Il libro Arbatel fu pubblicato in latino a Basilea, in Svizzera, nel 1575. Il suo autore è anonimo ed il titolo è un termine ebraico per « Quadruplice Dio », con riferimento al celebre tetragramma יהןח ma forse anche all’analoga tetraktys pitagorica, poiché, come subito vedremo, l’Arbatel contiene numerosi riferimenti ad una magia “olimpica” di sapore vagamente ellenistico. E’ un libro-madre, da cui sono derivate numerose imitazioni. Era ricordato dal mago cerimonialista John Dee, che potrebbe avervi attinto per creare il suo famoso sistema enochiano; dall’inquisitore Martini Del Rio; ed è riecheggiato con particolari nuovi, fra tante imitazioni, in un manoscritto inedito della Biblioteca dell’Arsenale di Parigi intitolato « Opération des Sept Esprits des Planètes ». Anche il Grimorio di Turiel tratta degli Spiriti Olimpici ma, oltre a fornire degli errori (come il sigillo di Hagith rovesciato), potrebbe essere un falso dell’inizio del secolo scorso e non un testo che si asserisce essere del 1518, quindi anteriore all’Arbatel[1].

 

L’Arbatel è un libro incompleto, mancante di quasi tutto il suo contenuto, se dobbiamo prestare fede a quanto il suo autore scrisse in apertura, affermando che si compone di « tomos novem », nove tomi, e a quanto ribadì nella definizione XLI. Nessuna delle edizioni antiche pervenuteci invece va oltre il primo tomo. Il libro è costituito di sette settine di definizioni[2] che sembrerebbero compendiare in termini generali tutta l’arte magica cerimoniale ed è per questo titolato con un grecismo, Isagoge (εισαγωγή), che significa appunto Introduzione.

 

Ciò però non significa che i restanti otto tomi siano mai stati scritti. Infatti poiché nel corso delle 49 Definizioni del primo tomo si fa ampio cenno ad elementi di magia evocatoria che potrebbero essere sufficienti da se stessi, c’è il fondato sospetto che tutto ciò che è sopravvissuto dei mancanti otto tomi, cioè i loro titoli, non sia altro che un velato rimando al contenuto ideologico, se così si può dire, del primo ed unico tomo, libro in sé dunque conchiuso, anche se alcuni particolari non comuni alle due edizioni fanno pensare alla possibilità che un’edizione completa ci sia stata veramente, forse manoscritta.

 

Se l’ipotesi di un solo tomo originario fosse vera[3], si potrebbe investigare circa questo contenuto ideologico e scoprire che, sotto una vernice giudaico-cristiana, si cela un antichissimo procedimento evocatorio di magia stellare che, per ciò stesso, farebbe risalire gli insegnamenti dell’Arbatel alla fine del primo millennio dell’era cristiana, e precisamente alla città siriana di Harran, dove confluirono le restanti vestigia della sapienza politeista. Bisogna saper andare al di là della vernice religiosa cattolica. Quando infatti l’autore scrive che tutto avviene con il permesso di Dio, intende per Dio la parte più nobile e libera dell’animo umano dell’operatore, così come ha anche esplicitamente scritto una moderna autorità in fatto di magia e scritture esoteriche[4].

 

Il rimando contenuto nell’Arbatel ai sette Spiriti Olimpici fa infatti subito pensare alla dottrina di Giovanni Tritemio contenuta nel De septem secundeis pubblicato nel 1515, a sua volta ispirato alle dottrine di Pietro d’Abano, il quale conosceva l’arabo e l’ebraico e quindi era un possibile tramite col mondo mediorientale. I rimandi ad una sapienza “gnostica” sono già contenuti nel sottotitolo dell’opera: « Magia Veterum », Magia degli Antichi; e da quanto viene aggiunto subito dopo, trattarsi cioè sì di magia degli antichi maghi del popolo eletto ma anche « Magorum Gentilium », dei Maghi pagani. Questa curiosa mescolanza, certamente in grado di suscitare le ire anche dei teologi più accondiscendenti, si potrebbe spiegare col fatto che l’autore definisce questa Magia con l’aggettivo « Pneumatica », termine caro alle speculazioni greche poi confluite in quelle gnostiche ed arabe[5].

 

Vediamo dunque come l’autore sintetizza il contenuto dei presunti nove tomi dell’opera, nei paragrafi che precedono il Primo, unico in nostro possesso.

 

Il primo lo definisce un’Isagoge ma anche « Institutionum liber Magiae », libro di istruzioni magiche e, in caratteri alfabetici greci, « της πνευματικής », di [magia] pneumatica. Il secondo tratterebbe di Magia Microcosmica, il terzo di Magia Olimpica, il quarto di Magia Esiodea o Omerica, il quinto di Magia Romana o Sibillica, il sesto di Pitagorica, il settimo di Magia Apollonica[6], l’ottavo di Ermetica o Egiziana ed il nono di Magia Profetica. Tuttavia in base allo scarno resoconto che ne da l’autore sembra proprio che si tratti della ripetizione di un unico contenuto, quello rilasciato nel primo tomo. E’ poi evidente che dei « Magorum populi Dei », dei Maghi del popolo eletto, nel testo, non vi è molta traccia. Vi è certamente però la parola ebraica arbat che è anche presente nella letteratura ellenistico-egiziana di impronta gnostica (αρβαθ) e che, curiosamente, fa parte come anagramma di uno di quei curiosi “giochi di parole” tipici dell’ermetismo di quel tempo, riferibile alle parole magiche abracadabra e abraxa.

Avendo definito il primo tomo come un libro di magia pneumatica e di istruzioni magiche[7], si capisce perché non vi sia ombra dei restanti tomi ma si prosegua con l’enumerazione delle sette settine di Definizioni. Queste, peraltro, sono la chiave di volta per comprendere il testo di cui è costituito il libro, riecheggiando il simbolismo planetario del numero 7.

