VICTOR-ÉMILE MICHELET
L’AMORE E LA MAGIA
traduzione dal francese di Remo Mangialupi
PREMESSA
Quattro uomini hanno dato del mistero dell’amore un concetto molto vicino alla realtà: Aristofane, Platone, Avicenna e Leone Ebreo. Non è proprio il caso, infatti, riferire in queste mie frivole pagine, della luce che hanno gettato sulla caverna tenebrosa in cui si nasconde l’Eros eterno, oltre agli Indù, tre geni supremi: Dionigi Aeropagita, Henri Khunrath e il sublime ciabattino, Jacob Böhme. Questi tre iniziatori, simili per conoscenza, dissimili per espressione, parlano da altezze inaccessibili a chi non appartiene alla loro schiatta. Grandi poeti, però, ne hanno invece discusso. Ogni nuova parola dunque pare superflua.
Così, le pagine che seguono sono davvero inutili. Avendo già trattato in precedenza sulle relazioni tra l’amore ed il mondo occulto, ritenni che le note scritte in questo caso non meritassero di venire rese pubbliche. Le pressioni degli amici mi hanno deciso a farlo. Non si tratta quindi di un libro ma piuttosto di una serie di annotazioni in cui sfioro argomenti molto profondi, l’amore, l’arte ed il Mistero. Mi perdonino le potenze dei nove Cori celesti se ho svolazzato, con mano frivola, su argomenti belli e temibili, quasi fossi una farfalla che si posa indifferentemente sia sulla spalla della Venere ionica che sul bordo tenebroso dell’Erebo.
PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE (1926)
Sono passati anni da che ho scritto queste pagine. Le ho rilette con severità. Sono complici anch’esse del gran crimine moderno che è la divulgazione? Oggi il mondo, spaventato, si accorge – troppo tardi – che la divulgazione di conoscenze un tempo tenute nascoste dalla prudenza degli antichi concorre a distruggere senza speranza la civiltà occidentale. La magia inconsapevole che incede nei laboratori scientifici ha scatenato i peggiori demoni distruttori. Dii omen avertant! Ebbrezza di conoscere! Frenesia di diffondere! Tutto il valore intellettuale si limita nel resistere a questa vertigine in cui precipita questo secolo sconvolto. Invano Goethe gli ha fatto scorgere la rovina dell’apprendista stregone.
Le rivelazioni apportate dai Dialoghi d’Amore nei confronti di questa forza che regge il mondo, l’Amore appunto, sono state davvero così pericolose come ha creduto Eliphas Levi? Non lo credo. Queste sono inaccessibili per i profani. L’amore è l’argomento su cui si è scritto di più. E’ quello che maggiormente appassionerà sempre gli umani. Sotto il profluvio di parole dette su di lui, il dio Eros rimane sempre magnetico, temibile e nascosto. Come ogni astro ha la sua faccia oscura, come la terra ha la sua antiterra, l’amore ha il suo antipodo: il mistero di Anteros rimane inviolato.
Ogni dio, ogni forza ha le sue due polarità opposte: una creativa, l’altra distruttiva. Il rito che le domina consiste nel dirgli a tempo debito coagula o solve. L’amore, dio primigenio, è, lui stesso, assoggettato a questa legge, e la perigliosa arte della magia si fonda sulla comprensione di questa legge.
Colui che la vuole apprendere mediti le parole dell’Apocalisse:
chi vuol mangiare la manna nascosta
si vesta di bianco
L’OPERA MAGICA
Senza dubbio per il lettore nutritosi ai concetti “del secolo”, quelli trattati in queste pagine appariranno argomenti sconcertanti. Ma se l’ascoltatore ha il diritto di esigere dal recitatore l’impegno e la cura, l’autore, invece, ha il diritto di chiedere al lettore uno sforzo: quello di saper dimenticare. Sì, il bravo lettore deve offrire la sua ingenuità e deporre, per un poco, il fardello del nozionismo affermativo o negativo di cui l’ha appesantito l’educazione contemporanea. “Ah! - si lamentava Malebranche – se non sapessi leggere!”. Lettore benevolo, sei in grado di sbarazzarti della fatuità del secolo? Sì, tu credi a questa scempiaggine: non siamo in grado di capire la scienza della nostra epoca. Non c’è la scienza di oggi o di ieri: c’è solo
Per cominciare, assumiamo uno sguardo panoramico sul programma delle chiacchiere seguenti. Perché riunire in uno stesso titolo questi due termini:
Essi non operano mai da soli.
Ciò che mi propongo di trattare in questa sede è solo la magia – parola assai pretenziosa – nei suoi rapporti con il primo dei suoi due compagni, l’amore e l’arte. Assumo qui il termine Amore, non nel suo senso ristretto, ma nella sua più vasta accezione, nel suo significato religioso. E’ un luogo comune affermare che senza amore non può esserci opera d’arte. Aggiungiamo subito che non si può fare opera di magia senza amore o, - se si fa magia nera, goezia o stregoneria, - senza odio, perché l’odio è il polo negativo dell’amore.
Prima di tutto, mi sembra utile definire cosa si intende propriamente per “Magia”, parola denigrata, tanto temuta quanto ridicolizzata, che risveglia, in certune immaginazioni, una specie di impaurita fascinazione e, più spesso, disegna sui volti un sorriso di sdegnoso compatimento.
La parola “Magia” può designare qualcosa di molto vasto o di molto ristretto. E’, come ogni Scienza Superiore, la vertigine totale dell’Occulto, tutta la conoscenza delle forze segrete della natura, forze conosciute o intuite da un numero molto piccolo di uomini, oppure un piccolo angolo di questa scienza universale, un’applicazione, per uno scopo specifico di qualche arcano di questa scienza.
Nel senso reale del termine, la magia è l’arte di servirsi, per uno scopo determinato, delle corrispondenze esistenti tra il mondo visibile e quello invisibile.
In questa definizione, consideriamo la magia come un’arte. Ma è un’arte fondata su una scienza. Ogni arte, del resto, non si basa sulla conoscenza o, almeno, sulla penetrazione intuitiva di certi segreti della natura?
La magia ha pertanto una parte teorica ed una parte pratica. E’ alla volta scienza e arte. E’, in alcuna delle sue parti, un’arte applicata, realizzatrice. Ciò che cercherò di esporre in queste note che non possono avere la pretesa di trattare cose trascendenti, è l’applicazione delle conoscenze occulte all’amore.
Ho definito prima la magia: l’arte di servirsi, per uno scopo determinato, delle corrispondenze che esistono tra il mondo visibile e quello invisibile, tra il mondo conosciuto e un mondo, non sconosciuto, ma poco conosciuto.
Il segreto di queste corrispondenze e relazioni non è sempre intravisto da coloro che fanno magia. Spesso è solo supposto. A volte è del tutto ignorato o schernito da quelli stessi che se ne servono incoscientemente. Come per tutte le opere anche l’azione magica soggiace ad una legge gerarchica. Si fa magia in gradazioni differenziate. L’iniziato, l’adepto, il mago, fanno opera magica allorchè, coscientemente, sicuri della propria scienza e capacità, gettano un incantesimo destinato a chiamare in loro aiuto certe forze della natura per lo scopo che si propongono di conseguire. Così anche il medico, lo studente di medicina o l’appassionato fanno opera magica quando pongono un uomo o una donna in sonno ipnotico (cosa che non farebbero se sapessero di che si tratta[1]). Ancora, - ed è cosa che affrontiamo subito, - il poeta che scrive un bel poema fa opera magica. Il suo poema è un incantesimo. Anche la giovane donna che cuce, in segreto, nell’imbottitura della giacca dell’uomo che ama una qualsiasi medaglia racchiusa da una ciocca dei suoi capelli, fa opera magica, senza accorgersene. Vedremo a quali forze misteriose e temibili, da essa sconosciute, si è fatto appello.
Se proseguiamo lungo questa strada vedremo ben presto che quasi tutti fanno più o meno della magia senza accorgersene, così come Monsieur Jourdain faceva della prosa.
I pastori-stregoni, i conciaossa di villaggio, i guaritori, certi magnetizzatori praticanti fanno opera magica senza comprendere il misterioso concatenamento di forze che la loro volontà costringe all’obbedienza.
Lasciamo da parte, per il momento, le operazioni magiche inconsapevoli, i maghi che non sanno di esserlo, la folla immobile dei Monsieur Jourdain della magia. Riferiamoci a due esempi di operatori magici consapevoli di ciò che fanno. Li chiamerò magisti. Voglio astenermi dall’usare il termine Mago. Ciò che me ne dissuade non è perché può apparire pretenzioso. Se non si ha qualche pretesa, non si farebbe mai nulla e anche piantare dei cavoli significa pretendere, cioè aver la pretesa di vederli crescere, e di poterli poi mangiare. Ciò che non mi invoglia ad usare il termine mago, è che troppo spesso esso addobba le spalle dei ciarlatani.
