiste veramente. Morì suicida a Bloise il 4 Giugno del 1966. L'Apparition d'Arsinoë è, forse, l'opera più felice di Noël de la Houssaye in cui riesce a fondere invenzione letteraria ed esperienze spirituali in un intreccio di difficile districabilità. L'immaginazione del poeta ha senz'altro potentemente rielaborato sia le suggestioni derivategli dalla pratica della scrittura automatica (a cui si dedicò per cercare di entrare in contatto con misteriose entità nel periodo fra le due guerre) che le frequentazioni avute con Eugène Canseliet, Paul Le Cour e il suo ambiente. Il misterioso Fratello di Heliopolis del romanzo è sen'altro da identificare con Canseliet, anche l'autore gioca nel confondere, in questo personaggio, due figure distinte: E. Canseliet e il chimico Gaston Sauvage che con Julien Champagne (l'illustratore dell'opera di Fulcanelli) e Schwaller de Lubicz faceva parte della setta dei Fratelli di Heliopolis.

(Marco Pucciarini)

 

 

1

 

Nel notevole e curioso ammasso di libri che posseggo, un lettore troverebbe molti trattati di necromanzia e alchimia; senza essere peraltro attirato in modo particolare dai grimori, mi compiaccio talvolta di scartabellare nel guazzabuglio delle loro ricette; tra esse ce ne sono di buone così come di cattive e, come si può constatare, di efficaci.

 

Fino al momento attuale vivevo pigramente ai margini del meraviglioso, ma senza spingermi fino al labirinto e, invero, c'è voluto il più doloroso concorso di circostanze perché, abbandonando la mia lira di poeta, partissi lancia in resta, come Teseo, verso l'antro proibito del Minotauro.

 

Che incredibile avventura!

 

Ho incontrato, cinque anni fa, in una libreria nei pressi della Sorbona, un giovane uomo dai modi stranieri. Stavamo per comprare contemporaneamente lo stesso libro. Questo sconosciuto, di fronte al mio desiderio, lasciò di buon grado il volume conteso e così divenni proprietario lì per lì di un'edizione originale del Maestro Enrico Cornelio Agrippa: De Occulta Philosophia.

 

Un vero bibliofilo conosce bene tale titolo; vi aggiunge una data ed un luogo di stampa ma, quanto al contenuto, ciascuno ne parla per sentito dire.

 

Mi portai via il libro.

 

Mi son fatto due amici: l'autore, Agrippa, e il mio ex concorrente, un Fratello di Heliopolis. Si vorrebbe conoscere questa setta, scoprirne il mistero, ma al riguardo voglio osservare il più scrupoloso silenzio. Bisogna fin d'ora mettere a profitto la lettura dello stesso Agrippa che precisa, al secondo capitolo del terzo libro:

 

Chiunque tu sia, dunque, se desideri applicarti adesso nello studio di questa scienza, nascondi il sacro dogma nel profondo segreto del tuo cuore religioso e sotto il velo silenzioso di un perpetuo mistero.

 

2

 

Il fratello di Heliopolis era un alchimista; intendo dire che passava il meglio delle sue notti accanto al ventre ardente di un fornello e pretendeva di ottenerne settimanalmente dell'oro, puro e dolce, faticoso frutto di un'indescrivibile parto.

 

La sicurezza e l'erudizione di questo interlocutore fecero un grande effetto su di me; avrei sorriso di un vecchio ma non avrei mai scherzato con questo giovane.

"Come", mi disse, "un poeta come voi, un vero poeta, quotidiano creatore del meraviglioso, passa a fianco di questo meraviglioso senza coglierne i tesori!

 

"Perché non mi imitate? Io sono un sacerdote della Grande Opera, ma voi siete Re di un altro dominio, di un labirinto dove io non posso entrare, il labirinto del verbo.

 

"Evocate, voi che avete il dono divino, richiamate dalla Fossa dove non c'è più Acqua, i Prigionieri dell'Eternità; vivrete degli attimi di vertigine, prima degli altri, osserverete spettri e fantasmi nei più impenetrabili anditi della loro esistenza. Io, chimico, laureato alla Sorbona, e in tale veste impiegato in un grande laboratorio industriale, mi raccolgo ogni notte davanti al mio Athanor; è così che utilizzo, per la Grande Opera e per lo spirito, gli espedienti più vili e materiali; voi, giovane e premiato paleografo, diventate mago e negromante! Strappate all'arcano del verbo la sua maschera volgare, e presto ciò conferirà alle vostre creazioni la vita mistica e sacra che possiedono solo i poemi dell'antichità!".

 

Questo parlale oscuro e reticente mi rese meditabondo, ci separammo senza che si spiegasse il mistero della Fossa dove non c'è più Acqua e di quest'incontro ricordai solo dei nomi: Jean Wier, Gerolamo Cardano, Arnaldo da Villanova, Raimondo Lullo, Alberto Magno.

 

3

 

La Chiesa vieta la pratica e lo studio delle scienze occulte, ritiene pericoloso l'ingresso nell' al di là, ben sapendo che è più facile entrarvi che uscirvi.

 

Amo la Chiesa; mi scordai del fratello di Heliopolis. Il mio piccolo bagaglio proibito rappresentato da Agrippa fu messo da parte, nonostante la mia sempre maggiore passione per i libri. Quest' intensa brama di collezionare mi riportò, per vie traverse, nel ginepraio del grimorio. Acquistai una dietro l'altra le opere di Cardano; il De Subtilitate; l'Astrologia di Arcandam; La Vera Filosofia dei Metalli di M. Zachaire; La Geomanzia di Christophe Cattan; Gli Indovini di Gaspar Peucer, ed infine Il Pimandro di Ermete Trimegisto.

 

Mi sono limitato a citare gli autori antichi, che costituiscono le fondamenta, per così dire, della mia libreria cabalistica.

 

Ammettiamolo: salvo quest'ultima opera, così cristiana in molti punti, ed il trattato di Agrippa, non riuscii a trarre alcun vantaggio dalle incomprensibili astruserie che mi ponevano davanti quegli altri libri. Essi contengono (lo dico ora) delle particole di verità ma del tutto inutilizzabili.

 

Per poter imboccare la strada della perdizione, battere all'uscio proibito e varcare la Soglia, bisognava che diventassi numismatico.

 

4

 

La numismatica è la conoscenza delle monete; ne studia le forme, il peso, l'impronta; essa non ipotizza ma spiega e analizza minuziosamente le vicissitudini del pezzo di metallo. Sotto quest'apparente aridità, la numismatica è tuttavia la più umana e poetica delle scienze.