 

I/VII - La prima settina consta di stucchevoli ammaestramenti di carattere morale e religioso, di cui è comprensibile la necessità al fine di rendere passabile un testo già di per se eretico, nonché per il fatto che la forma mentis dell’epoca non poteva, onestamente, prescindere da simili contenuti.

 

VIII/XIV - Nella seconda settina si entra quasi senza accorgersi nel dominio della magia stellare, e viene sancito un importante assunto dottrinale, dicendo che « characteres et nomina constellata », i segni e i nomi degli astri, non agiscono perché se ne traccia il sigillo o se ne pronuncia il nome, ma in virtù della forza che Dio o la Natura ha impresso in questi sigilli e nomi. In pratica, con eleganza, si nega per affermare. Quindi o perché Dio gli ha trasmesso il potere, o perché lo ha fatto la Natura, gli astri emettono delle « vires », delle forze, verso il mondo di quaggiù.

 

Cosa siano queste forze non viene ancora specificato ma, nella Definizione successivA (IX), viene aggiunto che se la « sapientia », scienza assoluta, pertiene a Dio, questa stessa scienza, che è riversata negli astri, è dosata, in proporzioni sempre minori, anche agli « Spiritus Apostatae », agli Spiriti Rinnegati, cioè agli angeli caduti; ai « ministri poenarum in inferno », agli amministratori delle pene all’inferno, cioè i diavoli veri e propri; e infine perfino ai « Pygmaei… et qui in elementis et elementatis habitant », ai Pigmei[8] e a quegli esseri elementati che risiedono negli elementi, cioè agli spiriti degli Elementi! Si aggiunge che l’uomo deve conoscere tutte queste gradazioni di scienza e si sottintende quindi che deve prendere contatto con i recipiendari di queste gradazioni stesse. Ecco dove dunque vanno a finire tutti i buoni propositi di cattolicesimo enumerati nella prima settina…

 

Statuito quindi che gli astri emettono una forza me che questa forza può essere captata e diretta avvalendosi anche del contatto con diavoli e spiriti degli elementi, l’anonimo autore dell’Arbatel, quasi spaventato della propria audacia, si copre le spalle nell’definizione seguente, affermando che nella Bibbia c’è scritto ciò che è bene e ciò che è male e solo ad essa bisogna affidarsi: un moderno traduttore francese[9] ha addirittura forzato la traduzione facendo parlare l’autore in prima persona: « Ô toi qui me lis, retourne donc dans tes mains l’Ecriture Sainte…», O tu che mi leggi, riprendi dunque in mano la Sacra Scrittura!

 

Quindi l’autore (XI), nuovamente dimentico della Bibbia o quasi, afferma che « Numerus quaternarius est pythagoricus… ponemus fundamentum omnis sapientiae », nel numero 4 che è pitagorico…riponiamo la base di tutta la scienza. Abbiamo scritto quasi, perché subito dopo specifica « post Dei revelatam sapientiam in Sacris literis », dopo la scienza di Dio rivelata nelle Sacre Scritture. E’ più che evidente che l’anonimo autore, in forza del suo anonimato e forse anche delle condizioni politiche dello stato in cui il suo libro era stato pubblicato, si prende fortemente gioco degli inquisitori di Santa Romana Chiesa! Non è dunque nel tetragramma ebraico iod-he-vau-he (יהןח) che l’autore affonda le sue radici ma nel pitagorismo pagano. Del resto « την πνευματικήν επιστημήν », la scienza pneumatica, è pitagorica ed il primo che ne ha trattato, storicamente, fu il medico Alcmeone di Crotone nel IV a.C.

 

Soggiunge poi che ogni creatura in cui è stata infusa un po’ di scienza, volente o nolente, è costretta a servire Dio e noi dobbiamo utilizzare la scienza di queste creature nolenti per i nostri fini: « in hoc igitur cardo rei consistit, ut velimus nobis creaturam inservire », questo è dunque il punto cardine, farci obbedire dalla creatura. Sembrerebbe una tesi del tutto ortodossa se non fosse che, dal momento della cacciata dall’Eden, per la Chiesa, l’uomo ha perso di diritto questa prerogativa.

 

 XV – Si entra qui nel vivo del grimorio Arbatel, e si spiega al lettore che si chiamano Spiriti Olimpici « qui in Firmamento et in Astris habitant », coloro che risiedono nel cielo stellato e nei suoi astri, ed il loro compito è « decernere Fata », assegnare i Destini alle creature del Mondo e regolare gli avvenimenti fatidici della vita. Lo spirito olimpico di ogni astro fa passare dalla potenza all’atto le caratteristiche “karmiche” dell’astro stesso; ma così dicendo si statuisce quell’idolatria che si respinge a parole decantando il potere assoluto di Dio. Si afferma negando o viceversa che un determinato pianeta possiede caratteristiche specifiche, che non è inanimato insomma.

 

XVI – L’elenco di questi sette Spiriti dell’Olimpo[10] viene dato « olympico sermone », in lingua olimpica: Aratron, Bethor, Phaleg, Och, Hagith, Ophiel e Phul. Cosa sia questa lingua olimpica non è spiegato. Probabilmente si tratta di nomi di origine babilonese se non precedente, con qualche successiva commistione ebraica. E’ evidente che dovrebbe trattarsi del nome stesso dei pianeti noti all’astrologia antica. Questi sette sovrintendono ciascuno a certe  « provinciae », giurisdizioni dell’Olimpo celeste, che gli vengono assegnate rispettivamente in numero variabile nel seguente ordine: 49, 42, 35, 28, 21, 14, 7[11]. Queste Giurisdizioni sono oggetto di studio diligente « Astronomia Gratiae », dell’Astrologia[12]. Quindi, ma è un’ipotesi difficilmente verificabile, per Giurisdizioni l’autore intende riferirsi ad un antico sistema di organizzazione dei gradi dello Zodiaco che ci sfugge.