Prendiamo dunque uno o due esempi di magisti che fanno opera di magia. Riferiamoci ad uno il cui solo titolo eccita la curiosità: l’alchimista. Lo si scorge nell’aureola dorata della leggenda. Possiede, a dispetto del più acuto scetticismo, il prestigio di creare il contrassegno materiale del potere mondano, l’oro, metallo solare, raggiante come il sole. E’ tutta una fantasia, si dice, ma alla fine, dopo tutto, chi può dirlo? Ciò mi porta, mentre scrivo, ad accennare allo scetticismo in questo campo, quello scetticismo che Carlyle chiama “la preparazione ad una migliore e più ampia via alla credulità”. Ma io non credo allo scetticismo! Per lo meno, credo che lo scetticismo sia solo un sentimento a fior di pelle, a fior d’anima, che non possiede nulla di reale, nessuna profonda motivazione in grado di comprendere il mistero più recondito dell’esistenza. Per quel che mi riguarda non ho mai incontrato un vero scettico. Tutte le volte che ho visto un uomo che si definisce scettico porgere semplicemente, banalmente la mano all’esame di un chiromante, ho sempre visto in quest’uomo un piccolo fremito. E’ il famoso “non si sa mai!”, suprema risorsa dell’estremo scetticismo, il pirronismo.
No, non è uno scettico, perché ogni esistenza è un atto di fede in un assioma. Il battito di un cuore è in accordo con quello del sole, cuore del mondo terrestre. Chi si crede scettico idealmente – ma quant’è vicino il confine del suo scetticismo! – non potrebbe esserlo in cuor suo! Cosicchè, da Pirrone al borghese di Voltaire, ognuno sopravvive grazie alla propria fede. La negazione assoluta sarebbe aver fede nel male, cioè un non-senso. Il male esiste, ma non è, perché, concordano assieme metafisici e teologhi, non è né essenza né sostanza.
Lo scetticismo volgare si accompagna sempre alla necessità di smentire se stessi. Consentitemi di riferire un aneddoto banale, in cui si compendia la disfatta di quell’affermazione negativa che è lo scetticismo. Questa disfatta si è manifestata nelle parole di un piccolo filosofo di 11 anni. Fu sulle coste della Bretagna, di fronte all’Atlantico, su una falesia selvaggia della baia di Douarnenez: luogo deserto di pregnante grandezza. Vi incontrai, un bel giorno d’estate, un piccolo mozzo, un marinaretto del paese, che, avendo capito che il viandante che gli rivolgeva la parola non era quello che loro chiamano “uno straniero”, mi rispose liberamente. Era di precoce intelligenza. Mi riferì che la pesca delle sardine, unica risorsa di quel povero paese di pescatori, non dava risultati. Era successo che, un mese prima, in quello scenario di miseria e desolazione, erano state dette sulla riva del mare sei messe, per implorare che le sardine si facessero pescare.
Il ragazzino disse che appena vennero celebrate le sei messe, si ripescarono le sardine.
Questi era un cervellino fino, sapeva riflettere. Aggiunse: “Ma io non credo a quello che raccontano i preti, però, per pescare le sardine, le messe le hanno dette”.
L’istinto gli aveva detto che non si mette mai in movimento la forza della parola senza causare un sommovimento nelle onde del mondo?
Credo che lo scetticismo di chiunque sia soggetto a simili incertezze. La gente del popolo, che esprime sempre le proprie impressioni com molta più energia rispetto agli uomini di diverso ceto sociale, vi dirà sempre, dopo avervi narrato qualche storia misteriosa di cui fu o credette di essere testimone:
“Io non ci credo, però l’ho visto”.
Così, anche molti vecchi marinai che interrogai a proposito del famoso vascello-fantasma, miraggio del mare che per gli iniziati è una visione oggettivata, leggenda da cui Wagner ha tratto un’opera famosa, molti vecchi marinai mi hanno giurato di averlo visto. Molti aggiunsero pure:
“Io non ci credo, eppure l’ho visto come ora vedo voi”.
Questi aneddoti mi hanno portato un po’ fuori dal tema degli operatori magici e degli alchimisti.
L’alchimista fa opera cosciente di magia. Cerca di condurre l’operazione magica sul piano materiale. Infatti uno degli aspetti della Grande Opera, è la trasmutazione dei metalli, la produzione dell’oro. Prima perà di darsi alla realizzazione della Grande Opera, l’alchimista ha studiato e meditato le leggi evolutive dei metalli. Sa che i minerali, come gli animali e le stelle, sono soggetti alla legge universale evolutiva. Così facendo, agli occhio dello studioso di università passa per uno scemo, per un fantasioso sognatore. Quello studioso crede che in quest’epoca la legge dell’evoluzione, cui qualche spirito moderno gli ha illuminato qualche piccolo andito, si applica solo alle specie animali, mentre il resto della natura si arrangia come può tra le volute incoerenti delle cieche forze che fanno suonare il sinistro violino della casualità.
Altro esempio di opera di magia pratica: la consacrazione di un talismano. Il mago che consacra un talismano secondo i riti tradizionali conosce tutte le leggi naturali simbolizzate da tali riti, ridicoli e infantili solo per chi non ne afferra la portata. Egli sa che questi riti si basano sulla conoscenza delle misteriose corrispondenze che esistono tra ordini della natura posti su piani differenti. Egli sa che, secondo i versi meravigliosamente intuitivi di Baudelaire:
i profumi, i colori e i suoni si corrispondono
Sa a quali forze la sua volontà lancia un richiamo nell’infinito.
Si potrebbero passare in rassegna tutte le opere magiche, dai più alti sforzi teurgici di Apollonio di Tiana fino alle più nere turpitudini della goezia, alle pratiche immonde delle antiche sagane e delle fattucchiere di paese, fino agli incantesimi delle streghe di Tessaglia che, narra la leggenda, facevano discendere la luna sulla terra.
Non che la facessero discendere in un secchio d’acqua, come credono i bambini; era l’influenza del pianeta che veniva attirata con le loro bizzarre cerimonie, attraverso le correnti della luce astrale, per indirizarle verso uno scopo determinato.
Indichiamo succintamente tre esempi di operazioni magiche. Ci resta poi da considerare quali relazioni e corrispondenze
Debbo insistere su questo punto: ogni operazione magica si realizza grazie alle facoltà dell’operatore, che più riesce per quanti più sforzi continui e faticosi vi impegna, così come fa l’artista con un’opera tanto più bella quanto più lavoro, inquietudine e sofferenze vi ha messo dentro.
Se fosse possibile rivelare a qualcuno il segreto alchemico, questa rivelazione non basterebbe a permettergli di creare la pietra filosofale. L’impossibilità di una simile rivelazione è assoluta, perché ogni conoscenza profonda è personale, e nessuno vi accederà mai se non da se stesso. L’Iside dai sette veli non si acquista dai prosseneti. Si concede, nel mistero, a colui che essa elegge dopo averlo messo alla prova. Ben di rado il teorico è anche un realizzatore. I filosofi del fuoco che realizzarono la crisopea, i Nicolas Flamel o i Bernardo Trevisano sono pochissimi. Molto numerosi sono quelli che hanno conosciuto il segreto alchimico. Credo che al giorno d’oggi ci siano al mondo almeno 25 uomini che detengono questo segreto. Quanti di loro hanno potuto vedere nell’athanor l’uovo filosofico trasformarsi in Pietra rossa?
Conoscere il segreto alchemico od ogni altro segreto magico, è come possedere le regole del verseggiare. Non basta per scrivere l’equivalente de I Fiori del Male.
Le ricette più o meno magiche che – stando alla tradizione – fanno amare chi le detiene, possone essere divulgate senza timore. Non c’è pericolo nel diffondere il segreto di filtri e talismani che assicurano l’amore. Tutto questo apparato cerimoniale è del tutto inutile nelle mani di chi non ha il dono di quella che, analogamente e in un altro ambito, i teologi hanno definito col termine di grazia.
Per essere un Don Giovanni, bisogna nascere Don Giovanni. Ha ragione quell’antico mitologo quando narra di quella volta che ognuno degli dei promise di istruire nella sua specialità il figlio di Giove. Quando venne il turno del dio Eros, disse che si sarebbe occupato di insegnare tutto al piccolo nato del maestrato.