 

Confina col vizio più atroce e potente: l'avarizia. Come si fa a non pensare che a furia di palpare, stropicciare, lucidare e pesare dei piccoli tesori anche lo studioso più scrupoloso non diventa, senza accorgersene, il più innocente degli avari ma, anche, il più incallito?

 

Che diabolica attrazione! Maneggiare un metallo prezioso, compiacersi dello splendore che emana e delle possibilità che rappresenta, è poca cosa; ma trastullarsi col metallo quando un segno indelebile ne fa un pezzo unico, che emozione! E se, riportando all'indietro la somma successiva di queste emozioni, l'esperto o il dilettante la traggono da un'antica impronta, ecco il piacere al culmine e il desiderio esasperato.

 

Fin là tuttavia, niente di anormale o straordinario; ma spingiamoci un po' più avanti: se questo desiderio si porta oltre l'oggetto desiderato, se esso volesse giungere fino a conoscere i numerosi possessori e, attraverso loro, arrivare fino ai tempi passati, ai secoli defunti, cosa accadrebbe?

La moneta diventa allora un autentico tramite tra questi ed il Presente, tra il morto e il vivo; uno specchio magico capace di unificare in un solo momento, in un unico riflesso, il desiderio del numismatico e l'evocazione degli spiriti.

 

Quest'idea si è impadronita di me dal giorno in cui la Sala delle Monete Antiche mi schiuse i suoi battenti dorati. Di fronte alle vetrine dove si ammassavano così tanti ricordi, disperatamente afflitto dalla moltitudine dei volti in maggior parte sconosciuti, mi domandai d'un tratto che cose ne fosse stato dei miliardi di morti nelle oscure dimore dell'Ade.

 

Fui invaso da un improvviso desiderio di vederle, di toccarle, di ascoltarle; uscii dal locale letteralmente posseduto dai loro Mani, domandandomi se l'oro puro e dolce generato dal misterioso Athanor, poteva permettermi di violare l'abisso.

 

Scrissi al fratello di Heliopolis.

 

5

 

Lo spirito? Chi ci crede davvero ai nostri tempi? E' da molto tempo che lo scetticismo ha oltraggiato la favola; i nostri lavoratori hanno violato l'Iside primigenia al momento stesso del suo apparire. Quand'è giunta senza fulmini ne veleni, gli studiosi hanno riso!

 

Lo credo bene! Anch'io ho sorriso, anch'io mi son fatto beffe, al sicuro dei miei diplomi, senza alcun rispetto per il meraviglioso. Ho scherzato con lo spirito fino al giorno in cui l'alchimista ha fatto irruzione nella mia vita.

 

La sua risposta alla lettera mi ha deluso; egli si dichiarava al corrente dei miei desideri interiori, insisteva sulla mia evoluzione, mi raccomandava la segretezza, la prudenza e, senza spiegarmene il motivo aggiungeva:

 

"Tra non molto, voi richiamerete dalla Fossa dove non c'è più Acqua, i Prigionieri dell'Eternità. Vi spedisco a tal scopo due boccette piene di essenze preziose; una contiene essenza di rose ottenuta con le mie mani da fiori incontaminati (questi fiori provengono da Rodi) e l'altra contiene del Balsamo d'Armenia.

"Adopererete il balsamo con parsimonia; soltanto dopo, ma comunque senza indugio, nell'istante medesimo in cui si preciseranno, nella sua esalazione, delle forme vaporose, voi suggellerete il patto. Il Sangue dell'Alleanza richiamerà i Prigionieri dell'Eternità".

 

Interruppi la lettura. Erano le nove del mattino; un bel sole d'Ottobre salvia nell'aria tersa; attraverso il mio appartamento sentivo la Margherita delle Margherite di Sologna, la mia governante, che preparava il mio caffè-latte. Abbrancai le ginocchia e vi impressi il segno delle unghie….non c'era dubbio: ero proprio lì, nel mio letto, ben sveglio, con in mano una lettera consegnata da cinque minuti ed uscita dalla borsa del portalettere. Era stata impostata a Sarcelle, dipartimento di Seine-et-Oise, da un fratello di Heliopolis.

 

Ci sono dei momenti in cui la curiosità è più forte della volontà; avrei dovuto bruciare quelle righe senza leggerle, mi mancò il coraggio. Il foglietto, del resto, si spiegò per così dire da solo e potei leggere nel retro:

 

"Non vi scordate che, fra tutti i Guardiani, l'ultimo è il più pericoloso e che non si può utilizzare due volte la stessa porta; la via dell'andata non deve servire mai da via del ritorno. Infine, caro amico, vi consiglio la Scala Orfica; essa permette un felice passaggio. Fate una sosta dopo Il Cigno. Senza dubbio, farete ritorno attraverso il Settenario; in questo caso, insistete sulla purificazione di quelle parti del corpo soggette ai pianeti, per evitare l'ossessione. Una volta versato il Sangue dell'Alleanza, tenete bene a mente che NON CI SARANNO PIU' PRIGIONIERI NELLA FOSSA DOVE NON C'E' PIU' ACQUA. Addio!…."

 

"Corpo di Bacco!", gridai, "quando fa il difficile; solo il diavolo ci capisce; per Giove! Manca solo l'ebraico per fare di questo foglietto un vero testo di necromanzia".

 

Ma, nel momento stesso che ripiegai la lettera, intravidi nello spazio bianco di fine pagina, scritte con inchiostri diversi, tre massime che riconobbi in seguito dello stesso significato e che si leggevano in caratteri differenti, da destra a sinistra in un bell'aramaico (ne faccio grazia al lettore), da sinistra a destra in greco arcaico e, infine, in un latino lapidario:

 

Tu quote in sanguine testamenti tui emisisti

vinctos tuos de lacu in quo non est aqua

Che significa:

Anche tu hai liberato col sangue del tuo patto i tuoi prigionieri

dalla fossa in cui non c'è acqua

 

Così recita Zaccaria al versetto secondo del capitolo nono. Mi alzai subito, presi il caffè in piedi, e fattomi improvvisamente superstizioso, abbozzai un gran segno di croce.

 

6

 

Non pensai più alla cosa!

 

Fu la mia stessa governante che ricevette i profumi; firmò per me il registro postale e mi consegnò il plico. Una carta da imballo, assicurata da un robusto spago, avvolgeva senza dubbio un cartone; dico senza dubbio, perché uno scrupolo inesplicabile mi impedì di scartarlo subito. Lo posai pertanto in cima alla biblioteca ripromettendomi di aprirlo più tardi.