 

In questa stessa Definizione l’autore intende spiegare « quomodo ad colloquia deducuntur horum principes et potestates », come si possano costringere a comparire principii e potenze di questi pianeti e, detto così, sembra che la cosa venga prevista facile come bere un bicchier d’acqua. Ebbene, Aratron  « apparet », si rende percepibile, di Sabato all’ora prima del giorno, cioè entro un’ora dal sorgere del sole e fornisce risposta circa la sua Giurisdizione e tutto quanto vi è sottoposto. Lo stesso dicasi rispettivamente per tutti gli altri Spiriti e quindi alla prima ora del giorno di pertinenza di ciascuno. Si noti però che la sequenza di questi Sette non coincide con quella della nostra settimana[13].

 

Subito dopo l’autore ci informa su un dato che rende plausibile l’ipotesi che le dottrine dell’Arbatel derivino, nella loro immediatezza, da quelle proprie anche alla cerchia esoterica cui apparteneva Giovanni Tritemio e che questi espose nell’opera De Septem Secundeis. Si tratta cioè dell’affermazione che ogni Spirito Planetario regge un certo periodo storico, della lunghezza di 490 anni ciascuno. Il trattato di Tritemio aveva sviluppato questo concetto, che viene qui rienunciato avvertendo il lettore che l’Era cristiana è cominciata 60 anni dopo l’inizio del Ciclo di Bethor, ragion per cui attualmente (2007) ci troviamo nel 107° anno del Ciclo di Ophiel[14].

 

XVII – Magicamente, questi Sette possono essere evocati « simpliciter », in modo semplice, cioè nel tempo, giorno e ora che gli competono, visibilmente o invisibilmente, « per sua nomina et officia », per mezzo dei loro nomi e cerimonie, ed avendo « proposito », esposto, il rispettivo segno[15], che questi spiriti hanno dato o confermato. Quest’ultimo particolare potrebbe anche significare che il vero « character », segno potrebbe essere rivelato direttamente dall’entità in un secondo momento, dopo che l’operatore si sia appoggiato a quello convenzionale stampato nel grimorio. Infatti, elencando subito dopo le caratteristiche dei 7 Spiriti, l’autore scrive che alcuni poteri vengono trasmessi all’uomo  « quem suo charactere dignatur », che è stato giudicato degno del suo segno: quindi è evidente che non si tratta di quello convenzionale stampato nel grimorio! Alla Definizione XXI si darà un particolare aggiuntivo.

 

Seguono poi dei dettagli circa ciascuno Spirito planetario, a cominciare da Aratron, di cui si dice che opera « Astronomia Gratiae Saturnis viribus ascribuntur », con le stesse forze che l’Astrologia[16] attribuisce a Saturno. I poteri di questi Spiriti sono schematizzati in modo settumplice per ognuno:

 

ARATRON-SATURNO

Potere di conglomerazione all’estremo di tutto ciò che vive

Potere di dare e togliere la ricchezza

Potere di offrire demoni assistenti con funzioni specifiche[17]

Potere di insegnare Alchimia, Magia e Magia Naturale

Potere di rendersi propizi i Pigmei

Potere di rendere invisibile

Potere di fecondabilità e longevità

 

Il suo segno è:

 

BETHOR[18]-GIOVE

Potere di innalzare al vertice di una carriera

Potere di dare ingente ricchezza

Potere di rendersi favorevoli gli Spiriti dell’Aria[19]

Potere di assegnare demoni assistenti planetari[20]

Potere di prolungare la vita fino a 700 anni

 

Il suo segno è:

 

PHALEG-MARTE[21]

Potere di conferire i vertici della carriera militare

 

Il suo segno è:

 

HOCH-SOLE

Potere di longevità in perfetta salute fino a 600 anni

Potere di dare un’ampia conoscenza scientifica

Potere di assegnare efficacissimi demoni assistenti[22]

Potere di apprendere la capacità terapeutica

Potere di trasmutazione sulle sostanze

Potere di accumulo di ricchezza

Potere di essere rispettati dai potenti

 

Il suo carattere è:

 

HAGITH-VENERE

Potere di conferire un bell’aspetto fisico e caratteriale

Potere di arricchimento o impoverimento per mezzo di attività venusiane

Potere di assegnare demoni assistenti fedelissimi[23]

 

Il suo segno è:

 

OPHIEL-MERCURIO

Potere di assegnare facilmente demoni assistenti[24]

Potere di insegnare tutte le arti e i mestieri

Potere di convertire rapidamente l’argento vivo in Pietra Filosofale

 

Il suo segno è:

 

PHUL-LUNA

Potere di trasmutare all’istante tutti i metalli in argento

Potere di guarire l’idropisia

Potere di far vivere 300 anni

Potere di assegnare spiriti assistenti dell’elemento Acqua[25]

 

Sempre all’interno di questa importantissima Definizione XVII, l’autore dell’Arbatel elenca 7 precetti generalissimi « huius secreti », di questo segreto[26] dell’evocazione degli Spiriti Olimpici, dei quali i seguenti sono certamente interessanti:

 

1 Uno spirito planetario agisce sempre assieme a tutti i suoi spiriti dipendenti. Ciò dimostra che in realtà si tratta di un Principio unico che si manifesta in maniera condizionata solo per l’accessorietà dell’intervento richiesto. Demoni e spiritelli vari sono semplicemente proiezioni e adattazioni di una coscienza superiore.

 

2 Ha il potere di realizzare eventi in maniera istantanea qualora evocato allo scopo, mentre in via naturale opera secondo le normali leggi di natura. Ciò dimostra la centralità del suo essere al centro di tutte le cose, ovvero la Coscienza universale.