La magia è l’arte di comandare alle forze della natura. Esitono queste forze? Se ne può dubitare? Si può negare che viviamo nel mistero del loro agire? “Nasciamo, viviamo, moriamo nel pieno del meraviglioso”. Chi ha detto ciò? Qualche sognatore allucinato? Fu Napoleone. Quale che sia il piano su cui agisce, l’uomo di genio è sempre in rapporto con il cuore della realtà. Costretti a prendere atto di queste forze, gli uomini del mio tempo se ne sono fatta una singolare concezione: le credono morte. Le credono vaghe entità, scialbe astrazioni. Non si accorgono che sono invece esseri viventi e coscienti, divini o demonici secondo i loro legami. Che bizzarro acciecamento! E’ per questi che fu scritto: “Hanno occhi e non vedono”? Parlano di Luce, Calore, Elettricità, termini astratti che evocano ai loro deboli occhi dei non-esseri senza contorni, senza vita e senz’anima. Non si avvedono che la forza che chiamano Luce è il gesto divino di un Essere vivente ed unico che alcuni hanno chiamato Shamash altri San Michele Arcangelo. Non sanno che il Calore viene emanato da un Essere vivente chiamato Vulcano o Loki. Non si accorgono che l’Elettricità è il respiro di un essere vivente: Giove Elicio! Ciechi! Ciechi! Non vedono la realtà. Per loro, il regno delle cause seconde è cinto da un muro di tenebra ed il mondo è un caput mortuum. Ma allora, che siano dannati, perché, secondo la parola del profondo e dolce iniziato mantovano,
felix qui potuit rerum cognoscere causas!
E siccome già si privano della visione delle cause seconde, dell’aorasia degli dei intermedi, che si preparino dunque a subire per l’Eternità il castigo che gli spetta e che consiste nella privazione della visione di Dio, ovvero l’ignoranza della Causa prima, la privazione della Conoscenza assoluta!
Chi allora solleverà il velo su queste Forze viventi? Chi spalancherà la finestra sul panorama del mondo occulto, dell’unico mondo reale? Chi ci libererà gli occhi alla vista degli dei, dei demoni e degli angeli, alla contemplazione delle Gerarchie? Non fate affidamento su alcun insegnamento. Seguite questo assioma: OGNI CONOSCENZA E’ PERSONALE, ESOTERICA E INTRASMISSIBILE. No, nulla può venire insegnato – tranne i metodi. Tutto però può essere intuito. “Il grande segreto è alla portata”, scrive Goethe ed è possibile affidarsi a tutti i Veggenti, a tutti i grandi geni umani. Il gran Veggente è colui che percepisce la realtà vivente e la cui vita, più intensa di quella degli uomini comuni, si dispiega sui diversi piani del mondo. Egli ha un piede nei cicli di là da venire. Anche il grande poeta coglie la realtà vivente, e ne inscrive i riflessi nell’allegoria. Il più glorioso degli uomini, un mendicante, Omero, ci narra delle umane gesta in base alla loro corrispondenza con le gesta degli dei intermedi. Che ammirevole trovata! Grida il profano. Ma via! Pensate davvero che il suo genio avrebbe riscosso l’ammirazione dei secoli se si fosse limitato a mettere in rima delle fantasie? No: egli ha visto che la vita umana si snoda sulle orme dell’Invisibile e a questa consapevolezza ha dato forma. Come lui hanno fatto anche Firdusi e Dante. Ognuno ne ha dato una descrizione diversa, non poteva essere diversamente. Mettete Ruysdael e Poussin di fronte alla stessa scena. Realizzeranno due quadri diversi.
Lungo i secoli la catena degli iniziati si trasmette un assioma: “Il Grande Arcano è intrasmissibile”. Sì, perché lo può avere solo chi è predestinato. La dottrina della grazia è sempre intangibile. Ma se il Grande Arcano non si può trasmettere, la sua formula è scritta dappertutto. La sanno leggere, nell’infinità dei suoi significati, coloro che hanno già capito il senso vivente della parola che lo racchiude.
Però, dicono i nostri contemporanei, se nessuna conoscenza è trasmissibile, che ne è del nostro insegnamento? E che cos’è la nostra scienza di cui andiamo così fieri, la nostra scienza che, in meno di un secolo ha cambiato le apparenze della vita sociale? Che sono i nostri dottori e inventori? Il vostro insegnamento? E’ una caverna da cui scappa ogni spirito libero. La vostra scienza? Non è che la comprensione di un certo numero di piccoli Misteri. I vostri grandi studiosi? Ammirevoli adattatori di metodi, meravigliosi inventori di manipolazioni. Ecco cos’è; è molto, ma nulla di più. Ho detto “piccoli Misteri”. Cosa sono?
Il mondo antico, con maggiore perfezione di quello moderno, era strutturato gerarchicamente. Era una teocrazia umana stabilita per essere in corrispondenza con i piani del mondo sovrumano. L’umanità non può organizzarsi diversamente, se vuole sopravvivere. La stessa cosa si ripete nel mondo moderno ma con minore perfezione: il Cristianesimo vive per il suo collegamento con il mondo dei Santi; il mondo giallo vive del suo ricollegamento con lo spirito degli Antenati.
Ora, nell’Antichità, gli Iniziati trasmettevano, nel segreto del Tempio, certe conoscenze ad alcuni discepoli scelti con cura. Ed il Tempio si ricollegava ad una gerarchia di iniziati. Tratteneva presso di sé, fatto raro, gli iniziati ai Grandi Misteri e disperdeva nel Mondo profano gli iniziati ai piccoli Misteri. Ciò che costituiva i piccoli Misteri corrisponde oggi più o meno alle scienze insegnate nelle nostre università, aspetti relativi, variabili di alcune verità. Aspetti variabili che non portano mai alla certezza. Ciò non è forse dimostrato con straordinaria evidenza, non solo dalle scienze fisiche o, dopo cinquant’anni, da meravigliosi inventori che stravolgono da se stessi tutte le dottrine successive, ma pure per le scienze matematiche, di apparenza più stabile, nelle quali abbiamo visto un enfant terrible dell’Occulto, il polacco Wronski, rivivere nei suoi discepoli postumi per rovesciare dal suo capitello di marmo la geometria euclidea e contrapporgli il concetto dello spazio a più dimensioni?
Quanto ai Grandi Misteri, non potevano venire diffusi in forma exoterica. Ne erano partecipi solo i predestinati, quelli marchiati in fronte col sigillo del destino: “i due volte nati”, dicevano gli antichi poeti, coloro che avevano raggiunto certe età mistiche già note ai Framassoni. Li riconoscerete, se siete chiromanti, dal segno tracciato sulla loro mano destra, alla base dell’anulare. Ogni forma umana è infatti una rivelazione nella carne, e i segni inscritti su essa, sia nella mano che nel corpo intero, sono leggibili per chi sa intenderli. Segnature del cielo, diceva il colorito linguaggio astrologico. I profeti e i rivelatori di religioni adattano questi Grandi Misteri a tutti, affermando giustamente che fanno strada per chi li seguirà: “Vi dono il Tao,
Tra i Grandi Misteri e i piccoli, tra i Supremi e gli inferiori, intercorre tutta una gerarchia di Misteri ognuno dei quali corrisponde ad un anello della catena senza fine. Certi, tra questi intermedi, sono sufficientemente sondati da audaci ricercatori per poter essere adattati ai bisogni dell’umanità. Questi ardimentosi esploratori rivelano a tutti le applicazioni che ne conseguono, rendendole di dominio pubblico. Prima che i figli della lupa costruissero le mura di Roma, c’erano, si dice, nei santuari etruschi, iniziati che sapevano produrre prodigi invocando un dio che chiamavano Giove Elicio, dio misterioso del quale conoscevano solo la potenza. Costoro erasno appunto i sacerdoti di Giove Elicio. Anche oggi ci sono tra noi sacerdoti di Giove Elicio. Forse non sanno di esserlo, ma operano gli stessi prodigi dei loro predecessori etruschi, prodigi che del resto mettono a disposizione di tutti. Essi chiamano Giove Elicio l’elettricità, e sono chiamati ingegneri elettronici. Padroneggiano con sorprendente capacità il respiro di Giove, ma non possiedono tutti i segreti degli antenati etruschi. Quando Alarico, coi suoi Visigoti, pose l’assedio alla piccola città di Narni, i sacerdoti di Giove scagliarono il fulmine sul suo esercito, che fuggì terrorizzato, senza speranza di ritorno.
…fulmen de coelo eripiunt te,
Eliciumque vocant
Esclamava il poeta sbalordito – sì sbalordito, è la parola giusta[2]. – In tutti i tempi, Giove Elicio ebbe dei fedeli. Sotto il buon re San Luigi, viveva solitario in una piccola casa del centro di Parigi, un vecchio kabbalista ebreo, rabbi Jechielè, malvisto dai vicini che lo sospettavano di magia. Da lui infatti avvenivano singolari fenomeni. Così, nel suo laboratorio, non aveva forse appeso una lampada davvero bizzarra? Quando scendeva la sera, non accendeva mai la sua lampada; si accontentava di tendere un dito nella sua direzione, e la lampada brillava subito di un vivido bagliore. Oggi la lampada di tesla fa meno meraviglia di quella di Aladino.