 

Passarono alcuni giorni; il pacchetto si offriva regolarmente alla vista per tutto il giorno senza che mi decidessi ad aprirlo, dato che il mio scrupolo si era trasformato in ripugnanza; ero indispettito col chimico di Sarcelles, per quanto avrei fatto fatica a spiegarmene il motivo.

 

Passarono alcune settimane, dei mesi; simulai l'indifferenza e l'oblio. Tutte le mattine e tutte le sere, al momento di alzarmi e a quello di coricarmi, i miei occhi fissavano l'imballo…. senza vederlo. Sembrava che col tempo il misterioso pacco avesse fatto corpo con la camera e si fosse mescolato con la confusione del mio arredo domestico.

 

Haimè! Che inutile messinscena!

 

La primavera sopraggiunse col suo corteggio di piogge e temporali e mi tuffai nella lettura di Plutarco.

 

Se avessi potuto conoscere allora quali sarebbero stati i tenebrosi cammini che mi avrebbero avviato sulla strada del labirinto, mi sarei tirato indietro, avrei lottato; che so io! Mi sarei gettato a corpo morto nella penitenza e nei sacramenti. Ma no! Pensiamo al pericolo solo nella sua imminenza e quando è diventata il nostro nemico ineluttabile.

Plutarco è un iniziato; ma ci sono due Plutarco. Io mi ero interessato all'autore delle Vite Parallele  e non all'autore delle Opere Morali, adepto di Eleusi, ierofante dei misteri orfici. Ricavai maggiore soddisfazione dalla lettura delle Vite; quella di Alessandro Magno mi portò via tre lunghissime settimane, e non giunsi a bearmi di quest'eroe dal volto apollineo che terminò il suo ciclo terrestre, proprio come il Galileo, in trentatré brevi anni riuscendo a conquistare il mondo in soli dieci.

 

Poi studiai i suoi successori. Uno alla volta, Antigone, Demetrio, Lisimaco, Seleuco, Tolomeo, attrassero la mia attenzione; pigmei a confronto del colosso, li giudicai colossi a confronto delle nostre mediocrità contemporanee. Per conoscere la loro interiorità, le rispettive passioni e debolezze, mi abbandonai senza remore alla lettura dei poligrafi e, uscito dai Saturnali di Macrobio, entrai senza problemi nel Banchetto di Ateneo.

 

Grazie a quest'opera monumentale, densa di pettegolezzi, ricette e versi, dove la culinaria si alterna alla medicina, l'oreficeria alla nautica e alle cortigiane, mi sarei smarrito senza un alto-là del destino.

 

In una sera di Maggio satura degli effluvi degli ippocastani in fiore, nel momento in cui il crepuscolo svaniva in un cielo calmo insinuandosi nel vicino bosco, aprii il Banchetto dei Saggi  al settimo capitolo dell'ultimo libro. Il sunto mi avvertiva che Ateneo chiacchierava in quell'occasione di profumi e monete.

 

Dopo aver celebrato le diverse località della terra famose per i loro unguenti e per le loro essenze, continuava pressappoco così:

 

"Ora è Alessandria che primeggia, grazie alle ricchezze di cui gode e anche per merito di Arsinoe e Berenice. Esse furono magnificamente impegnate in questa contesa con la stessa cura che avevano messo per promuovere se stesse".

 

Arsinoe, Berenice! Questi nomi furono per me come il grido di due rondini. Immaginai il Delta del Nilo, i canneti, le paludi, le imbarcazioni fatte di corteccia e di giunchi, i coccodrilli e gli ibis; una folata d'aria tepida e profumata giunge a turbarmi, l'eccitante Alessandria apparve agli occhi della mente.

 

La vidi profilarsi tra le linee del testo greco come un orizzonte magico:

 

"Ah! – disse il vecchio Ateneo – A seconda dei posti si producono profumi eccellenti; come l'ha notato Apollonio Erofilo, quello d'iris è succulento nell'Edile e a Cizico, quello di rose è il migliore quando arriva da Faseli, da Capua e da Napoli, quello di croco è squisito nella città di Soli in Cilicia e nell'isola di Rodi….".

 

Rodi…. L'isola di Rodi! Questo nome mi ricordò qualcosa; continuai:

 

"…Di quelli di rosa il migliore si trovava a Cirene fin quando visse la regina Berenice…".

 

La rosa di Cirene, la rosa di Rodi! Ma sì: le rose di Rodi, il prezioso elisir di Arsinoe e Berenice. Mi alzai nella penombra, accostai alla biblioteca la mia sedia bassa e panciuta…. Senza esitare presi il pacchetto del Fratello di Heliopolis.

 

 

 

 

7

 

Un certo automatismo fa spesso da contrappeso ai turbamenti dell'animo. Non avrei saputo spiegare in quel momento perché, senza esitare, la mia mano tagliò con un colpo di forbici la cordicella che avevo rispettato per otto mesi.

 

Scartai l'involucro che mise in luce una custodia di cartone; aprirlo fu un tutt'uno; ne uscì qualcosa, mi sfuggì dalle mani e finì sul pavimento; non ci feci caso.

 

Vidi per prima cosa un taccuino, che copriva due boccette. Prenderlo, aprirlo, dargli uno sguardo, per quel po' di luce che rimaneva, vergato con una calligrafia semi-gotica, il tutto richiese dieci secondi che mi sembrarono un secolo. I foglietti, rilegati in una custodia di cartapecora, bruciacchiati qua e là e deformati dall'umidità erano perfettamente leggibili; il testo era in latino.

 

La notte che sopraggiunse mi impedì di leggere, così abbassai la tendina della finestra, che lasciai aperta, e feci luce. Nel momento in cui appoggiavo il lume, distinsi sopra il pavimento, tra le gambe della scrivania, la busta caduta poco prima e mi chinai per prenderla.

 

Era bianca, senza scritte ed il lembo non era stato incollato.

 

Il primo pensiero fu che si trattasse di una mia busta caduta lì per sbaglio; al tatto sentii che non poteva essere mia, quella filigrana mi era sconosciuta. Dentro c'era un foglio bianco scritto a mano; lo lessi. Restai così sorpreso che dovetti mettermi a sedere:

 

"Voi non aprirete questo pacchetto che a primavera, mio caro amico, così io vi esorto alla prudenza e alla segretezza. Accludo ai miei elisir un trattato davvero singolare e molto raro di cui potrà andar fiera la vostra libreria; sebbene anonimo, lo considero di Agrippa stesso. Si tratta, come vedrete, di commentari sull'undicesimo capitolo del terzo libro: De Divinis Nominibus, eorundemque potentia et virtute, commentarii.