 

6 Ogni « character » segno, dato dallo Spirito Planetario ha efficacia e validità determinata al compimento dell’operazione richiesta e va usato in corrispondenza alle analogie. Ciò conferma che ad agire è l’intenzione e l’applicazione finalistica della Coscienza superiore e non di una specie di meccanismo ex opere operato.

 

 

XVIII – Questo definizione contiene un enunciato di sorprendente lucidità: i nomi degli Spiriti Olimpici non sempre si corrispondono nei documenti, perché ogni singolo autore ha menzionato il nome che gli veniva dato direttamente dallo spirito in questione, e ciò si spiega perché, come detto prima, lo Spirito agisce in comunione con tutti i suoi dipendenti e può, quindi, assumere diversi nomi in base alla finalità ed anche alla personalità dell’evocatore. Quindi quest’ultimo, per ottenere la comparsa dello Spirito, non lo deve congiurare con il nome tradizionale ma attraverso la ritualità analogica.

XIX – « Olympus et eius incolae », l’Olimpo e i suoi abitanti[27], si mostrano spontaneamente, talvolta, all’uomo, porgendogli i propri servigi ma capita anche che in base alle affezioni e sensibilità dell’operatore, si possano mostrare invece subordinati di natura negativa, attirati dalla polarità del mago, che andranno ad alimentare i suoi cattivi istinti. Tutto ciò è compendiato nel detto famoso tra i cultori di magia che non bisogna mai accettare i servigi che questi Spiriti offrono spontaneamente al mago…

 

XXI – Quando si voglia evocare uno Spirito Olimpico, si deve osservare il momento della nascita del sole nel giorno analogico al tipo di spirito che si vuole evocare, come già detto alla Definizione XVII, ma si aggiunge il particolare della preghiera da recitare, che qui viene scritta in forma devozionale secondo le usanze dell’epoca. In realtà, come traspare dalla stessa devozione da recitare, occorre formulare pneumaticamente e per tutta la durata dell’ora planetaria di competenza ciò che si vuole ottenere dallo Spirito.

 

Ecco cosa si deve intendere secondo un apprezzato storico dell’argomento, per formulazione pneumatica, cioè in cosa consiste la magia pneumatica:

 

« L’uomo dotato di un eghemonikòn situato, in generale, nel cuore, che è l’organo corrispondente al sole nel cosmo, ha la capacità di imprimere cambiamenti volontari alla propria fantasia. Questi cambiamenti si trasmettono, in virtù della continuità del pneuma, agli oggetti visualizzati dall’azione dell’operatore (…) Si tratta di sviluppare dei fantasmi appartenenti a una certa serie planetaria (per esempio gioviana). Questi cominciano a condurre un’esistenza propria e, divenuti volatili, si dirigono sul pianeta a cui sono collegati per analogia. Lì si caricano di potenza astrale e ritornano verso l’operatore, pronti ad eseguire i suoi comandi »[28].

 

XXII – In questa e nella successiva Definizione, l’autore continua nella sua pratica di negare per potere meglio affermare. Così, dopo aver detto che solo Dio può rivelare all’uomo i segreti della natura, prosegue dicendo che è stato permesso agli Spiriti di fare delle rivelazioni sia di ordine divino che naturale che umano. Quindi invita il lettore a fare una scelta oculata tra quei segreti che più gli aggradano! Infatti lo informa che tali segreti si possono conoscere sia « per spiritus in forma personae », mediante spiriti di apparenza corporea, sia « per virtutes separatas », mediante intelligenze incorporee, sia « per organis humanis », mediante facoltà umane, o in altri modi ancora. Così basta scegliere lo Spirito da evocare e chiedere di avere la rivelazione del dato segreto.

 

XXIII – I segreti più importanti che l’uomo può dunque apprendere sono in numero di sette[29]:

 

1 la guarigione di tutte le malattie nello spazio di sette giorni, per mezzo dei segni, di cure naturali o per intervento degli Spiriti.

2 la possibilità di allungare la propria vita fisica a piacere e a qualunque età come era dato agli antichi Patriarchi.

3 avere l’obbedienza di tutti gli spiriti degli elementi che abbiano una forma corporea, cioè i Pigmei, le Sagane, le Ninfe, le Driadi e « sylvaticorum hominum », i Satiri.

4 Conversare con le intelligenze di ogni ordine visibile e invisibile.

7 Rigenerarsi come fece Enoc « rex inferioris mundi », sovrano del mondo sublunare.

Si tratta, scrive l’autore, di segreti che non offendono Dio, quindi leciti.

In numero di sette si possono assommare anche i segreti « mediocria », meno importanti:

 

1 la trasmutazione metallica volgarmente detta Alchimia.

2 la guarigione delle malattie per mezzo di metalli o pietre preziose, pietra filosofale e simili.

3 creare artifici mediante conoscenze astrologiche e matematiche, come le macchine idrauliche, e procacciarsi affari grazie a corrispondenze astrali.

4 qualsivoglia operazione di magia naturale.

5 prevedere ogni evento del mondo naturale.

6 Conoscenza profonda di tutte le arti manuali.

7 conoscenza profonda di tutte le arti intellettuali.

 

Infine sono sette di numero anche i segreti minori:

 

1 Saper esercitare un mestiere e guadagnarci molto denaro.

2 Salire da una umile condizione sociale ad una superiore, trovarsi una nuova famiglia di nobile e illustre casato.

3 Eccellere nell’arte militare, condurre a buon fine numerose imprese e trovarsi a fianco di capi di stato.

4 Essere buon padre di famiglia sia nella vita cittadina che in quella di campagna.

5 Essere un commerciante industrioso e fortunato.

6 Essere filosofo sommo in ogni campo della materia.

7 Essere teologo sommo in ogni campo della materia.

 

XXV – Tutta questa Definizione consiste in un bel sermone il quale vorrebbe far credere al lettore che cotanti segreti si ottengono con un atteggiamento devoto e religioso.