Ecco, abbiamo discusso un po’ di magia, ma pochissimo di amore. Ah! L’argomento si imporrà da se stesso. Quali le relazioni tra amore e magia?
Il linguaggio di tutti i giorni ha conservato il retaggio di queste relazioni tra l’amore, l’arte e la magia. Si dice correntemente: la magia dell’arte, si dice di un artista, “è un mago”. Victor Hugo aveva l’abitudine di dire: “io sì che sono un mago!”. Aveva un poco ragione. Aveva anche torto, perché la prima qualità di un mago consiste nel non essere superficiale. Vedremo che il poeta opera una realizzazione magica per mezzo del suo lavoro.
Così, anche nell’amore, la donna fa opera di magia. Come per il linguaggio degli artisti il linguaggio corrente ha conservato il ricordo di quest’opera. Non dice di una donna: “è un’incantatrice, una fascinosa!”?. Il linguaggio conserva, molto tempo dopo la loro scomparsa, la traccia di nozioni altrimenti perdute per sempre. Le parole “incantare, incantatrice”, conservano il ricordo dell’operazione magica che agisce attraverso i canti tradizionali sulle forze occulte, cioè l’incantesimo, l’incanto. La parola “affascinatrice”[3] non viene forse dal latino carmen che, in origine, significava canto magico, cioè incanto?
Questa corrispondenza esiste tra la magia e l’amore. Ne rintraccerete i rapporti nelle credenze popolari.
Quando ci si prende la pena di studiare da vicino le credenze popolari, vi si ritrovano le vestigia di tutto ciò che insegna la tradizione occulta. Il popolo è un ricettacolo che non fa perdere nulla delle antiche e legittime conoscenze. Non bisogna chiedergli il perché dei costumi che osserva. Questo perché, lo ignora. Ma ne ha conservato la superstizione. Ora, cos’è la superstizione? E’, nel senso etimologico del termine, ciò che è sopravvissuto, ciò che è rimasto della conoscenza. E’ la lettera che ancora sopravvive mentre lo spirito si è allontanato.
Ora, il popolo ha sempre associato, - ed associa ancora, - l’idea di magia con le faccende dell’amore e della seduzione. Nelle campagne, sentite dire di un seduttore di villaggio che ha fatto una fattura ad una ragazza. Se, nelle classi dette illuminate, si è rinunciato a simili credenze, si è avuta, da qualche tempo, una reazione. Dopo che dei medici, poco familiarizzati con le dottrine trascendenti, hanno creduto di inventare la suggestione ipnotica, si è adoperata la suggestione per tutte le salse. Sarebbe stato davvero incredibile che la suggestione non venisse introdotta anche per le faccende d’amore. Ora, vedremo in che ambiti restingere la seduzione amorosa, questa specie di tartina alla crema dell’ignoranza.
Il mio proposito è quello di studiare l’intero mistero dei rapporti tra l’amore e la magia nel suo insieme e in ogni suo dettaglio. Al momento non posso che gettarvi un’occhiata. Non mi lusinga il poter assicurare a chi mi legge la possibilità di farsi amare. Ciò dipende soprattutto da se stessi. Sicuramente, gli argomenti che seguono sono poco conosciuti. Non mi si accusi però di rivelare pericolose ricette. Intanto, gli iniziati di tutti i tempi seguono una tradizione da cui non si discostano mai, perché sanno che, se lo facessero, gli potrebbe costare caro. Quando divulgano un segreto magico, cambiano sempre nella formulazione di questo segreto un particolare che ne inficia la possibilità di realizzazione, se questa c’è. Chi nasce con il potere di servirsi del segreto troverà la trappola che vi è stata volontariamente preparata. Chi applicherà alla lettera questo segreto, senza tentare di investigarne l’intimo significato, farà opera vana se non addirittura del male a se stesso.
Inoltre, tutti questi segreti, tutto il guazzabuglio di tutti i sortilegi non hanno che uno scopo, incanalare la volontà dell’operatore, volontà che è l’unico agente in grado di far riuscire l’operazione. Si può rivelare la formula di qualsiasi filtro, dettagliare i modi di fare un talismano. E’ pura curiosità archeologica, perfettamente inutile e infantile tra le mani dei più. Tra le mani di un essere armato di volontà potente, un segreto occulto può avere qualche volta un valore straordinario, e diventare un’arma avvelenata. Haimè! L’albero della scienza ha sullo stesso ramo i frutti del bene e quelli del male. Solo il poeta può addentrarsi senza pericolo nel giardino dei fiori velenosi. Non ne teme nessuno; non ne coglie nessuno per gli altri.
Infine, l’ambito magico seduce solo gli spiriti incompleti. Goethe ha fatto del suo Faust un piccolo spirito, tentato da desideri mediocri, posseduto da passioni meschine; e sapeva bene ciò che faceva. La magia: una strada che non porta mai al castello sognato, ma sempre verso l’abisso. La saggia Chiesa la proibisce; ben sapendo il perché. Il mondo occulto è organizzato gerarchicamente. Chi vi si avventura, per quanto possa essere forte, finisce sempre col trovarvi il proprio maestro. Forse sui primi livelli della sua ascesa potrà incontrare delle Forze elementari da cui saprà farsi obbedire. Che ebbrezza allora, se non è abbastanza forte! Presto però si rivolgerà a demoni più spaventevoli che lo domineranno a loro volta, lo ossessioneranno, lo possiederanno e lo getteranno nel baratro, nella follia o nella morte. Intendiamoci sulle parole, una volta per tutte. Quelli che chiamo dei, angeli, demoni, gli studiosi moderni, quando ne verificano alcune azioni, li denominano col termine di Forze. E’ solo un differenza di terminologia. Ma c’è anche una diversità di concezione. Per loro, tali Forze sono soltanto delle vaghe astrazioni, percettibili unicamente in base agli effetti. Per me, invece, si tratta di esseri viventi, conoscibili nella loro essenza.
Per la maggioranza degli uomini della mia epoca, per coloro che si ritengono illuminati – la magia è illusione. Da un punto di vista hanno ragione; perché questa è sempre fuorviante. E’ curioso che ci addentriamo in queste discussioni. La curiosità non è una virtù: porta in sé il proprio castigo, che è la delusione. Per lontano che vada, finisce sempre per infrangersi contro un muro invalicabile. Non godo dell’ammirazione della curiosità scientifica, non è altro che una sciocchezza.
Prevedo un’obiezione, un dilemma. Si dirà: delle due una: o tutto ciò è chimera, impostura, puerilità; o è realtà. In quest’ultimo caso, è pericoloso rivelarla e gli antichi iniziati erano davvero dei gran saggi, perché sapevano avvolgere con un impenetrabile mistero le loro pericolose conoscenze.
Mi limiterò a rispondere che non si tratta di credenze, ma di conoscenze.
“Come, credete alla magia?” Stupore degli spiriti illuminati, moderni! Jules Michelet, colui che esprime stupidaggini con passione, colui che scrisse un libro intero per spiegare come secondo lui si potè essere stregoni “nelle tenebre del Medioevo”. Questo brillante spirito stonato non è mai stato noioso. Domandare: “Credete alla magia?” è lo stesso che domandare ad un matematico: “credete al calcolo integrale?”. Egli risponderà: “Non so se ci devo credere, ma so che l’ho studiato”.
In magia, come in ogni altra arte, bisogna saper distinguere tra conoscenza e realizzazione. La conoscenza è una questione di certezza, e quest’ultima affonda le sue radici nell’intelligenza. Diversamente, la realizzazione, l’opera creativa, necessita della fede, fede che è radicata nella sensibilità. Ciò che fa la sensibilità immanente dell’artista e del poeta sullo studioso, è che il poeta può e deve unire all’energia della sua certezza, - sforzo della propria intelligenza – lo slancio della fede, - che scaturisce dalla propria sensibilità. Deve avere nelle mani queste due spade: la certezza intellettuale e la fede, la forza di saper comprendere con fatica e la forza di cogliere al volo. Senza queste due forze, non è possibile creare nulla di completo, di solido e durevole. La scienza profana non spiegherà mai, ma un giorno a venire comprenderà di certo che tutte le immaginazioni dei poeti sono realtà viventi, colte dall’intuizione del genio. Così, chiunque si interessa un poco di Kabbala capisce subito che il Paradiso di Dante non è una mera finzione, ma l’espressione, sotto forma di bellezza, di verità astratte, di certezze filosofiche, di realtà viventi.