 

"Quando avrete letto bene il testo, vi andrete a rileggere La Filosofia Occulta per intero; allora, ma solo allora, sarete pronto. Forse riuscirete nell'evocazione maggiore… lo spero! Quanto a me, su consiglio del mio maestro, ci ho rinunciato, avendola sempre tentata senza riuscirci".

 

Rimasi là, senza fiato; il polso mi batteva a dismisura: lo sentivo nel silenzio.

 

Questa fase mi aveva folgorato.

 

Così, dopo otto mesi, il mio corrispondente aspettava senza fretta che avessi aperto il suo pacchetto, che leggessi la sua seconda lettera; sapeva già da Ottobre che avrei trovato a Primavera il tesoro del piccolo manuale e che nulla di inopinato sarebbe accaduto… prima!

 

Suonarono le dieci.

 

Bussarono alla porta. Il rumore mi distolse dal torpore; la Margherita delle Margherite era arrivata per rifare il letto.

 

"Allora! Profumano, queste boccette?".

 

Ebbi la forza di sorridere e rispondere:

"Sono i profumi del Maestro", mettendo in quest'ultima parola tutto il mio timore, tutta la riconoscenza e tutto il mio rispetto.

 

"Sono profumi delicati?", chiede la governante. "Sentiamo!".

 

Lentamente, con cura pari all'inquietudine che avevo, dissuggellai i due cristalli. Erano di una purezza immacolata ed avevano la forma di due perfetti triangoli; due etichette scritte a mano risaltavano al centro e i tappi di vetro pescavano nel liquido con un lungo contagocce.

 

Su uno dei due, dal colore aranciato, tradussi:

 

ACQUA DI ROSE

distillata secondo l'uso di Cirene

PHERENIKE

Apportatrice di Vittoria

 

E sull'altro, di color giallo:

 

ACQUA DI CROCO

ovvero

BALSAMO D'ARMENIA

ARSINOOU

Delirio dell'Anima

 

"Costa molto al litro, quel profumo?", chiese Margot. "Non ha prezzo!", gli risposi.

 

Andai alla finestra ed alzai la tendina.

 

Una notte limpida, pura, scintillante, si offerse allo sguardo. Le stelle ridevano silenti sulla mia testa; in alto, il Gran Carro galoppava nel cielo.

 

Non ci feci caso; percorse lentamente i tre quarti del firmamento al punto che l'alba mi sorprese davanti alla finestra che borbottavo come in un lamento:

 

ARSINOE-ARSINOOU

Delirio dell'Anima

E, come in un incantesimo:

 

BERENIKE-PHERENIKE

Apportatrice di Vittoria.

 

8

 

Il mio sgomento si protrasse per tre giorni; mangiai poco, non dormivo più, con grande disappunto della governante.

 

Infine, ritrovai l'equilibrio.

 

Per vincere l'ossessione e rafforzare la volontà, mi dedicai all'idroterapia. Tutte le mattine, alzatomi di buon'ora, mi recavo al più vicino bagno pubblico e poi facevo una camminata di un'ora sotto un bel sole, nel bosco.

 

Un carattere diverso dal mio si sarebbe liberato presto dall'insidia che gli era stata tesa, l'avventura essendo appena cominciata. La sfortuna volle, per me, che le mie abitudini sedentarie mi riconducessero alle solite letture.

 

Ripresi in mano Ateneo, ma senza interesse. Tutto quell'ammasso indigesto mi fece venire a nausea l'ellenismo. Sembrava che avessi esaurito, durante la veglia notturna della settimana precedente, quel tesoro di fragranze e di armonie che era stata capace di offrire.

 

Mi rilessi una compilazione storica sulla tirannia, Memorie dello Stato Francese sotto Carlo IX.

 

In questo lavoro si sono riunite, nel 1579, una serie di opere anonime ed eterogenee nel novero delle quali figura anche il Discorso della Schiavitù Volontaria, di Estienne la Boetie.

 

Tutti questi scritti sono interessantissimi; ma, nelle condizioni di spirito in cui versavo uno soltanto catturò il mio interesse e di questo solo mi nutrii: Discorso sui Giudizi di Dio contro i Tiranni.

 

Questa epitome di autori sacri e profani passa in rassegna i principali sovrani dell'antichità, elencandone con dovizia di particolari vizi e virtù.

 

Vi ritrovai, assieme ad Alessandro di Macedonia, tutti gli Alessandri di Siria, gli Antiochi, i bruti crudeli della Persia e i Faraoni del Delta. Nello spazio di dieci giorni ero tornato ai piedi di Arsinoe e Berenice.

 

Mi detti allora da fare per distinguere tutte le Berenice e tutte le Arsinoe; ma scoprii presto che non c'erano che una sola Arsinoe e una sola Berenice, così come non c'era stata che una sola Cleopatra. Allora, un desiderio irrazionale di conoscerle, di vederle ed anche di toccarle si impadronì di me; misi da parte gli altri libri: Bayle, Plutarco, Appiano, i commenti e la storia e andai ad aprire il mio mobile fiorentino.

 

In questo mobile di ebano, intarsiato con legno di tuja, di cedro, di aloe e di arancio, provvisto di due dozzine di cassetti, presi due fazzoletti di seta. Aprii con viva emozione il piccolo ciborio centrale; apparvero i due triangoli di cristallo:

 

            ACQUA DI ROSE                  ACQUA DI CROCO

 

Erano le dieci del mattino, le rondini stridevano nel cielo azzurro.

 

Presi le boccette, mi sedetti alla scrivania e le aprii una dopo l'altra. Avendo disposto i contagocce uno fianco all'altro su un fazzolettino, accostai l'acqua di rose alle labbra e respirai profondamente. Un profumo debole e insulso sortiva dal liquido, attesi… niente! Immersi nell'elisir il contagocce di cristallo portandolo poi al naso; l'identico profumo debole e insulso, senza onnipotenza e senza vita. Le gocce che versai alternativamente sui due fazzoletti non diffusero un aroma diverso; era evidente, gli elisir erano esausti.