 

XXVI – Naturalmente qui viene la contraddizione del precedente discorso: « Alia via est communior », c’è un’altra via che porta allo stesso risultato (rispetto a quella devozionale, mistica, exoterica), che può essere rivelata anche « te inscio » inconsciamente, mediante il contatto degli Spiriti o dei sogni o di visioni lucide o ancora dalle Intelligenze celesti. E’ la via che hanno percorso « viri heroici sicut sunt plerique omnes docti viri », gli uomini eroici, quali sono quasi tutti gli uomini di studio, da Platone fino al Padre dei Segreti: Teofrasto Paracelso, nonché personalità del mondo pagano come Omero, Pitagora, Orfeo e altri. Come se non bastasse, l’autore aggiunge che percorsero questa via esoterica anche  i « Nymphidici », i figli delle Ninfe o figli di Melusina e Dei essi stessi come Achille, Enea, Ercole, Ciro, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Lucullo (deo gratias…), Silla e Mario[30].

 

Noi, aggiunge infine l’autore, detestiamo « omnes Cacomagos », tutti i Maghi Neri, che si alleano con i demoni mediante pratiche illecite, come quella di Giuda menzionata dalla Bibbia o tutte le idolatrie antiche e moderne, quali l’abuso dei metodi di divinazione; l’evocazione carontica dei morti come fece re Saul con la donna, o il vaticinio della battaglia di Farsalo mediante il soldato morto[31].

 

XXVII – In questa Definizione viene data l’istruzione per tracciare il cerchio dei sigilli dei segreti del mondo. Si tratta di un cerchio con un centro A, diviso in 4 settori contrassegnati all’esterno del cerchio dalle lettere B,C,D,E. Il settore BC va orientato a Est, quello CD a Nord, quello DE a Occidente e quello EB a Sud. Ognuno dei quattro quadranti va quindi suddiviso in sette parti, che sono i riquadri che si vedono verso il centro del cerchio (vedi pagina seguente). Questi a loro volta vanno divisi in 28 settori ciascuno, cosicchè i settori totali del cerchio sono 112 (28x4). Il Principe dei Segreti d’Oriente risiede nel suo “spicchio” di quadrante immediatamente vicino al punto A, che sarebbe Dio. Così pure gli altri Principi: d’Occidente, del Nord e del Sud. Ognuno di essi ha a sua disposizione quattro Ministri, più tre satrapi anch’essi con quattro Ministri. Il Principe dei Segreti d’Oriente dispensa la saggezza, quello d’Occidente ogni forza, quello del Sud ogni tipo di dottrina, quello del Nord ogni tipo di disciplina morale. Conseguentemente, secondo una gerarchia già evidenziatasi prima, a Oriente si trovano i grandi segreti, al Sud quelli di medio valore, e a Occidente e a Nord i segreti di relativamente piccolo valore.

 

« Usus huius secretorum sigilli », l’impiego di questa figura[32] di segreti, è quella di identificare la direzione da cui provengono o a cui bisogna rivolgersi, degli Spiriti o Angeli. Il nome di essi deriva direttamente dalle funzioni che svolgono. E’ interessante notare che non viene dato nemmeno uno dei nomi e delle qualità di questi spiriti. Omissione voluta dall’autore? Così pare, poichè viene detto che i loro poteri rispecchiano una precisa funzione datagli da Dio, cosicchè « unusquisque sibi facile eorum formaverit nomina in sua lingua » ciascuno da sé potrà facilmente assegnargli i nomi nella sua lingua! Ciò è estremamente significativo e se si pensa che questa riflessione è del XVI° secolo, ci permette di capire che l’autore dell’Arbatel non era un iniziato di basso livello, poiché dimostra di comprendere quello che solo tre secoli dopo venne compreso dal McGregor Mathers, e cioè che i nomi di tante entità della Magia sono quelli di divinità di antichi popoli, di alcuni dei quali si è perso perfino il ricordo o nomi dati da precedenti Maghi, il cui valore evocatorio era legarto alla sola persona di quei singoli Maghi.

 

Hagith, per esempio, Spirito Olimpico di Venere, potrebbe essere l’antico nome, ancorchè deformato, della divinità cananea della Fortuna Gad[33], poiché questo nome è molto simile all’ebraico haggith che significa appunto Fortuna. Quindi, seguendo le rare e oculate traccie fornite dall’Arbatel, si può dire che Nomi e Segni di tutte queste entità hanno un valore puramente “suggestivo”, atto a mettere in moto una corrente di magnetismo evocatore che in un secondo momento darà all’operatore nome e segni “veri”.

 

Cosicchè, continua l’Arbatel, basterebbe che l’operatore si ponesse in una condizione di spirito adatta, facendo a meno di nomi e sigilli, poiché « haec fides superat omnia sigilla et subiicit illos voluntati hominis », questa attitudine è superiore ad ogni sigillo e sottopone quest’ultimi alla volontà dell’operatore. Il problema è che però, in questo modo, cioè con questa « πνευματικήν επιστημήν », scienza pneumatica, si corre il rischio di assecondare le mire del demonio, ovvero di seguire le passioni e gli istinti più terreni. L’autore quindi raccomanda di essere austeri e religiosi allo stesso tempo.

 

XXVIII – Questa attitudine, questa meditazione fantasmatica e pneumatica è chiamata dall’autore, exotericamente, quasi un eccitarsi nella preghiera, un “infiammarsi” pregando: « Conclusio secreti secretorum est, ut se quiscque excitet ad orandum, quod quis desiderat, et non patietur repulsam », il succo del segreto di tutti i segreti è che se ciascuno si eccita nel pregare per ciò che desidera, non avrà un rifiuto.[34]

 

XXIX/XXX – Si possono con questo sistema evocatorio soddisfare tutte le passioni, compresa la « Tyrannides », il successo in politica purchè « si adnitantur sedulo. Unusquisque pro suo fato et industria, ac scientia magica » ci si sforzi con ogni energia. Ciascuno grazie alla sua predisposizione, diligenza e conoscenza magica. La storia di Melusina lo attesterebbe[35]. Naturalmente nella visione exoterica tutto ciò va incontro alla riprovazione e al castigo divino.