In magia ci sono due branche: la magia bianca, che può innalzarsi fino alla teurgìa, salendo lungo un’ideale di bellezza e amore, e la magia nera o goezia o stregoneria, che scende verso un abisso di laidezza e odio. La stregoneria è l’ombra mentre la teurgia è la luce. La prima precipita agli inferi, la seconda innalza ai cieli. Entrambe hanno però lo stesso fondamento. Perché, come recita
La magia non innalza verso piani molto elevati. Le forze verso cui si indirizza non distano molto dagli umani. Gli dei e i demoni che invoca sono vicini. Si trasforma in teurgìa quando mira a livelli superiori, quando varca il regno delle cause seconde, il mondo astrale, quando spiega le ali verso imperi più puri e misteriosi. La maggior parte dei riti religiosi, per quanto abbiano conservato della loro purezza originaria, sono tutti operazioni teurgiche. Agli occhi del signor Homais, questi riti sono solo motteggi. Lo credo bene: occorrono famosi occhi di Veggente per scorgere quali grandiose Forme questi riti mettono in movimento nelle onde del regno misterioso, e quali altissimi Angeli fanno scendere lungo la scala di Giacobbe. Mysteria turbae non committenda, dice l’Apostolo.
Se la teurgia compie opera di esaltazione e di creazione, la magia nera fa opera di distruzione e rovina. La magia nera è la messa in opera del principio ostile alla vita, del principio di distruzione che gli Indù simbolizzano nella sinistra figura del dio Shiva, e che gli Occidentali simbolizzano nella fattispecie del nero arcangelo Satana. Nel tempio di Shiva così come nella cappella sabbatica dove si recita la messa nera, le fiammelle delle luci sono inclinate verso il basso. Studieremo – oh! il meno possibile, - la magia nera, allo scopo di preservarci dalle sue male arti.
Questa duplice divisione della magia la ritroviamo nell’amore. Perché se per l’amore la donna fa opera di magia, quest’ultima è magia bianca o nera, e tende alla teurgìa o alla goezia. Si tratta di magia nera quando la donna soggioga l’uomo, quando distrugge in esso i principi nobili, quando sovrasta la sua forza e volontà, quando semina disillusione e disinganno. Al contrario la donna fa magia bianca quando ne esalta le energie, quando esalta in lui belle e nobili risorse. Haimè! Bisogna ben riconoscere, a dispetto della più elementare galanteria, che il più delle volte la donna opera con la magia nera. Sono rare quelle donne venerabili a cui si riconosce la gloria di essere delle grandi ispiratrici. La donna è stata armata meravigliosamente bene dal destino per nuocere.
Abbiamo visto che il principale agente umano di ogni operazione magica è la volontà. Per mezzo di quale procedimento opera questo agente? A quale ausilio fa appoggio questa volontà?
Quando ha saputo mettersi in accordo con l’armonia del mondo, questa volontà umana si fissa su un Segno e si dispone all’incantesimo.
Che cos’è un Segno, un Segno occulto? E’ un trampolino dato alla volontà per lanciarsi verso il fine. Ciò che in magia si chiama un Segno, è la rappresentazione analogica di un verbo mediante una forma. Così, per un geometra, il triangolo equilatero è un Segno. Anche per l’Iniziato, ma questi cerca di vedere nel triangolo equilatero più cose di quante non ne veda il geometra. Egli proietta il triangolo nel seno stesso degli dei, lo vede tutto luminoso, ed il triangolo così concepito gli rappresenta più di una legge naturale, di un principio fondamentale, un mistero di cui sonda le profondità e che denomina Ternario o, se si preferisce, Trinità.
La volontà di un uomo, il suo verbo, quand’è polarizzato con le forze della natura, con le divinità intermedie, le entità del mondo astrale, agisce per mezzo dell’incantesimo. L’incantesimo, cioè il canto interiore. Da ciò quei riti musicali, quelle parole tradizionali, mai arbitrarie, che i grimori rivelano agli apprendisti stregoni. Parole che fanno obbedire il Silenzio. Perché il silenzio, figura che gli Gnostici assegnavano alla prima ipostasi, è l’abisso da cui scaturisce la parola, come
Anche un poema è un’incantesimo. E’ un richiamo lanciato ad una bellezza invisibile, lanciato nell’infinito, appello che obbliga questa bellezza ad incarnarsi nel poema e a vivervi.
Anche ogni sincera parola d’amore è un incantesimo. Essa vincola incantando. A volte ci riesce.
Ho cercato di mostrare le relazioni che sussistono tra l’opera di magia, l’opera d’arte e l’opera d’amore. Tutte e tre sono strettamente allacciate. Tutti i poeti hanno avuto sentore, se non la certezza, di quest’alleanza.
Così, l’opera d’arte, nata da un’incantesimo dell’artista, agisce poi sulla gente grazie alla prosecuzione di quest’incantesimo.
L’artista, il poeta, agisce come Rivelatore, nel senso esatto del termine. Vela una seconda volta. Tesse un abito nuovo per un’idea immortale, un sentimento vecchio quanto l’umanità. La luce che proietta su qualche mistero della vita, lo avvolge con una nuova penombra, dove nondimeno palpita la fascinazione vertiginosa del chiaroscuro. E’ su questo raggio luminoso ch’egli avvia i nostri spiriti verso la scaturigine prima, verso l’Assoluto, verso il cuore stesso degli Dei.
GENESI DELL’AMORE
Con questa nostra seconda conversazione giungiamo al centro del più sconvolgente mistero della vita. I rapporti della magia con l’amore, con questa forza che l’antica parola dichiara più forte della morte. Ci sono argomenti che è spaventoso solo sfiorare. Appaiono troppo misteriosi per venire spogliati dall’eloquenza arcana del silenzio. Mi perdonerà, il selvatico Amore, dio nato nudo, cieco e sagittario dell’uovo covato dalla Notte, di sfiorargli le ali senza essere dotato del ritmo onnipotente, senza le parole ricercate e forti che i poeti di ogni tempo hanno trovato per risvegliare l’immagine fascinosa e terribile di Amore dormiente?
E che! Tento forse di sezionare, con pedante cinismo, un argomento rivestito di passione, di sogno e malinconia? E allora, sarà invece questione dell’eterna avventura di Psiche che reca la sua lampada nell’oscura ingenuità ove dorme il giovane Eros, l’avventura eterna di Elsa, curiosa ricercatrice del segreto del Cavaliere del Cigno. E forse volendo gettare su tale argomento un raggio di luce dell’Alta Scienza, mi potrà accadere una disavventura simile a quella occorsa a Psiche, che vide sfuggirgli il suo adorabile Eros, o a quella di Elsa che vide scomparire il Cavaliere del Cigno.
Quando introdussi, nella precedente conversazione, il programma che mi proponevo di sviluppare, ho sfiorato le analogie della magia e dell’amore. Dissi che entrambe erano modalità dell’arte di incantare e che si potevano alleare per giungere al proprio scopo.
E’ un’alleanza non esente da pericoli. La magia è pericolosa come l’amore. Ponendola al servizio dell’amore, ci si espone ad un doppio pericolo. C’è una legge ineluttabile conosciuta da tutti gli iniziati. Essa, analoga a quella che gli studiosi di elettronica chiamano legge del colpo di ritorno, vuole che ogni forza messa in movimento raggiunga l’obiettivo. Se si vuole, con un mezzo magico, contattare qualcuno, dovete mettere in moto una forza. Ora, se questa forza non raggiunge la persona considerata, tornerà indietro per colpire invece colui che voleva l’effetto del colpo. Chi colpisce con la spada magica di spada magica perisce. E se, con l’aiuto di qualche sistema magico, qualcuno di voi volesse fare opera di seduzione, io lo metto in guardia, perché rischia di essere sedotto lui stesso, e, haimè! tanto peggio per lui. Cito due versi di un antico amabile poeta:
Tal chi, come dice Merlino, brama far gemere altrui
Quanto spesso geme lui stesso!
Citerò anche, a riguardo, quell’intelligente allegoria inventata da un fine scrittore iniziato del periodo della decadenza latina, Apuleio. Nel suo romanzo, il protagonista ha saputo che una maga della Tessaglia possiede il segreto di trasformarsi in uccello. Seduce la serva della maga allo scopo di rubare, col suo aiuto, il ben custodito segreto. Se ne impadronisce. Cerca di metterlo in pratica. Ma riesce solo a trasformarsi in asino.
Ho già detto che per amore, la donna, fa opera di magia. Affermazione incauta? Semplice metafora derivata dalla consuetudine di frasi fatte? No; realtà analogica. In che consiste un’opera di magia?