 

Una sorda irritazione venne formandosi in me; mi sentivo sul limitare stesso del mistero, pieno delle più indicibili possibilità, assistito da una sfortunata sfacciata; ed ecco che già al principio subivo uno scacco penoso.

 

Come nella fiaba araba, giravo intorno alla rupe, presentivo la vicinanza della caverna, del tesoro, ma non conoscevo le parole che facevano aprire le porte.

 

DE DIVINIS NOMINIBUS EORUNDEMQUE POTENTIA ET VIRTUTE

 

Questa frase mi balenò a caratteri fiammeggianti.

 

Agrippa! Il trattato di Agrippa! Mi precipitai sul libro, scorsi velocemente le pagine ingiallite da quattrocento anni, cercando di cogliere un accenno sui flaconi, sui profumi, sul loro impiego… ma niente, assolutamente nulla: il latino si svolgeva monotono e nel suo svolgimento nessun lume che potesse farmi luce.

 

Compresi infine che si trattava di un'esperienza molto pericolosa e d'altronde di vasto respiro, da prepararsi minuziosamente e che non avrei potuto, di punto in bianco, alle dieci della mattina di un giorno di Primavera, stringere fra le mie braccia il fantasma di Arsinoe.

 

9

 

Il mese di Giungo trascorse molto bello, lo passai a Blois, nella proprietà di mia madre. Mi trovò ombroso e malinconico, io tentai di trarla in inganno, come se la sollecitudine dei miei cari potesse volgersi in sospettosità e disturbare i miei progetti. Ero deciso: avrei evocato Arsinoe.

 

Mi trovai in grave imbarazzo domandandomi: "Come?" e, forse, mi sarei fatto beffe degli altri, senza ritegno, se avessi potuto indovinare in una mente umana l'esistenza di un tale proposito.

 

Chi, in quei momenti, mi avesse confessato, avrebbe disperato della salvezza della mia anima: questa era presa, ma presa in una condizione tale, in un desiderio ipernaturale e violento che la soffocava fino allo spasimo!

 

Era deciso: avrei evocato Arsinoe.

 

Appetivo la sua forma vivente, ripeto: vivente…. cioè umana, col suo respiro la sua voce, il suo sguardo, quello sguardo terribile che promanava da un occhio in rilievo, sguardo terrificante e divino. Gli incisori di monete dell'antichità, in special modo quelli della corte di Alessandria, detenevano il segreto di produzione di tale tipo di sguardi.

 

Misi a soqquadro la casa per trovare il profilo di Arsinoe. Inutile sforzo! Riuscii, nel giro di un mese, a ricostituire la collezione di monete di mio nonno, ma nella serie egiziana, siriana e siciliana, le regine non c'erano. Ero impegnato nella loro ricerca quando una sera trovai in un vecchio vaso alcune monete di Atene e delle dariche persiane.

 

L'idea che questo tesoro potesse essere l'obolo a Caronte del figlio di Antigono, Demetrio Poliorcete, mi eccitò oltremisura. Da quel momento ebbi la certezza che una vecchia moneta può servire da supporto per un'apparizione e determinare una presenza effettiva.

 

Era deciso: avrei evocato Arsinoe. L'avrei evocata tale e quale a come l'incisore ufficiale del Delta l'aveva effigiata una volta, col suo velo e il suo diadema, i capelli ondulati, la fronte bassa, il naso dritto, le labbra carnose. Dopo, pensandoci, la cosa mi parve folle; tornai a vivere come una persona normale, caduto dall'incanto nella realtà.

 

A metà Luglio, feci rientro a Parigi. Risistemarmi, occuparmi delle mie faccende, mi prese la mente. Mi liberai così della fissazione.

 

Fu allora che nel corso di un nuovo viaggio a Bloise, un avvenimento tra i più banali riuscì a polarizzare la mia volontà.

 

Spostando nella soffitta di una nostra rimessa gli elementi del gioco delle piastrelle, quest'ultimi caddero sull'impiantito e, quando feci per rimetterli assieme, mi accorsi con sorpresa che le piastrelle erano degli assi tolemaici. La mia sorpresa divenne sconcerto quando una lettura, dieci giorni più tardi, mi informò che questi assi avevano una loro storia e che erano serviti per pratiche di stregoneria.

 

Scrisse a Sarcelles queste brevi parole:

 

"Dove posso trovare, per i miei studi, un profilo di Arsinoe?".

 

10

 

Un uomo tormentato dall'amore può lasciarsi andare a delle confidenze; il male è comune, quotidiano, lo si riserva su qualcuno; se l'esperienza procura qualche voluttà al paziente, ne riserva anche al confidente: quest'ultimo compatisce, piange o si rallegra, se l'amore finisce si uccide, oppure trionfa. Nel mio caso, era da solo, faccia a faccia col mio desiderio, ossessionato da una bramosia innaturale e nell'impossibilità di esserne appagato.

 

Passarono otto giorni. Sarcelles non rispondeva. Di colpo, cessai di vivere, mi ponevo la domanda e la risposta, associando il pensiero all'incurabile passione da cui ero letteralmente posseduto. Divenni bizzarro e simulatore, nascondendo con cura, a chiunque, il mio stato d'animo. Ingannai tutti; la stessa governante, così scaltra, pensò ad un accesso di lirismo.

 

Trascorsi i momenti migliori con Luciano, il giovane di Samosata di Siria, il più brillante dei narratori. Questo filosofo cinico e beffardo mi seppe distrarre; fui felice di ritrovare nei suoi dialoghi, nelle sue novelle, il ridicolo e il misterioso. Non mi importava granché il tono satirico del retore, ma quello misterioso, e ne trovai in abbondanza. Sotto le apparenze della celia e del motteggio, cercavo la grande arte magica, quella giunta, mille anni prima di Cristo, dagli altipiani dell'Iran e dalle sponde dell'Eufrate. Una cosa si mostrava in evidenza: l'evocazione degli spiriti.

 

Spogliata di tutte le storie infantili di cui, studiatamente forse, Luciano l'aveva rivestita, risaltava questa grande verità:

 

Esiste un mondo occulto che noi possiamo conoscere

 

Ora, per me questo mondo era la Regina del Delta, compresa integralmente in sette lettere

 

ARSINOE

delirio dell'anima

Rilessi per intero L'Asino d'Oro, così come Il Bugiardo o L'Incredulo; notai che una cerimonia teurgica prevede un rito materiale che comporta, da un lato, la presenza di determinati oggetti e, dall'altro, un rito spirituale che suppone la conoscenza di certe formule e la recitazione di cert'altre preghiere.