 

XXXI-XXXIII – Si incita ad evocare[36] il Principe di uno di questi Quadranti per interferire nella vita politica di uno stato fintantochè, almeno, un altro mago non lo distolga e ne dirotti l’attenzione verso altri obiettivi. Segue quindi un esempio politico relativo ad uno Stato con delle allusioni che richiederebbero l’intervento di uno specialista in Storia. Questa discesa nella politica è peraltro sintomatica dell’epoca ricca di rivolgimenti in cui venne scritto l’Arbatel, ma è anche un indice dell’involgimento spirituale di molti iniziati. Viene aggiunto che se invece si vogliono richiedere per sé delle cariche politiche o degli onori sociali, non al Principe ma ad un Satrapo ci si deve rivolgere. Se invece si vogliono avere ricchezze ci si deve rivolgere « Divitiarum Principem », al Principe delle Ricchezze (altro Quadrante) e ai suoi rispettivi Satrapi.

 

XXXIV – Ma come si deve evocare? « Omnis evocatio est unius generi et formae », ogni evocazione è di un sol tipo e forma, ed era un tempo ben conosciuta dalle Sibille e dai grandi sacerdoti, ma oggi è pressocchè sconosciuta, sia per ignoranza che « per impietatem », per empietà, e ciò che resta è ridotto a superstizione e un cumulo di falsità. Non ci si deve sforzare troppo per capire che si allude al tramonto dei culti pagani. Se però si va al VI libro dell’Eneide e si legge in  che modo Enea e la Sibilla evocavano….

 

XXXV – La mente umana è l’unica causa « mirificorum operum » di queste operazioni spettacolari, purchè sia unita allo Spirito. Assieme a questo compie ciò che vuole. Pertanto « caute in magicis procedendum », si deve esser cauti nella pratica magica, per non correre il rischio di rimaner vittime « Syrenes et monstra », di Sirene e larve, le quali possono ossessionare la mente umana. Si deve rimanere costantemente « sub alis Altissimi » sotto le ali dell’Altissimo, e non offrirsi spontaneamente alle fauci del leone ruggente. Infatti coloro che bramano le cose mondane difficilmente sfuggono a Satana.

 

XXXVI – Bisogna prestare attenzione a non mescolare le diverse esperienze evocative, cioè bisogna compiere una sola operazione per volta, solo così si riuscirà a rendere efficace il sistema delle evocazioni analogiche. Solo così passeranno dalla potenza all’atto tutte quelle « constellatis vocabulis et characteribus, lapidibus et similibus maxime latent influentiae seu virtutes », influenze o virtù che si nascondono del tutto in vocaboli e  segni celesti, nelle pietre e in altre cose del genere, nonché quelle « dictiones » parole di potenza che una volta pronunciate ci fanno essere serviti dalle creature visibili e invisibili del nostro mondo (Acqueo, Aereo, Sotterraneo e Olimpico), nonché di quello celeste e infernale.

 

XXXVII – La dottrina delle corrispondenze analogiche ci permette di conoscere tutti questi esseri nelle loro vere essenze e ripartizioni (di luce e di tenebra), anzi, ce ne facilita il contatto. Il regno delle entità tenebrose lo si contatta e riconosce perchè « partim pulcherrimum in rebus transitoriis et caducis », è bellissimo per ciò che concerne l’ambito delle cose transitorie e caduche, anche se poi è sommamente ripugnante e disgustoso perché sommerge tutto con la sua idolatria, i peccati, i crimini, il disprezzo di Dio e le bestemmie contro Lui e la sua opera, il culto dei demoni, la disubbedienza verso i Magistrati, le sommosse, gli omicidi, le ruberie, la prevaricazione, l’adulterio, la nefanda libidine, le rapine, i furti, la falsa testimonianza, lo spergiuro, la brama di dominio.

 

Questo è il regno delle tenebre, scrive l’autore; evidentemente per chetare e confondere quei probabili lettori che sarebbero andati di corsa dall’inquisitore a denunciarlo!

 

XXXVIII – Ad un primo esame, si può dire che la magia è duplice; scrive l’autore. Una è trasmessa da Dio alle creature della Luce. L’altra è anch’essa originata da Dio ma viene trasmessa alle Creature delle Tenebre. Quest’ultima magia è a sua volta doppia: in un suo aspetto, si costringono le creature malefiche a compiere azioni a fin di bene; nell’altro si lascia l’uomo libero di trafficare con queste nature tenebrose per meglio punirlo dei suoi misfatti.

 

Da un primo punto di vista, si può dire che la magia da una parte agisce per mezzo di strumenti visibili sul mondo sensibile; da un’altra con mezzi invisibili su un mondo invisibile; da un’altra ancora mescolando le cose.

Vedendo le cose in un terzo modo, si può dire che la magia si compie tramite la sola invocazione di Dio: attraverso un’azione profetica e filosofica oppure mediante un’azione “teofrastica”[37]. A causa dell’ignoranza che si ha nei confronti dell’idea di Dio, c’è chi invece questa invocazione rivolge ai Principi degli Spiriti, e costoro sono quelli che fanno l’opera dei Mercurii (Alchimisti).

Da un quarto modo di vedere la cosa, c’è la magia che scende da Dio attraverso i suoi buoni angeli e viene esercitata in Suo nome e questa è la magia dei Baalim[38]; e c’è la magia di chi si rivolge ai Satrapi dei cattivi Spiriti, come facevano i popoli pagani con le loro divinità minori.