La sfinge, figura misteriosa tramandataci dall’antica leggenda, allegoria lapidea del Quaternario, rappresentazione poetica e scultorea del Nome supremo, del Tetragrammaton, del Nome che solo il grande Pontefice d’Israele, il Cohen-Hagadol aveva diritto di pronunciare nel Santuario e che rivolgono al cielo i partecipanti ai Misteri: “Iò, Evohè!” dall’Oriente fino all’Occidente druidico,
Bisogna dunque possedere:
1-
2- l’audacia, un’audacia che non indietreggia di fronte a nulla, perché ha alle spalle la fede inossidabile nella propria forza, accordata con quella universale;
3-
4- il Silenzio. L’uomo che fa opera di magia deve aver saputo penetrare il Silenzio, da cui scaturisce
E che! – direte voi – la donna fa opera di magia? Impossibile, perché non sa stare zitta. Vi meravigliate? Tutte le donne conoscono l’arte di sproloquiare e meschino colui che ne carpisce i segreti.
L’uomo che vuole fare opera di magia deve avere la conoscenza delle forze della natura. Non abbiamo che le conoscenze superficiali che ci vengono da fuori. Ogni conoscenza profonda è invece interiore. Ci viene per auto-introspezione. Giunge al richiamo violento dell’intuizione. Violenti rapiunt illud. Si lascia ammansire dall’abbraccio della meditazione, dalla sorpresa della contemplazione – e, ma raramente! – dal quadruplice rapimento dell’estasi.
La volontà dev’essere confermata da degli atti. Da qui la necessità dei riti, dei procedimenti esteriori che sembrano infantili e assurdi a chi non ne intravede la portata. Sicuramente, ogni gesto è assurdo per chi non coglie il rapporto di causa ad effetto.
L’uomo che vuol fare opera magica deve aspirare la forza per poterla respirare e proiettare verso lo scopo, per impadronirsi dell’oggetto desiderato.
Ebbene, la donna non la si affera che con questo sistema. Essa aspira, per quanto può, la potenza dell’incantatore, poi la respira, la esala, la proietta attorno a sé.
Se analizziamo i sistemi della donna, vedremo che sono analoghi a quelli del mago.
Essa possiede la scienza, che ha trovato in se stessa, grazie all’intuito, alla facoltà di conoscere senza sapere. A dispetto delle nobili profondità dell’intuizione, essa ne possiede perlomeno il suo aspetto inferiore.
L’audacia: la possiede, tenuta a freno, sconcertante; un’audacia nata nella fiducia del suo potere, un’audacia tanto più temibile perché nascosta sotto il velo della timidezza. Ammiro con quale abilità la donna si è fatta attribuire l’epiteto di debole da uomini ingenui.
Quanto al rituale in cui essa afferma la propria volontà, è assai complicato: è tutto l’armamentario della toilette e del trucco, tutta la cura che impiega per vestirsi, dall’alluce ai capelli. E, mentre il mago versa tutta la potenza della volontà nel segno che traccia su pergamena vergine, spesso la donna concentra tutta la capacità volitiva – la volontà di sedurre – sulla propria persona. Fa di questa un talismano vivente che deve andare per il mondo esercitando il suo potere di conquista. Infatti il talismano è un oggetto fabbricato sempre con uno scopo di conquista. E’ un segno aggressivo, al contrario dell’amuleto, difensivo. Se l’amuleto è una corazza, il talismano è una spada… che, il più delle volte, ferisce chi la brandisce.
I sistemi impiegati dalla donna sono sempre gli stessi. Quest’essere, che si vuole così complicato, funziona in modo assai semplice. Senza dubbio è influenzato dalla Luna, che presiede alla mutevolezza delle cose. E’ per altro proprio il simbolismo cattolico che conferisce alla Vergine celeste, coronata con dodici stelle zodiacali, la forma muliebre che poggia il piede sul Crescente, rivelando l’Immanenza che domina la mutabilità delle cose, simbolo identico alla Venere Urania della formulazione orfica!
Cosicchè i mezzi femminili cambiano solo per la loro applicazione. La loro origine è la stessa. Tutto si assomiglia, conclude Hegel. Quanto all’opera femminile, come vedremo, in amore, segue un processo analogo a quello dell’opera magica.
Abbiamo detto che ci sono due specie di magia: quella che si propone di esaltare e di accrescere la vita, perché si richiama alle forze che agiscono sui piani superiori, e quella che si propone di distruggerla, o per lo meno di indebolirla. C’è il sentiero di destra e quello di sinistra; il primo porta alla magia bianca, il secondo alla magia nera o goezia, o, più in basso ancora, alla stregoneria.
La creazione della pietra rossa da parte di un filosofo del Fuoco è opera di magia bianca, perché questa pietra filosofale è una materia transelementata, che ha recuperato e reintegrato in sé tutti i costituenti della vita, ovunque fossero dispersi. E’ ciò che le permette di essere la panacea universale: la quintessenza della vita. Mentre tutti gli esseri e le cose di questo mondo ricevono
Assumo ad esempio di opera di magia bianca o benefica
La magia nera, o malefica, e le sue branche, la goezia e la stregoneria, si propongono di indebolire o distruggere la vita. Tende ad un’opera di distruzione e di morte. Dicevo che ci sono degli assiomi. Credo nel seguente: “Ogni cosa ha nella sua fine ciò che ha anche nel suo principio”. La magia malefica fa appello alle potenze inferiori, o di sinistra – localizzazione del tutto simbolica. Si carica di veleno per poter avvelenare. Volete un esempio di magia malefica messa in scena con straordinaria precisione? Leggete Macbeth. Shakespeare è, nell’ambito occulto, una guida infallibile. L’uomo di genio è colui che scorge la realtà, ciò che Carlyle chiama il Fatto, e che ne da una rivelazione. Alcuni mi hanno chiesto quali libri potrebbero insegnargli la magia. Il migliore è
Nei templi di Shiva, le fiammelle delle lampade sono attraversate da delle placche orizzontali di metallo allo scopo di impedire alla fiamma di salire verso l’alto, sua destinazione. Così in una messa nera il cui rituale è determinato con precisione, le fiammelle sono rovesciate, i ceri inclinati verso il basso. E’ l’affermazione della lotta contro le Norme della vita.
Ora, l’opera della donna, quella volta all’amore, è del pari magia benefica o magia malefica. Esalta le forze dell’uomo o le distrugge. Devo riconoscere che il più delle volte le distrugge.
Uno Gnostico il cui nome mi sfugge scrive che “bisogna passare attraverso la donna così come si fa passando attraverso il fuoco”. Questi dimentica di aggiungere che non si attraversa il fuoco senza scottarsi un po’, a meno di non possedere una corazza di diamante, o, come Sigfrido, un cuore impavido.
L’assunto in base al quale la donna il più delle volte fa opera di magia nera, è formulato da tutte le mitologie in svariate forme.
E, più o meno, la donna è sempre Dalila…
Onfale, Medea, Circe e voi, o Sirene, che vi ergete di fronte agli spiriti degli uomini, rivelatrici della fatalità femminile, ma profetesse inascoltate come la vostra triste compagna Cassandra, perché Venere agisce come Giove: confonde chi vuol perdere. I miti e le grandi leggende sono stati elaborati dai loro geniali inventori, in maniera tale da poter essere adattati a svariati concetti, ed esser veri su diversi piani di significati. La favola di Medea, che i poeti tragici si sono industriati, senza molto successo, di adattare al piano del sentimento umano, dev’essere considerata principalmente come un mito alchemico. Indica una delle fasi dell’Opera, fasi tutte compendiate nella vicenda degli Argonauti.
Vediamo anche, nelle tradizioni della nostra razza, tesoro che ci fu tramandato dai bardi celti, Melusina e il cavaliere di Lusignano, e soprattutto la storia di Merlino, incantatore mago e poeta che si lasciò distruggere dall’affascinante Viviana, Merlino, l’uomo giunto a possedere la più alta potenza accessibile ad un essere umano; Merlino, il maestro dell’Arpa e della Spada, per aver lasciato penetrare nel suo petto fino a quel momento invalicabile il desiderio che nasce al ritmo dei giovani seni di Viviana, venne privato da quella donna di fascino del suo anello magico e dell’Arpa, insegna del suo potere di Maestro… O Merlino, possa la tua ombra placata sbarrarci la strada che porta alla foresta di Brocelandia…
Sarebbe davvero stupido pensare di rivelare alle donne alcuni dei mezzi che la magia mette a loro disposizione per la loro opera di seduzione. Li conoscono per intuito. Li mettono in pratica per istinto. Fanno magia e stregoneria senza saperlo. E’ infatti opera di magia tentare di impadronirsi della volontà altrui. E’ solo quando Athenais di Montespan si accorge di aver perso ogni potere che si fa celebrare sul bell’altare del proprio ventre una messa nera, al fine di tenere al laccio il regale amante con diverso tipo di legame.
Divulgare mezzi di seduzione sarebbe d’altronde inoffensivo. Quando mai si è visto che la rivelazione di una teoria è servita a qualcuno nella pratica? Ogni teorico parla nel deserto. Poi, in ogni arte, per comprendere la teoria, bisogna già essere un praticante esperto. Impossibile comprendere qualcosa della teoria della scherma se non si è già provetti spadaccini.