 

Il sofista greco non ne indicava nessuna; si limitava a dire:

 

"Ho ascoltato con le mie orecchie il suo incantesimo, di tre sillabe…..".

 

Ma è tutto quello che riferisce. Aggiunge anche:

 

"Preso il liquido se ne sfregò il corpo e subito gli spuntarono delle ali e un becco d'osso ritorto…".

 

Ma nient'altro. Questo scarno insegnamento bastava per dare un senso alla storia e fare contento il lettore. Luciano non spinge più in là; lascia la pratica nel mistero.

 

Da parte mia, considerai che si deve adoperare una grande cautela; si deve procedere con circospezione per vedere distintamente all'interno del labirinto; il retore non mi insegnava né la teoria né la pratica.

 

Cercai la lettera del fratello di Heliopolis.

 

Perbacco! La Fossa dove non c'è più acqua rappresenta sia il luogo dove vivono i Mani che il posto dove è possibile attirarli! Il Sangue dell'Alleanza è la fase essenziale della loro evocazione; l'impiego dei profumi un mezzo potente per favorirne la comparsa. Sì! Ma la Porta, il Cammino e il Ritorno, restano un segreto per me. Senza dubbio la Scala Orfica e il Settenario, costituiscono il vero rituale della cerimonia ma, a chi chiederlo?

 

A furia di dibattermi nell'oscurità, mi sembrò tuttavia che un bagliore comparisse in fondo e che distinguessi al termine della mia folle ricerca, come all'uscita da un sotterraneo, l'aureola della liberazione. Fioco ed incerto dapprima, andava schiarendosi poco a poco, sul suo cerchio perfetto traluceva un viso, il volto pallido di questa donna amata, due volte regina e due volte vedova, sacerdotessa di Potidea e Sais. Il volto desiato sarebbe stato ben preso mio, l'avrei posseduto tal come gli incisori del Delta l'avevano coniato sulle loro monete e la sua aureola, d'oro o d'argento, domani avrebbe trasformato la mia vita.

 

11

 

Fu al vecchio Omero che chiesi soccorso. Decifrai l'XI° canto dell'Odissea. Mai nessuno aveva messo tanto accanimento nel penetrare gli arcani di un libro; era necessario che cercassi la verità sotto il mito per riuscire nello scopo, ed io volevo riuscire. Che delusione! Come Luciano, l'aedo riferisce dei fatti: apparizioni, vendette. In nessun caso svela il modo di provocarle. Il segreto di questo pratica resta nell'oscurità assieme alle Ombre stesse.

 

Acquisii tuttavia la certezza che occorresse una fossa, vera o simbolica, e un sacrificio, un sacrificio cruento…. i Mani sono avidi di sangue. Con quale sollecitudine e piacere accorrono verso la Fossa dove Ulisse ha versato, in loro onore, il sangue di un'ariete o di una pecora.

 

L'immensa tristezza di questi scorci di vita funeraria mi infuse calma e, quasi, contentezza. La disperazione di tutti questi morti, non era forse la maggior garanzia del mio prossimo successo? Il delicato fantasma del mio desiderio non si sarebbe precipitato, proprio grazie al Sangue dell'Alleanza tra le mie braccia appassionate?

 

Io gli offro la Vita…. per poco tempo forse, ma la vita: cioè un ritrovare se stessi oltre le età, la rinascita della propria maschera umana, della sua forma reale, della sua bellezza, della sua tenerezza; essa crederà, sarà di nuovo sacerdotessa di Potidea e di Sais; le renderò l'anima e il sesso. Ah! E' terminata la sua spaventosa solitudine, le inutili corse per le praterie dell'Erebo, metterò un limite alla sua miseria, riporterò la speranza nel suo cuore; perché lei avrà un cuore, un polso che batterà, del sangue rosso come quello di questa terra, Il Sangue dell'Alleanza…. e non mi è stato forse detto:

 

UNA VOLTA VERSATO IL SANGUE DELL'ALLENZA NON CI SARANNO

PIU' PRIGIONIERI NELLA FOSSA DOVE NON C'E' PIU' ACQUA

 

12

 

Erano i primi giorni d'Autunno; da più di due mesi e mezzo aspettavo una risposta da Sarcelles.

 

Più questa tardava, più recuperavo la calma e l'equilibrio di me stesso.

 

Lunghe camminate, bagni freddi, un'alimentazione corretta, donarono al corpo il felice equilibrio della salute.

 

L'impresa mi tentava sempre e piuttosto che rinunciarvi avrei preferito dannarmi; ma la consideravo freddamente, soppesando i pro e i contro, calcolando le mie possibilità.

 

Per riuscire, mi dicevo, bisogna saperne di più e penetrare in profondità il grimorio. Mi ha raccomandato di rileggere La Filosofia Occulta; ho atteso troppo. Così mi sono riletto De Occulta Philosophia. L'ho riletto sui prati, nei boschi, in pineta.

 

Che Autunno fruttuoso! Si sentiva ridere tra i rami e bravo chi riusciva a distinguere la voce di Eolo dagli schiamazzi delle Driadi. Un bel libro! Per di più l'opera di un uomo giovane. Agrippa lo concepì e lo scrisse nell'età in cui si scopre la Via; egli, all'improvviso, scoprì Dio. A gradi successivi, si innalza fino al vertice della mistica. Nell'insieme delle conoscenze del suo tempo, Agrippa fece una scelta, la scelta più giudiziosa che un essere umano avesse mai fatto; non ha raccolto che l'utile dal guazzabuglio precedente e la sua opera rappresenta per le scienze segrete, maledette, una Summa paragonabile, fatte le debite proporzioni, con quella di Tommaso d'Aquino. L'uomo che al suo tempo discusse in pubblico del misterioso trattato di Reuchlin, De Verbo Mirifico, ha riposto là, in quella prosa latina, elementare ma chiara, una netta visione delle conoscenze di base. Tutto il meraviglioso traspare da questi capitoli ammirevoli che convergono verso la Sapienza Eterna. Questo spirito, alla ricerca del quale metto tutto me stesso, se avessi saputo leggere e giudicare correttamente, se avessi capito che ci permea, che ci abita, che non lo si cerca nel Tartaro, che ha creato gli astri del cielo e che vivifica il nostro respiro:

 

Nos habitat, non tartarum: sed nec sidera coeli. Spiritus in nobis qui viget, illa facit

 

Abita in noi, non agli inferi: ma neppure tra gli astri del cielo.