Un quinto modo di considerare la Magia, è che da una parte alcuni operano trattando faccia a faccia con gli spiriti; e questo è di pochi. Da un’altra si agisce attraverso i sogni e i presagi, com’era costume tra i popoli pagani.

La sesta suddivisione della Magia è che c’è chi opera attraverso creature immortali e altri che operano attraverso creature mortali, come le Ninfe, i Satiri e simi abitanti degli altri elementi, come i Pigmei ecc.

Infine la settima ripartizione della Magia è quella che vede da una parte uomini che vengono obbediti subito dagli Spiriti anche « sine arte », senza apparati cerimoniali; e dall’altra uomini che anche con tali apparati a fatica riescono a farsi obbedire.

 

E’ ben evidente come questa 38ª Definizione si sforzi di far comprendere al lettore in ben sette modi diversi, come in fondo la Magia sia un’arte che si compie dentro se stessi in maniera più efficace e vera di quanto la si possa compiere all’esterno con riti e cerimonie, anche se poi tutto ciò venga introiettato.

 

XXXIX - LA SETTUPLICE PREPARAZIONE ALL’APPRENDIMENTO DELLA MAGIA

 

1 « per scalam creationis et creaturarum », attraverso lo studio delle analogie.

2 scendendo in se stesso e studiandosi.

3 qui viene data una prescrizione di carattere religioso devozionale.

4 si cerchi di capire verso quale tipo di Magia si è per fatalità di nascita portati.

5 si osservi se, al momento delle decisioni importanti della vita, si avverte la presenza di qualche Spirito.

6 non si rivelino segreti confidati da qualche Spirito, poiché non tutto si può dire.

7 si mantenga un grande equilibrio di pensieri e azioni.

 

XL – Quando dunque l’operatore avverte attorno a sé o dentro di sé una qualche presenza incorporea, si deve regolare in base a sette precetti che, però, sono tutti di carattere religioso devozionale moralistico pur con la giusta precisazione di non tributare alle apparenze spiritiche un culto idolatrico e sostanziale.

 

XLI – Qui l’autore informa di essere giunto alle ultime nove Definizioni di questo tomo « quibus totam isagogicam magiam concludemus », con i quali concludiamo tutta la Magia Introduttiva. Inoltre vuole spiegare cosa debba intendersi per Mago: colui che, grazie all’appoggio divino, può essere obbedito da tutte le entità spirituali per meglio conoscere la creazione nei suoi aspetti visibili e invisibili. Invece « cacomagus », il mago nero, è colui che viene servito dagli spiriti al solo scopo di farsi rovinare l’esistenza e dannare l’anima. Maghi di tal fatta sarebbero stati quel Simone di cui si scrive negli Atti degli Apostoli e in Clemente alessandrino, nonché tutti coloro che venivano imputati in base all’antica legge romana delle XII Tavole. Infine l’autore promette di trattare più dettagliatamente le due specie di magia, quella divina e quella nera, nei tomi successivi. Che questi siano stati scritti o che, più probabilmente, siano rimasti solo nelle intenzioni dell’autore è cosa che non si può affermare con certezza.

 

XLII – Vien detto che veri Maghi si nasce, per predestinazione, sia nelle opere di bene che in quelle di male, tuttavia non è impossibile che si acceda a questa scienza anche per uno sforzo cognitivo personale, il quale però addurrà l’operatore più facilmente verso i pericoli della magia nera che verso una vera realizzazione spirituale. Nella successiva Definizione XLIII si sottolinea ancora una volta la diversità fra magia divina e magia nera: la prima cerca la comunione con la Creazione e utilizza le ricchezze acquisibili per opere di carità; la seconda persegue fini egoistici.

 

XLIV – Il passaggio dalla vita dell’uomo comune a quella magica è analogo a quello tra il sonno e la veglia; ciò che all’uomo giunge in modo indiretto al Mago perviene in forma pienamente cosciente. Quest’ultimo è in grado di percepire se i suoi pensieri sono veramente suoi o sono quelli di una qualche entità. L’uomo comune « magiae imperitus », ignaro della magia, invece non è in grado di discernere nulla nel marasma delle passioni e degli istinti che lo attanagliano e non è in grado, come invece il Mago, di difendersi da tutto ciò che può minacciarlo.

 

XLV – « Summam magiae praeceptum », la più importante avvertenza in magia è di saper distinguere quando l’aiuto offerto da uno Spirito assistente è da accettare o da rifiutare. Ciò è da collegarsi a quanto detto prima circa la scelta che si deve fare tra le due forme di magia.

 

XLVI – Un precetto ermetico alla base della dottrina delle corrispondenze analogiche dice che « simile gaudet simili », il simile partecipa del simile, cosicchè il Mago attirerà a sé soltanto quegli spiriti che gli sono analoghi per disposizione interiore e qualora volesse andare oltre queste sue predisposizioni, verrà inevitabilmente ingannato nel suo orgoglio da uno spirito malvagio che lo condurrà alla rovina. E ciò viene ribadito anche alla definizione XLVII.

 

XLVIII – Ogni differente genere di magia è tale perché frutto della rivelazione di ben precise categorie di Spiriti. Questo fu appunto il caso di Esiodo, iniziato « novenam magiam », alla magia novenaria dalle nove Muse e così anche per altri importanti personaggi. Nessuno dunque pensi di attribuirsi il merito di una qualche forma di sapere magico, poiché questo viene solo dall’alto. Gli stessi Romani[39] vennero istruiti nella magia da Tagete, spirito sorto dalla terra, e anche tutti gli altri popoli pagani. L’autore precisa infine che solo i Sadducei pensavano erroneamente che le religioni pagane fosse opera di menti umane. Pur non essendo eretica, questa affermazione suona strana, quasi un’ultima frecciatina contro i popoli rigidamente monoteisti.