Per gli uomini, i candidi uomini così ben organizzati per essere vittime, e – mi si consenta l’espressione moderna – così “tonti”, gli uomini che, ingenuamente, si credono dei conquistatori quando invece sono dei conquistati, la teoria della seduzione gli rimane del tutto inutile. Non è altro che una curiosità filosofica, ed ogni filosofia non è che una curiosità di genere superiore.
Il punto di partenza, il principio, in materia di seduzione, è questo: il seduttore deve irradiare, deve emettere un irradiamento di forza magnetica, in modo da saturare l’atmosfera astrale della donna che vuol sedurre. Se è per istinto già capace di manipolare le correnti magnetiche, la cosa succede da sé. Vedete bene che siamo lontani dalle teorie infantili sulla suggestione, questa famosa suggestione a cui un’ignoranza alla moda attribuisce tutte le virtù, non ha molta voce in capitolo.
Per emettere questo irradiamento, per saturare l’atmosfera astrale della donna, il seduttore cerca di imprimere in essa, con un mezzo qualsiasi, l’impronta della sua personalità. Sa che deve produrre sullo spirito di questa donna una forte emozione. Deve violarne l’immaginazione, non importa come. La deve riempire di ammirazione, sbalordimento, terrore, orrore se necessario. La sua personalità deve emettere un’irradiazione che venga assorbita dalla personalità della donna. Sono questi, mezzi di seduzione profani e universalmente noti.
Farsi amare da un essere, significa impadronirsi della sua immaginazione, o, più giustamente, secondo un’espressione derivata dal linguaggio dell’astrologia giudiziaria, del suo ascendente. “L’ascendente” di una persona, è, secondo l’astrologia, il segno celeste che, salendo all’orizzonte, presiede allo sviluppo della sua personalità. Chi si impadronisce dell’ascendente di un essere, lo domina e lo costringe a concedersi.
Un kabbalista del XIXº secolo, esperto nelle faccende dell’amore, Eliphas Levi, ha scritto: “Le forze della natura sono a disposizione di chi sa resistergli. Se siete così padroni di voi stessi da non ubriacarvi mai, disponete allora della terribile e fatale potenza dell’ebbrezza. Se volete ubriacare gli altri, dategli da bere, ma non bevete. Si impadronisce dell’amore degli altri chi è padrone della propria capacità di amare. Volete possedere? Non vi date”. L’ultima frase è discutibile. Se volete possedere superficialmente, se volete solo l’esteriorità, certamente, non vi dovete dare. Ma se volete possedere fortemente, profondamente, dovrete pur darvi. Infatti cosa significa possedere un essere o una cosa? Prolungare la propria personalità con l’aiuto di quest’essere o di questa cosa, in quest’essere o in questa cosa. Se non aggiungete nulla di voi stessi, non lo legherete mai al vostro sigillo, non l’avrete realmente, definitivamente.
Don Giovanni, prototipo del seduttore, non si concede. Lasciamo stare i Don Giovanni di Tirso de Molina e di Molière, scolpiti nella carne viva dalla mano vigorosa di questi due maestri. Occupiamoci di quello che quel gran disordinato di Byron ha sintetizzato per trasmetterlo ai poeti moderni, quel Don Giovanni un pò convenzionale, un pò fantocccio, possedeva le donne che animavano il suo corteggio? No, davvero. I poeti moderni, da Musset fino ad Haraucourt, ce lo mostrano posseduto dalle donne, loro schiavo più che loro signore. Il fatto è che Don Giovanni è una chimera. Non credo alla sua esistenza. E’ Donna Giovanna che esiste, di fatto, solo lei!
Per quel possesso illusorio di cui si contentano i seduttori, la formula di Eliphas Levi è giusta. “Volete possedere? Non vi date”. Allora, infatti, Don Giovanni non si deve dare. Ed anche, se si porta la formula alle sue estreme conseguenze, il Don Giovanni dei Don Giovanni dovrebbe mantenersi vergine. Il gioco non vale la candela, direte voi. Questione di punti di vista!
La donna conosce ciò per istinto e proprio perché ne è consapevole manifesta talvolta delle apparentemente inspiegabili resistenze. Là sta il segreto della forza – e della debolezza – della civettuola, della Celimene, che avanza in un’atmosfera di desideri da lei stessa creati, e a cui si guarda bene dal cedere.
Siamo tutti quanti circondati da un’atmosfera di desideri generati da noi stessi, di sogni e di peccati. Ci accompagna un’aura, un’aureola, in cui vivono e muoiono con maggiore o minore intensità, le nostre idee, le nostre passioni, i nostri sbagli, difetti, disillusioni e speranze. Sono esseri reali e viventi, generati dalla nostra anima. Platone ha sollevato con gran discrezione un lembo del velo che copre la realtà vivente delle Idee, e filosofi contemporanei, come A. Fouillée, sono stati indotti a considerare la realtà vivente di ciò che chiamano le Idee-forza. L’aureola che la tradizione pittorica assegna ai Santi non è una convenzione. Tutti gli uomini sono costantemente circondati da un’aureola il cui aspetto varia a seconda di chi l’ha generata. La tradizione ha voluto indicare che quella dei santi è dorata, perché si riferisce ad un tipo superiore di umanità. L’oro è il metallo che corrisponde al sole, cioè alla perfezione del nostro sistema planetario, e tutta l’antichità, fedele agli insegnamenti dei suoi iniziati, contrassegnava con l’oro tutto ciò che considerava perfetto. E’ stato nei Versi Aurei che Lisia ha formulato la morale pitagorica. Di quest’aureola, reale e vivente, ho tentato di evocare la visione nella lingua che, più della prosa analitica, ha il potere di rivelare la realtà:
L’atmosfera in cui si muove l’essere interiore,
la creiamo, identica alle nostre passioni,
col respiro del petto gonfio di un tragico vento,
e, nella sua notte, questi slanci generano lucori.
Immagini ci sono che recano fiori scuri,
nostri satelliti graziosi o malefici.
Tra loro, bagnanti la veste di lacrime,
sappiamo scorgere il nostro dolore più bello?
Chi ci porta il saluto di una mano violenta?
Il braccio dell’amante migliore.
Per condurci con dolcezza fino a morte.
Haimè! Anche vestiti d’un amore esaltato,
sapremmo correggere la riga dove il nostro destino
è tracciato sulla pelle della capra Amaltea?[4]
Grazie a questa aureola irradiamo attrazione o repulsione. Con la nostra, percepiamo quella altrui, e gli trasmettiamo a nostra volta simpatia o antipatia. In questo contatto dell’aura sta la chiave delle subitanee avversioni, così come dei famosi colpi di fulmine dell’amore.
Con quest’aura agisce il nostro potere di seduzione. Così la donna che lascia penetrare nella propria tutto un formicolìo di desideri maschili è magnetizzata fortemente, facendo crescere sempre più questi desideri man mano che procede, così come Venere che faceva sorgere rose dove posava i piedi. L’acqua scende sempre al mare. Ciò spiega anche perché un’uomo che gode di cattiva reputazione ha sempre una certa attrattiva sulle donne, anche le più caste. La più santa di esse non pecca almeno sette volte al giorno? L’aura di quest’uomo è attraversata dai raggi proiettati dalle immaginazioni femminili che in precedenza si sono soffermate a pensare alle sue azioni e imprese. E’ potente nel rappresentare il male e il frutto proibito. Chi vuole sedurre un angelo si deve masacherare da diavolo il più perfettamente possibile. Non è un’inutile finzione la profonda allegoria di Eloa narrata dal più puro e disperato poeta francese, Alfred de Vigny.
In quest’aura misteriosa che circonda ogni uomo abitano entità estremamente diverse, che vanno dominate da due di loro, diciamo due Forze per adeguarci alla terminologia cosiddetta moderna, entrambe di direzione contraria. Una delle due, quella del polo positivo, è stata allegorizzata dagli iniziati cristiani con il nome di angelo custode. Gli Indù la chiamano Atma; è la parte trascendente della personalità umana. Gli adepti dello Yoga si sforzano di unirsi ad essa, di incarnarla. Essi sanno infatti che ogni individuo è la risultante di differenti potenze strettamente gerarchizzate e ciascuna ha il suo ruolo, la sua vita, su diversi piani del mondo invisibile. In breve, abbiamo molte anime dalla più bassa alla più alta, e ognuna corrisponde a un livello dell’Anima universale; non ho bisogno di sottolineare che la più evidente ineguaglianza esiste tra gli uomini, solo i mortali trascendenti hanno una vita sui piani più elevati, solo quelli che ascendono al vertice della gerarchia umana, yoghi, santi, Veggenti, mistici, grandi eroi o grandi poeti.