Lo spirito che fiorisce in noi, crea queste cose

 

Lo capii troppo tardi.

 

La lettura mi fu d'aiuto: le stesse parole parlavano! Appresi dal primo libro tutto ciò che concerne le corrispondenze naturali, compresi la Natura come una vasta rete dai fili intersecantisi, riconobbi che nei diversi punti della trama i fili erano sempre gli stessi e che, dal microcosmo al macrocosmo, tutto è uno.

 

Mi trattenne l'indice delle pietre e dei profumi, così come quello delle piante e degli animali. Non è forse vero che l'influenza dei pianeti li condiziona così come fa con noi?

 

Restai a bocca aperta di fronte agli ultimi tre capitoli che trattavano della potenza meravigliosa degli incantesimi. Là c'era l'arcano maggiore, la chiave del potere, la pietra d'inciampo; là varcai la soglia della Kabbala. Il secondo libro è consacrato interamente alle scale, cioè ai rapporti di forma e sostanza tra le parti dell'universo e le loro espressioni verbali. Agrippa ne elenca dodici.

 

Non fu senza emozione che conobbi la settima col nome di Settenario e la dodicesima con quello di Scala Orfica; mi avvicinai, se non allo scopo, per lo meno ai mezzi che mi ci avrebbero condotto.

 

L'equivalenza dei numeri e delle lettere mi lasciò stupefatto; scorsi questa parte del libro con un vivo senso di malessere, intuendo che mi stavo accostando al cuore dell'opera. Così, per me, queste cose che una volta erano state giochi di parole ora diventavano giochi dello spirito. Ciò che avevo considerato vanità, quello che l'autore stesso avrebbe più tardi riunito in un altro trattato, De Vanitate et Incertitudine Scientiarum, vi rifulgeva dello splendore dell'evidenza.

 

La scintilla della verità bruciava quelle pagine; imparai successivamente i numeri consacrati ai giorni, agli elementi, ai pianeti; le loro virtù, le formule; quali divinità, quali intelligenze e quali demoni li caratterizzano; le tavole sacre dei mondi, i sigilli delle sfere, la proporzione del corpo umano e i suoi simboli geometrici. Il giovane maestro mi insegnava i prolegomeni  di ogni operazione magica: conoscere lo stato del cielo, la posizione rispettiva degli astri mobili e di quelli fissi, la virtù delle case celesti, l'influenza preponderante della Luna attraverso la fantasmagoria zodiacale; quali immagini l'iniziato deve riprodurre sul terreno per attirare l'influsso vitale, Anima Mundi, e con quale Parola deve invocare i sette reggenti dello spazio.

 

Allora soltanto Agrippa riprendeva fiato e concludeva questo secondo tomo lasciando l'apprendista a meditare su questo pensiero:

 

"Il Verbo pertanto è l'immagine di Dio: l'Intelligenza attiva è l'immagine del Verbo: la nostra anima è l'immagine dell'intelligenza: la nostra parola è l'immagine dell'anima e, per essa, agisce sui fenomeni naturali, perché questo è il compito della natura".

 

Ed io pensavo, in quel bosco rosseggiante, vedendo cadere le foglie morte, che era al Verbo Supremo, immagine di Dio, all'Intelligenza vivente, immagine del Verbo, alla mia anima, immagine di quest'Intelligenza, e alla mia propria parola, immagine della mia anima, cui dovevo, attraverso i fenomeni naturali, l'apparizione soprannaturale di una regina defunta il cui solo nome mi faceva delirare: Arsinoe.

 

13

 

Considerato che avete trentatré anni, ci vuole una buona colazione!

 

"Questa si che è un'idea! Vediamo un po'…. Che mi proponete Margot?".

 

Stiamo ragionando sul menù del prossimo pasto allorché udiamo suonare il battaglio della porta. Conciliabolo, firma … il postino: la lettera da Sarcelles!

 

Divenni madido di sudore per la gioia; mi accucciai nel letto come un malato, la testa all'indietro, l'occhio assente, la gola secca; se fossi stato in piedi avrei barcollato come un ubriaco.

 

"Siete fortunato, mi gridò la governante, è un anniversario!", e rientrò in camera mia con in mano una lettera e una scatola.

 

Era una piccola scatola di legno, di quelle che vendono i gioiellieri: recava i quattro sigilli regolamentari di cera rossa ai lati. Valore dichiarato: tremila franchi. L'oggetto proveniva da Sarcelles.

 

"Questo sì che è un regalo!", ricominciò la mia governante, "tremila franchi! E' proprio un amico, vi siete davvero guadagnato la colazione. Ecco delle forbici per tagliare lo spago….".

 

Gli occhi di Margot brillavano di cupidigia e curiosità.

 

"Datemi la lettera, presto… e ritiratevi. Vi richiamerò tra poco; apriremo la scatola insieme",

 

"E il pranzo?"

 

"Fate Voi".

 

"E va bene!", disse, "esco a comprare le ostriche e il pollo. Preparerò la mia crema al ritorno. Così potrete leggere tranquillamente la vostra posta e vedremo il regalo più tardi…. poiché, non può essere che un regalo: tremila franchi!"

 

Tenevo la scatola nella mano, soppesando un tesoro. Una medesima impronta ne sigillava i quattro lati; era quella di un uomo che cavalca un delfino recante inoltre la dicitura seguente:

 

 

SPEUDE BRADEOS

Affrettati lentamente

 

 

I sigilli erano chiari e ben delineati; nessuna traccia di fumo ne sporcava la cera; lo spago era fine ma robusto, perché il mittente aveva utilizzato della corda da fruste. Un grosso francobollo da cinque franchi, annullato Sarcelles, era incollato sul fondo.

 

Attesi che la governante se ne fosse andata e, quando la porta sul pianerottolo si richiuse, aprii la lettera. Al tatto, riconobbi il suo tipo di carta; quella grammatura l'avevo già tenuta in mano nell'oscurità della notte famosa, nell'ombra di quella notte di primavera splendente di stelle.

 

Un piccolo biglietto, così redatto:

 

Voi non mi dovete nulla: neanche un cenno di risposta; le poste mi faranno sapere se l'oggetto vi è giunto. Mi sono occorsi due mesi e sei giorni per cercare e trovare la vostra moneta. Essa ci arriva dal Sinai e non è stata toccata da nessuno; il Fratello di Heliopolis che me l'ha procurata se ne è fatto garante. L'ossidazione rossa e l'opacità spariranno al momento del dissecamento dell'Acqua-Madre. Allora, ma solo allora, i Prigionieri dell'Eternità non saranno lontani.