 

XLIX – L’ultima Definizione[40] è una lode a Dio e al suo culto, ma collegata alla precedente affermazione contro i Sadducei, ha il sapore anch’essa di un affermare, negando, un’antico amore per il paganesimo: Summum Sapientiae Studium…

 

Senciner

 



[1] Il sigillo di Hagith rovesciato è un errore che si riscontra anche in un’opera del 1686 intitolata La Piccola Chiave di Salomone o Theosophia Pneumatica e che anzi potrebbe essere l’elemento che comprova la “falsità” del Grimorio di Turiel. Quest’ultimo fornisce per ogni Spirito Planetario la composizione di una miscela aromatica da bruciare. Anche in questo caso vi abbiamo riscontrato, in base all’analogia, diversi errori.

[2] Abbiamo tradotto l’originario « aphorismus » con definizione, poiché non si tratta sempre di veri e propri aforismi come si intende in italiano moderno, ma più spesso di spiegazioni e di enunciati tecnici.

[3] Questa ipotesi è per noi confortata dal fatto che l’autore, nell’illustrare i contenuti dei nove tomi, specifica chiaramente che il primo si occupa di Magia Pneumatica, termine che aveva riferito subito prima come sottotitolo dell’intero Arbatel!

[4] Collezione Parvula Magna n°3 - Giuliano Kremmerz LO SPUTO DELLA LUNA – dossier segreti di Ermetismo e Alchimia – nuova edizione rifatta sotto forma di dizionario, sub voce Angeli e demoni.

[5] Il Pneuma greco, che in italiano traduciamo come soffio vitale, traduce il sanscrito prana e l’ebraico Ruah. Tuttavia qui il termine riferito alla magia dell’Arbatel va inteso in un significato più ridotto, anche se non meno importante e che è stato ben spiegato da Ioan Petru Couliano nel suo Éros et Magie a la Renaissance, Flammarion, Paris 1984.

[6] Da Apollonio di Tiana, celebre teurgo dell’epoca imperiale.

[7] Ricordiamo che con un titolo simile, Liber Institutionum activarum (Libro di Istruzioni pratiche) era già noto in forma manoscritta, tradotto in latino nel XIII sec., un libro di magia proveniente dall’ambiente di Harran, meglio conosciuto come Liber Vaccae o Liber Aneguemis.

[8] I Pigmei sono detti più avanti uomini filosofali. Gerard Dorn scriverà più tardi, nel 1584, alla voce PIGMEI del suo Dictionarium Paracelsi: « sono detti Pigmei gli omiciattoli o Spiriti sotterranei, detti anche faci o scintille. Si pensa che non siano mai stati generati né che abbiano genitori ma che siano sorti soltanto dal corrompersi della terra, come per gli scarabei, nati dal letame equino putrefatto ».

[9] M. Haven (H. Lalande): La Magie d’Arbatel. Editions Des Cahiers Astrologiques, Nice, 1946.

[10] Il testo latino in questo definizione parla esplicitamente di Olimpo al posto di Firmamento. C’è quindi una netta identificazione ideologica, anche se sfumata dalle sottigliezze grammaticali.

[11] Si noti in questa numerazione il fatto che ogni numero dista dai suoi contermini di sette unità, e anche la somma totale di essi, 196, ridotta teosoficamente (1+9+6=16=1+6) dà sempre sette.

[12] Astrologia della Grazia è un termine usato da Paracelso per indicare l’astrologia. Grazia va intesa in senso teologico.

[13] La sequenza dell’Arbatel è: Aratron-Sabato, Bethor-Giovedì, Phaleg-Martedì, Hoch-Domenica, Hagith-Venerdì, Ophiel-Mercoledì, Phul-Lunedì.

[14] Tritemio però assegna una sequenza planetaria diversa da Arbatel: è la nostra settimana ma all’incontrario, da Sabato a Domenica. Inoltre i nomi degli Spiriti Planetari dati da Tritemio sono diversi, tutti ebraizzanti. In comune vi è solo Ophiel ma assegnato a Saturno.

[15] Facciamo presente un particolare che può sfuggire per il modo defilato in cui viene esposto, quando cioè si dice che questi Spiriti possono essere evocati invisibilmente, vale a dire senza apparato cerimoniale esteriore, e soltanto immaginandoli. Infatti il verbo latino “proponere” ha anche il significato di pensare, immaginare, il segno dello Spirito.

[16] Quindi le corrispondenze analogiche sono le stesse di cui alla nota 9.

[17] Aratron ha infatti al suo servizio, scrive l’Arbatel, 49 Re, 42 Principi, 35 Satrapi, 28 Duchi, 21 Ministri, 14 Familiari e 7 Nunzi. Comanda su 36.000 legioni di 490 spiriti ciascuna. E’ ovvio che tutti questi numeri sono simbolici ed hanno attinenza con una precisa ciclicità planetaria.

[18] Pare che Bethor, se invocato  « cito advenit », sopraggiunge presto o facilmente.

[19] I quali danno responsi veritieri, favoriscono lo spostamento delle ricchezze, rendono portentoso l’effetto delle medicine.

[20] Bethor ha sotto di sé 42 Re, 35 Principi, 28 Duchi, 21 Conciliatori, 14 Ministri, 7 Nunzi e 29.000 legioni di spiriti.

[21] E’ chiamato dall’Arbatel « Pacis princeps », principe di Pace, nel senso evidentemente che i Romani davano al motto: “se vuoi la Pace prepara la Guerra”…

[22] Ha sotto di sé 36.536 demoni assistenti. Anche in questo caso si tratta di un numero simbolico e chiaramente solare.

[23] Ha sotto di sé 4.000 legioni di spiriti

[24] Ha sotto di sé 100.000 legioni di spiriti