Quanto all’entità opposta all’angelo custode, quella del polo negativo, il satellite nero, gli iniziati cristiani, così audaci peraltro nel massificare alcune delle cognizioni più segrete, si guardano bene dal farne il benchè minimo cenno. Le altre religioni osservano la stessa prudenza. Temono di confondere i propri seguaci. Vedo solo il politeismo dell’antico Egitto che cita questa tenebrosa entità, e con grande circospezione. Soli, alcuni poeti d’intuito, ma ignari, si è supposto, come lo spontaneo Alfred de Musset, hanno scorto una sera il fosco personaggio “che gli assomiglia come un fratello”. Non ci compete di venir meno all’unanime silenzio osservato da tutti i rivelatori.
D’altronde, i grandi Dottori della cristianità evitano accuratamente di fare rivelazioni precise sulle entità dei cicli gerarchici. Forse è per controbilanciare le turbinose arditezze degli Gnostici che Tommaso d’Aquino non volle dire nulla a proposito della natura degli Angeli. Chi prende di petto la questione, Dionigi l’Aeropagita, rischia di non farsi capire dai profani. E’ sempre incomprensibile da chi non sa. Attinge ai cabbalisti greci, che hanno allegorizzato splendidamente i nove Cori assegnando ad una Musa il governo di ognuno.
Abbiamo già detto, ma mai abbastanza, che la maggior parte delle entità che la scienza profana sedicente moderna chiama Forze, e che considera al pari di vaghe astrazioni, sono per noi degli esseri viventi, ognuno con un compito da assolvere nell’economia del mondo, e chiamati dalla scienza antica, secondo la forma della loro attività, dei, angeli o demoni. Un esempio? La forza che i moderni chiamano elettricità, e che hanno saputo evocare con meraviglioso ardire per costringerla a servirli fino al giorno in cui gli si rivolterà contro, noi la chiamiamo Giove Elicio, e la consideriamo una potenza gioviana. Potremmo anche dire che è emanazione dell’angelo Zadkiel, nome che i cabbalisti ebrei danno allo spirito del pianeta Giove. Notiamo che i moderni sono stati obbligati a chiamarlo col suo vero nome.
Avrebbero anche voluto chiamarla Galvanismo. Essa ha imposto il suo vero nome: Elettricità, stessa radice di Elicio, che significa elezione[5]. La sillaba el esprime, in tutte le lingue – o meglio nella lingua unica di cui tutte le altre sono il dialetto – il concetto di elevazione. Del resto sono gli dei che impongono i loro nomi agli uomini. Volete un esempio? Un grande astronomo, Leverrier, ha reso visibile a tutti un pianeta fin’allora nascosto. Gli uomini chiamano il pianeta Leverrier.
“ – Figli miei, suggerisce irresistibilmente il dio del pianeta, ho molta stima per l’esimio Leverrier. Ma tenga il suo illustre nome per sé. Io, da parte mia mi tengo il mio. Mi chiamo Nettuno, e pretendo che mi ridiate il mio nome”.
Mai il nome di un dio o di un angelo, o di un demone, fu scelto a caso. Sono sempre stati scelti secondo dei principi immutabili che si applicheranno sempre, in tutti i tempi e paesi, dai maestri di cabbala. Anche le parole di una lingua non sono mai trovati a caso. Il caso non esiste. Sulle origini del linguaggio, ho letto, scritti da uomini di scienza, le più stravaganti sciocchezze. La storia della Torre di Babele non è una fantasia, ma l’espressione allegorica di una realtà.
Non ci resta che occuparci dei geni, angeli o demoni, che hanno a che fare con l’amore. Il Nuktemeron di Apollonio di Tiana ci ha tramandato il nome del genio che assicura l’Amore. È Jaser.
Per opinione comune, è la dea Venere, il cui centro nel nostro mondo solare è l’omonimo pianeta, che presiede alle faccende dell’amore. I cabbalisti ebrei hanno chiamato – non a caso – le tre principali potenze del pianeta Venere, o, se questo linguaggio da pedanti vi annoia, le tre direzioni della forza venerea.
L’angelo di Venere, è il bel Anael; equilibra l’azione di Hagiel che è lo spirito del più seducente dei pianeti, e l’azione contraria di Kedemel, il demone del pianeta, demone che distrugge l’amore. Kedemel corrisponde all’Anteros dei Greci, il dio nemico dell’amore.
Ah! Se un giorno vi ridurrete ad invocare Jaser, o Anael o Hagiel, o il tristo Kedemel, se non saprete fare a meno di tale estremo rimedio, state attenti! Il gioco è pericoloso. Ed è sempre stato pericoloso assaggiare i frutti misteriosi, sia quelli del Giardino delle Esperidi che quelli del Paradiso terrestre.
L’OPERA D’AMORE
Uno dei miei amici, - forse il migliore, o forse il peggiore dei miei nemici, - scrisse tempo fa delle frasi presuntuose, in un giornale, ad una giovane donna, peraltro sconosciuta. Penserete senz’altro che è un mezzo ben rozzo quello di indirizzarsi a una donna attraverso le gazzette, ma noi viviamo, - non è vero?- in mezzo a costumanze riprovevoli e siamo costretti a subirne le conseguenze. Ecco dunque le pretenziose parole del mio amico, - o del mio nemico:
“Sei una donna giovane e bella? Se sei stata ferita al cuore da un amore irresistibile, se l’uomo che hai sempre amato ti nega l’amore che meriti, confidati con me. Ti parlerò come se fossi la voce di Jaser, il genio che fa amare. Ti conferirò il potere di accrescere con innocenti sortilegi, ma potenti, l’energia del tuo fascino. Ti insegnerò il segreto dei filtri e le virtù occulte della mandorla amara e della datura. Ti dirò dove trovare il talismano di Venere che dona, a chi lo porta, la sicurezza di essere amato.
“Ti spiegherò come, giocando con noncuranza con l’anello che brilla al dito del tuo amato, tu potrai magnetizzare così potentemente l’oro di quest’anello che, quando l’avrà all’anulare, non potrà allontanare il suo spirito dal tuo ricordo: al punto che la notte, in quei sogni in cui giungerà la tua immagine, crederà di avere al dito il pregevole anello di Hans Carvel, di cui hai letto in Rabelais, - ed è la fortuna che gli auguro, Signora!
“ – Ma, mi direte – io sono giovane, graziosa e piacevole. La mia bellezza basta a destare il desiderio, il cuore ad ispirare l’amore. Non ho bisogno dei tuoi consigli e dei tuoi sortilegi.
“ – Ne sei sicura, fanciulla? Bilqis, regina di Saba, era bella e, per essa, schiere intere di uomini sono morte d’amore. Nonpertanto, essa portava tra i seni profumati il talismano dell’angelo Hagiel, realizzato per lei da Hiarchas, mago caldeo. Cleopatra era bella, lo so, perché ne ho evocato l’immagine nello specchio magico. I figli dell’Europa e dell’Asia illanguidivano per aver visto i suoi occhi neri. Nonpertanto, i maghi di Mizraim, antenati degli imbroglioni di oggi, lavoravano per suo ordine alla fabbricazione di filtri d’amore. Sei più bella della regina di Saba, più conturbante di Cleopatra? Allora, sta bene, la mia arte non ti serve: e, soprattutto, che io non ti veda più, perché potrei forse innamorarmi, e perderei tutto il mio potere!
“Ma, dirai, tu che parli così, ciarlatano ambulante, chi sei dunque? Tu che pretendi offrire agli altri i segreti che danno l’amore, la gloria o la fortuna, sei desiderato come Don Giovanni, glorioso come Shakespeare o ricco come Rothschild?
“Ti rispondo: non sono nessuno dei tre perché sono un altro. Ciò forse perché – al fine di offrirti dei poteri il cui godimento non mi è concesso – ho troppo a lungo contemplato il Mistero di cui palpitano le stelle”.
Non voglio certo far credere al lettore di aver le stesse pretese del mio amico, così misericordioso verso le anime in pena d’amore.
Sto solo cercando di mostrare come, per odio o per amore, un essere può, se sa volere, impadronirsi della volontà di un altro.
Nelle precedenti conversazioni, ho sostenuto la tesi che l’amore è un’opera di magia, e l’altra che l’odio è il polo negativo dell’amore, che l’odio è un amore in rivolta.
Adesso, cercherò di dimostrare che l’Amore e l’odio usano le stesse tecniche, e che il loro impiego è ugualmente pericoloso. Ma, prima di studiare il loro modo d’azione, i loro modi di affatturamento, sarà bene andare a riverdere qual è la natura dell’Amore, secondo la dottrina occulta. Sull’argomento si è già scritto tutto! Una parola ancora in più o in meno, è davvero di scarso valore.
Questa dottrina, come sapete, vuole che ogni legge cui è soggetto l’uomo regga anche tutti gli altri esseri, in tutti i gradini della scala della vita. Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, recita