 

THALASSA THALASSA ZOES YDOR

Il mare, il mare – Acqua di Vita

 

Queste ultime parole: Il Mare! Il Mare! gridate, venticinque secoli fa, dai diecimila Greci sulle coste della Frigia, dopo la loro famosa ritirata, riecheggiarono come squilli di tromba. Rividi quegli uomini spossati dalla fatica, madidi di sudore, riarsi dai deserti, precipitarsi nelle acque benefiche dove s'infrangevano le onde. Non era forse per loro il cammino, la via e la rotta questo mare tanto agognato la cui schiuma lontana biancheggiava le coste dell'Attica e dell'Eubea?

 

THALASSA! THALASSA!

 

Era come un presagio per la mia avventura; ero partito per l'incognito, verso un deserto sconfinato; ma non era lungi il giorno in cui a mia volta avrei raggiunto la spiaggia, la sabbia fine, il letto puro dove si sarebbe riposato il mio desiderio, l'elemento benefico e fecondante della mia vita. Qual era, dunque, l'Acqua-Madre da disseccare? E' il fatto che non mi smarrisco nella mia solitudine? Che non mi inaridisco da me stesso?

 

Devo continuare a marciare da solo in questa via o devo andare a Sarcelles dal mittente? Gli direi:

 

"Vediamo, caro amico, mi trovate di buon umore? Ridete di me? C'è una possibilità su centomila di evocare una Forma Morta? E, se il fenomeno si verifica, chi mi garantirà che questa forma è quella del mio sogno: Arsinoe?"

 

Ma sì! l'alchimista non risponderebbe nulla, non saprebbe nulla, non ascolterebbe. Il Maestro, il suo Maestro, gli ha sigillato la bocca e tappato le orecchie: non saprei nulla.

 

Mi ha dato tutto, persino l'incenso; e quanto all'icona, questa scatola piena di mistero ne occulta il valore; mi sono stati offerti gli strumenti del sacrificio, non ho che da organizzare il rito secondo l'uso antico.

 

Trascorse un'ora come in un sogno.

 

La mia cameriera mi ritrovò senza forze, gli occhi persi nel vuoto.

 

"Ebbene! Il regalo?"

 

Era vero, nella mia confusione mentale, mi ero scordato della Regina promessa.

 

"Non siete affatto curioso! E' davvero ricco, questo signore, per regalarvi dei gioielli come questo? perché è un gioiello: una scatola da gioielliere. Mi ricordo che ci si è serviti di una scatola di questo tipo per spedire in Sologna la corona di Maddalena, quando fece la sua prima comunione…. soltanto che non era una corona da tremila franchi!"

 

Presi le forbici e, per quattro volte, tagliai la legatura. Una graffa di metallo fermava il coperchio, l'abbassai con l'unghia e l'aprii.

 

Su un frammento di stuoia fine e morbida che racchiudeva il contenuto era appoggiato un piccolo rotolo. Lo presi e lo spiegai.

 

Una calligrafia minuta, vergata col pennello, lo riempiva… di francese, di vero francese!

 

Sinai, nel terzo giorno di Tisri

 

Solo tu puoi toccare la moneta prima dell'Opera, poiché essa è stata purificata. La metterai nella FOSSA DOVE NON C'E' ACQUA, al centro del primo cerchio, con il suo supporto. Non uscire dal secondo cerchio prima della fine dell'Opera, se vuoi scansare la morte, siediti sui due tessuti, di fronte, prima e dopo il Fuoco. Pregherai affinché Essa parli e dopo che avrà parlato.

 

Il Leone ti aspetta al varco, perché il tuo ascendente è nella sua Casa. Passando, griderai con forza:

 

NUPER LEO NATUS EST

Adesso è nato il leone

 

Che Helios ti protegga, Fratello mio, e con esso gli Elohim!

 

"Che strana storia è mai questa!" disse Margot stupefatta osservando la pelle che si srotolava sotto le mie dita, "è un piccolo delizioso manoscritto per la vostra collezione!"

 

"No, assolutamente!" le assicurai impassibile, e rimossi la stuoia.

 

Un tessuto di vecchissimo damasco broccato, infinitamente prezioso, mi si presentò alla vista. L'Iside egizia, ininterrottamente raffigurata sul suo contorno, aveva nella sua attitudine ieratica qualcosa di simile all'Anubi imbalsamatore. Sollevai la stoffa e, su un supporto formato da uno strato di sabbia fine inframmezzato da pagliuzze di mica, mi apparve una stupenda moneta d'oro.

 

"Oh! che bella moneta! gridò la governante, ci farei una bella spilla!"

 

Su di un disco perfettamente circolare si stagliava un volto bellissimo.

 

Restai muto per l'ammirazione e l'emozione; il timore e il rispetto mi trattenevano contemporaneamente, non ardivo toccare quel pezzo d'oro per estrarlo dal suo involucro artificiale.

 

"Prendetela, dunque, vediamola meglio!" intervenne Margot.

 

La presi.

 

Pesava: il suo peso approssimativo era di trenta grammi, forse di più; la forma ricordava uno scudo da tre franchi, ma lo spessore era doppio. La rigirai nella mano.

 

Due cornucopie, legate da un nastro, erano incise sul rovescio dove, messe a legenda, c'erano queste parole:

 

ARINOES PHILADELPHOY

Arsinoe Filadelfa

 

L'Amica del Fratello! Che ironia o che audacia, dal momento che la storia ci informa che veleni e pugnali non sono bastati in questo lignaggio per esaurire l'odio fraterno!

 

"Oh! Che bella! Che bella che è! - ripeteva la mia governante… prestatemela, vi prego, che la osservi meglio, che la possa vedere più da vicino, che la possa toccare…. E' una vera moneta d'oro, non hanno lesinato nulla, non è stata fatta al risparmio", e le sue dita lambivano le mie per prendermi la medaglia, la Regina promessa. Allora, uscendo dal mio obnubilamento, dalla mia stupefazione:

 

"Non la toccate, Margot, non la toccate; per niente al mondo non toccate questa moneta!

 

"Proviene da una tomba; capite bene, esce da una bara! E a riguardo del piccolo rotolo, un Inglese è morto di lebbra per avere toccato questo genere di oggetti:

 

"Stasera, domani, più avanti… insomma quando l'avrò pulita, passata sul Fuoco, v